1974 – David Peace

# 364 – David Peace – 1974 (Il Saggiatore, 2013, ediz. orig. 1999, pagg. 423)

Leeds, Inghilterra del Nord, dicembre 1974: il giovane cronista dello “Yorkshire Post” Edward Dunford ha appena perso il padre, ma deve concentrarsi sul caso di una bambina scomparsa, che potrebbe fruttargli la notorietà come giornalista, a scapito dell’odiato collega Jack Whitehead, che sembra sempre arrivare per primo sulle scene dei delitti. Quando il cadavere della ragazzina viene ritrovato in un fosso con delle ali di cigno cucite sulla schiena, Dunford crede di individuare delle somiglianze con altri casi di nera verificatisi nella regione nel corso degli anni e, vincendo l’orrore per crimini tanto odiosi, sogna il grande scoop.
Per realizzarlo, non esita a iniziare a frequentare la madre di una delle bambine scomparse, Paula Garland, con la quale avvia anche una burrascosa relazione sessuale, e a cercare indizi tra gente di malaffare e poliziotti violenti e corrotti. Quando Dunford si accorge che tutte le piste sembrano portare verso i quartieri alti, e in particolare a una conventicola di architetti e palazzinari, sarà troppo tardi per tirarsi fuori dalle spire di un caso che, lungi dall’essere risolto, finirà per rischiare di stritolare l’incauto giornalista, che ha evocato forze troppo più grandi di lui.

Sembrava un bel noir, questo “1974”, primo capitolo di una tetralogia che l’Autore ha dedicato all’Inghilterra nella turbolenta epoca degli anni Settanta e Ottanta, tra attentati dell’IRA, scioperi selvaggi, polizia violenta (soprattutto su zingari e immigrati) e netta separazione sociale ed economica tra ricchi e proletari, tra potenti e semplici cittadini. Ora, non ho letto gli altri tre capitoli, dedicati rispettivamente agli anni 1977, 1980 e 1983, per cui il mio giudizio non è assolutamente da intendersi rivolto all’intera tetralogia. Questo “1974”, però, non mi ha convinto, e cercherò di spiegare il perché.

Conoscevo David Peace da un discreto libro letto in passato, “Il maledetto United”, sorta di biografia romanzata di un curioso personaggio, l’allenatore di calcio Brian Clough che guidò per soli 44 giorni (nel 1974) il Leeds United, una delle squadre più chiacchierate e mitologiche della Premier League britannica. Se però sfruttando il calcio, grande passione inglese, Peace era riuscito senza dubbio a offrire uno spaccato sociale interessante di un periodo – gli anni Settanta – dell’Inghilterra più industriale e proletaria, non altrettanto gli riesce di fare con “1974”, noir asciuttissimo ma incapace di decollare, come la sua trama che si accartoccia subito nei convolvoli di un giallo senza uscita, troppo tipico per catturare davvero l’interesse (le solite bambine scomparse, la solita polizia brutale, i soliti gangsters in guanti bianchi) e troppo irrisolto per soddisfare il palato dei lettori.

Chi cerca un noir puro, resta deluso dallo stile, grezzo e brusco (a pagina 8 ho smesso di contare i “cazzo”, che erano già troppi: immaginatevi il numero totale, visto che il libro conta 423 pagine!), privo di sottigliezze tanto nella descrizione delle situazioni quanto in quella dei personaggi, tutti di poco spessore compreso lo scialbo protagonista, che in pratica non fa che prenderle dall’inizio alla fine. Chi cerca un giallo resta deluso dalla trama, che approda a un finale che non è né catartico né particolarmente onesto. “1974”, in definitiva, è un libro che rimane a metà del guado tra due generi: l’hard boiled fatto di duri e pupe, di scazzottate e inseguimenti, e il giallo di sapore poliziesco, fatto di morti misteriose e di enigmi avvolti in altri enigmi.

L’idea di raccontare l’Inghilterra dei difficili anni Settanta attraverso lo sguardo assieme idealista e approfittatore di un giornalista rampante era buona, ma la realizzazione, purtroppo, lascia ampiamente a desiderare, e fa rimpiangere la sottigliezza e l’intelligenza di uno Ian McEwan nonché la leggerezza di tocco e l’ironia di un Jonathan Coe. La scrittura di Peace è sgraziata e sgradevole come il suo protagonista (e come quasi tutti gli altri personaggi, visto che moralmente non se ne salva uno), ma questa adesione dello stile alla bruttura morale dell’ambiente descritto è un espediente che funziona solo in parte perché, se è giustificabile dal punto di vista filosofico, non lo è altrettanto sotto il profilo della lettura pura e semplice, che ci mette ben poco a diventare faticosa e un po’ stizzita, sotto l’aggressione di un turpiloquio spesso inutile e di maniera che non riesce quasi mai a diventare (e a dare) qualcosa di più.

Di fronte a un geniale arco narrativo o a un finale-bomba, si sarebbe anche potuto soprassedere sulle troppe storture di uno stile tutt’altro che efficace; ma non è il caso di “1974”, libro ripetitivo e privo d’atmosfera (peccato capitale per un noir!), che approda a un finale parossistico in cui i comprimari sembrano fare a gara a chi pesta più forte il protagonista. E non bastano qualche rorida e intensa scena di sesso e qualche bel dialogo serrato a riscattare una scrittura tanto grigia e volutamente sgradevole da mettere a dura prova anche i lettori più pazienti e ben disposti.               

(Recensione scritta ascoltando i Connells, “’74-‘75”)

PREGI:
rapido e stringato, molto asciutto nei dialoghi e nella descrizione dei personaggi (i cui caratteri vengono appena accennati), è un libro che racconta pochi giorni del dicembre 1974 e che culmina in una vigilia di Natale infuocata e violentissima, tra puttane, stupratori, assassini, giornalisti senza scrupoli, poliziotti violenti e uomini di malaffare

DIFETTI:
stile sgradevole, trama confusa, personaggi appena sbozzati, situazioni ripetitive, profluvio di cliché – dai poliziotti disonesti ai giornalisti oscillanti tra idealismo e tiratura – e una drammatica mancanza di ironia, che avrebbe forse salvato tutto. Pessimo il lavoro degli editor de Il Saggiatore: tanti refusi e un’impaginazione approssimativa, con battute che vanno incomprensibilmente a capo e una traduzione piatta, che non convince  

CITAZIONE:
“Lacrime dolci e cazzo duro, urlai attraverso sei corsie di merda: NON HO MAI FATTO UNA COSA BUONA IN VITA MIA, CAZZO! […] Mi fermai lungo il margine della carreggiata con le luci di emergenza accese. Addio, tesoro.” (pag. 346)

GIUDIZIO SINTETICO:

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO