ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO – Marcel Proust

# 400 – Marcel Proust – ALLA RICERCA DEL TEMPO PERDUTO (Einaudi, 1995, ediz. orig. 1913-1927, pagg. 3.354)

Opera suddivisa in sette romanzi. In “La strada di Swann” (Du côté de chez Swann), il Narratore (che resterà fondamentalmente senza nome per l’intera opera, pur essendo facilmente assimilabile, per molti tratti, all’Autore) rievoca l’infanzia trascorsa nel paesino di Combray e introduce la figura di Charles Swann, gentiluomo amico dei suoi genitori, borghese colto e raffinato, perdutamente innamorato di Odette de Crécy, donna dal passato poco chiaro, che Swann incontra e corteggia nel salotto di madame Verdurin.
In “All’ombra delle fanciulle in fiore” (À l’ombre des jeunes filles en fleurs), il Narratore, adolescente, compie un viaggio a Balbec, sulla costa normanna, assieme all’amata nonna. Qui conosce una “piccola brigata” di ragazze maliziose e indisciplinate, infinitamente attraenti nella loro scriteriata gioventù. Capitanate dalla spavalda Albertine, destinata a ricomparire nella vita del protagonista lasciandovi un profondo segno, le fanciulle rappresentano l’irruzione dell’amore e del sentimento nella protetta vita del Narratore, mentre l’amicizia con Robert de Saint-Loup, giovane e fiero rappresentante della Parigi più nobile, imparentato coi Guermantes, gli apre le porte della più alta società e gli permette di sognare un tempo che non c’è più, quello dell’aristocrazia e della cavalleria.

Ne “I Guermantes” (Le côté de Guermantes), entrato nel mondo aristocratico di una delle più antiche e nobili famiglie di Francia, il Narratore ne osserva le ipocrisie e il declino morale, rappresentato dalla inquietante e straordinaria figura del barone di Charlus, dandy raffinatissimo e spietato frequentatore di salotti, in odor di omosessualità. L’illusione di una brillante vita mondana si sgretola, per il Narratore, davanti alla consapevolezza del passare del tempo e della decadenza dei valori.
In “Sodoma e Gomorra” (Sodome et Gomorrhe), la presenza fino a quel momento insinuante e sottotraccia del desiderio esplode in tutta la sua forza. Dopo aver assistito, casualmente, a una scena d’amore omosessuale che riguarda proprio il barone di Charlus, il Narratore deve fare i conti con la scoperta della natura di “invertito” di quest’ultimo, e rivalutare così completamente il suo rapporto – da sempre ambiguo – con lui. Pulsioni e tensioni si agitano sotto la smaltata superficie del Faubourg Saint-Germain!

Ne “La prigioniera” (La prisonnière), scopriamo che il Narratore ha deciso di convivere con Albertine, di cui è innamorato. La sua patologica gelosia però lo porta a trasformare l’amore in una prigione per la ragazza, e il quinto romanzo si incentra così sul tema dell’amore come possesso.
Ne “La fuggitiva” (La fugitive), la fuga di Albertine dalla casa-prigione in cui ha vissuto col protagonista ha un epilogo tragico, che spinge l’innamorato inconsolabile a gettare un primo importante ponte verso la memoria e il rimpianto.
Ne “Il tempo ritrovato” (Le temps retrouvé), in una Parigi resa spettrale dallo scoppio della Prima Guerra Mondiale, il Narratore, malato e per questo costretto spesso in casa, ritrova – in un certo senso fortuitamente – il senso profondo della propria vita nella pratica della scrittura ma, ancora prima, nel meccanismo misterioso della memoria involontaria. L’arte è l’unico modo per recuperare e salvare il tempo perduto, la memoria si trasforma in creazione e redenzione, e l’ultima, inquietante e terribile scoperta sul barone di Charlus non fa che accrescere la sensazione del Narratore che ormai tanto, troppo tempo lo separi dalla sua giovinezza e dalla parte ascendente della sua vita. La decisione di scrivere conclude, con un incredibile usteron-proteron, un’opera monumentale, offrendo al lettore la scaturigine dell’opera stessa che egli ha appena finito di leggere.  

Ci sono Autori che ci sorprendono per la varietà e la ricchezza, nonché per la diversificazione della loro opera complessiva, che consta magari di varie decine di romanzi; e poi ci sono Autori che di libri ne vogliono scrivere uno solo, ma esattamente quello, nessun altro, e tutto ciò che fanno, che scrivono e che vivono è fatto, scritto e vissuto in funzione di quell’unico libro, di quell’opera soltanto, che in rarissimi casi – e Proust ovviamente è uno di questi – si trasforma non già in opera capitale ma, addirittura, in “Cattedrale”. Così i francesi si riferiscono alla “Recherche”, con questo “nomignolo”: “La Cathédrale”! Perché quella di Proust è un’opera immensa e incompiuta, non nel senso che non approdi a un finale determinato e univoco (anzi, il finale della “Recherche” è tra i più incisi e nitidi dell’intera storia della letteratura mondiale), quanto piuttosto perché in un libro così vasto, così immenso – esattamente come in una cattedrale – non potranno mai non esserci aporie ed errori, contraddizioni e imperfezioni.

Ma, esattamente come in una grande cattedrale gotica le imperfezioni contribuiscono in maniera decisiva al fascino del luogo, così nella “Recherche” tutto, ogni dettaglio, anche quelli che Proust non poté revisionare e sistemare perché morì prima della pubblicazione delle ultime parti del suo lavoro, ogni particolare e ogni sfumatura, insomma, concorrono a formare un’incastellatura impressionante e mirabile, un edificio di una grandiosità letteraria ineguagliata e, probabilmente, ineguagliabile.

Sono stati versati, su Proust e sulla “Recherche”, i proverbiali fiumi d’inchiostro, per cui sono ben consapevole che non sarà una semplice recensione pubblicata su questo sito ad aggiungere chissà che cosa a un corpus critico già immenso, e caratterizzato da grandissimi nomi, ai quali neppure oso accostarmi. Ne citerò qualcuno, nel corso della disamina, anche a testimonianza di quanto io sia debitore a ciascuno di loro per la comprensione di un libro che, lo ammetto, ha finito per ossessionarmi, fin dal momento in cui lo scoprii, fin dalla prima lettura (ne sono seguite altre tre complete e svariate parziali).

Ma intanto, da dove partire per cercare di scrivere qualcosa di breve e sensato sulla “Recherche”? Si potrebbe tentare col dato biografico, visto che si legge spesso che, mai come nel caso di questo fluviale libro, l’opera e la vita dell’Autore non sono scindibili. Proust ha davvero riversato la sua vita nella “Recherche”? Personalmente, non credo; o, almeno, non è questa, a mio avviso, la più fedele interpretazione che si possa dare del libro, che contiene, certo, molto di autobiografico, ma si tratta soprattutto di grandi istanze (la memoria involontaria, la gelosia, il rapporto con la malattia come elemento costituente del lavoro artistico, l’inversione), non di fatti, né di accadimenti.

Proust ha la mefistofelica abilità di travisare tutto, di travestire e camuffare, di far germogliare interi mondi da singoli dettagli, che assumono così una valenza insospettabile (impossibile, in questo senso, non citare la celeberrima madeleine che, intinta in una tazza di tisana, risuscita per il Narratore un intero mondo di ricordi). D’altronde, come ha puntualizzato Pietro Citati, “Proust inserisce il sonno dentro la memoria, e poi il sonno, a propria volta, avvolge la seconda rivelazione memoriale, quella della madeleine. […] Il sonno è uno sguardo: Proust vuol vedere il mondo della veglia con gli occhi della notte. Gli occhi insonni guardano e rievocano tutto. Così che la Recherche esce non da una tazza di tè, ma da una camera piena di tenebra.” Sarebbero troppi i temi e gli spunti da approfondire, se volessimo svolgere un discorso critico e stilistico relativo all’intera “Recherche”.

Limitiamoci a rilevare l’importanza dell’opera nel panorama letterario mondiale, in particolare nell’ambito del rinnovamento novecentesco del romanzo: è consuetudine considerare il lavoro di Proust l’ideale apice di un triangolo alla cui base troviamo “L’uomo senza qualità” di Robert Musil e “Ulisse” di James Joyce, che sono altrettante, originalissime rivisitazioni della forma-romanzo alla luce della “crisi” del XX secolo, che è una crisi tanto formale quanto contenutistica: il romanzo non può più limitarsi al racconto (obiettivo) di una storia, ma diventa contenitore di storie, veicolo di riflessioni nonché di rielaborazioni profonde, e chiama l’Autore – per così dire – in correità, non gli concede più il totale distacco dalla materia narrativa, di cui pretende la commistione, la contaminazione tra generi e l’allargamento a una sfera che non sia più solo ed esclusivamente narrativa. Ne sono fulgidi esempi il saggismo musiliano e la rivisitazione joyciana (nientemeno che dell’“Odissea”) ma, ancor più, la fluviale opera di Marcel Proust, un libro nel quale i confini tra vita e racconto, tra realtà e finzione, tra memoria e invenzione si fanno talmente labili da non essere più visibili (e infatti il lettore li attraversa più volte, in entrambi i sensi, praticamente senza avvedersene).

Inaccostabile a qualunque altro libro, la “Recherche” è un’esperienza di lettura unica e irripetibile, è – come scrisse Giovanni Macchia – “la grande opera di un malato”, il libro emerso dalla volontaria reclusione in una stanza dalle pareti ricoperte di sughero, per attutire i rumori esterni, di un uomo che dormiva di giorno e scriveva di notte, un misterioso “gufo” (ebbene sì: a Proust si deve il logo di liberailibri!) che, coi suoi occhi perennemente cerchiati eppure penetranti, osservava fino in fondo l’anima propria e di chi lo andava a trovare, e tutto riversava in quella che ormai era diventata, dopo le esperienze accumulate in gioventù, la sua unica ragione di vita: la Cattedrale, la “Recherche”. Ma ricerca di cosa? Che cos’è, alla fine, il “tempo perduto”? Al netto delle tantissime spiegazioni che sono state date, nel corso degli anni, da una miriade di critici, per me il tempo perduto, nell’accezione proustiana, è il proprio “essere nel tempo”, la propria stessa esistenza nei diversi momenti che si sono attraversati e susseguiti, e che hanno potuto lasciare il posto a quelli successivi solo grazie al fenomeno misterioso dell’oblio, importante nella “Recherche” quanto la memoria.

Se è vero, infatti, che in Proust non esiste memoria che non sia involontaria, allo stesso modo non c’è nulla di volontario neppure nell’oblio, che quella memoria – quel particolare tipo di memoria – rende indispensabile. Come scrive lucidamente Giovanni Macchia, “bisogna perdere per cercare di conquistare ciò che nel tempo viene perduto. […] Grazie all’oblio noi possiamo ritrovare intermittentemente l’essere che noi fummo.”

Jan Vermeer, “Veduta di Delft” (1660-61) – Olio su tela

Libro che ha come oggetto la sua stessa genesi, la “Recherche” è l’opera sconfinata di un geniale osservatore, di un Autore che – in un tessuto diluviale – riesce come nessun altro a valorizzare il singolo dettaglio, al punto da costruirci sopra interi capitoli: il mancato bacio della buonanotte a Combray, la madeleine che resuscita un intero mondo di ricordi e di sensazioni, il piccolo pezzetto di muro giallo che, mutuato da un celebre quadro di Vermeer, sembra estendersi e rappresentare ben di più, la “piccola frase” musicale che costituisce il cuore dell’amore tra Swann e Odette sono solo alcuni, i più celebri, tra i dettagli sui quali Proust edifica la sua Cattedrale, non deformando mai la realtà, ma trasfigurandola – come scrive André Maurois – per “esprimere tutta la poesia del mondo […] con la camera di una città di provincia, col gluglù di un calorifero o con alcune foglie di tiglio.”

Incredibilmente semplice nei suoi elementi costitutivi e incredibilmente complessa nella sua architettura e nel modo in cui questi elementi li riverbera e li frammenta, li moltiplica e li riprende, la “Recherche” è l’opera di una vita intera, è il libro per scrivere il quale, fondamentalmente, Proust ha vissuto ed è morto, è – secondo Ramon Fernandez – “un lungo percorso che nel Temps retrouvé sfocia in un’esperienza d’ordine mistico. È un lungo cammino nel corso del quale [Proust] ricerca, e successivamente respinge, dei valori ritenuti supremi, e di cui ci dimostra la vanità: ossia l’amore, l’amicizia, la vita sociale.” Sì, perché la “Recherche”, lungi dall’essere (come la etichettò inizialmente André Gide) la vacua e supponente opera di un mondano, è in realtà il libro che più di tutti nella storia della letteratura affronta e liquida lo stesso ambiente dal quale scaturisce, la borghesia illuminata della Parigi fin de siècle e l’aristocrazia ormai priva di significato, eppure ancora così affascinante, della Francia repubblicana.

E Proust, lungi dall’essere un Autore snob, fa addirittura dello snobismo uno dei suoi bersagli prediletti, e si diverte, nel corso dell’opera, ad attaccare, corrodere dall’interno e, infine, dissolvere ogni illusione circa il valore della mondanità, che è il contenitore tanto dell’amore quanto dell’amicizia, i due sentimenti che maggiormente animano il Narratore. Determinato inizialmente a imporsi proprio in quell’ambiente mondano fatto di salotti letterari e concerti privati, il Narratore approda alla fine a una liquidazione di quello stesso mondo che tanto aveva desiderato dominare con la propria presenza e la propria cultura, e l’arrivo della Guerra Mondiale, nell’ultimo romanzo della serie, sembra il definitivo e fatale de profundis per tutto un mondo di valori e disvalori che nel corso dell’opera sono stati osservati con arguzia e affetto, con ironia e comprensione da un uomo che sapeva giudicare ma non odiare, che sapeva etichettare ma non fustigare, e che “come Shakespeare, è sceso fino in fondo al dolore umano ma, come Shakespeare, l’ha risalito con lo humour e, come Shakespeare, ha ritrovato, col Tempo, la serenità” (André Maurois).

Mille volte imitato ma mai neanche lontanamente raggiunto, lo stile proustiano resta forse il più grande enigma della “Recherche”, opera studiatissima ma raramente davvero compresa, citatissima ma il più delle volte a vanvera da gente che ne ha lette sì e no dieci pagine, commentatissima ma quasi mai afferrata nella sua impressionante interezza – come non la afferrai io dopo la prima lettura, ce ne vollero altre tre complete e innumerevoli parziali per arrivare a capirci veramente qualcosa. Ma, la si capisca a fondo o meno, la “Recherche” resta una lettura meravigliosa, aperta a tutti, purché si abbia la giusta pazienza; che la leggiate dall’inizio alla fine senza interruzioni (come feci io la prima volta) oppure inframmezzandovi altre letture (come feci nel caso delle successive riletture), lo stile proustiano vi entrerà dentro e si dipanerà in tutta la sua unicità, in tutta la sua inesorabile precisione e dolcezza.

Si potrebbe andare avanti a lungo a scrivere sulla “Recherche”, perché in fondo i punti che ho toccato in questa recensione sono pochi, al di sotto dell’essenziale; si potrebbero analizzare personaggi e intrecci, tematiche e stilemi, ossessioni e bizzarrie. Ma a che servirebbe?
Tutto è già stato fatto, e meglio, da tanti critici nei confronti dei quali mi sento molto debitore. Ma più che a tutti, mi sento debitore nei confronti di Marcel Proust, non solo per il piacere incommensurabile che mi ha regalato con la lettura della sua opera, ma anche per tutto quello che lo studio della “Recherche” mi ha insegnato sulla scrittura e sullo stile.
E allora, perché non concludere con le parole di Giovanni Macchia, prima di lasciarvi – se vorrete – a una brevissima disamina, romanzo per romanzo, delle sette parti che compongono la Cattedrale?

“Caro, dolcissimo Proust” – scrisse Macchia a suggello del suo lavoro critico sulla “Recherche”. “Tu sei stato l’ultimo erede di una tradizione che ha creduto, come fine supremo dell’uomo, nell’arte. Hai esplorato con estremo coraggio il Continente Uomo, nei suoi vizi e nei suoi ideali. Hai estratto dal mondo fisico dei segni che nessun altro era riuscito a decifrare. Hai scoperto giardini nelle tazze da tè. Il campanile di una chiesa, una siepe di biancospino, i ciottoli diseguali del cortile di una casa, l’odor di muffa di un gabinetto, il rumore di un cucchiaio contro un piatto o lo scorrere dell’acqua nei tubi, e tante piccole cose per altri insignificanti hanno trovato in te lo storico e il poeta: e così i tristi effetti della patologia, della nevrosi, i tic, le nevralgie, i nostri peccati futili e gravi. […] Parlando di tutto […] inseguivi la specifica e volatile essenza delle cose, per la riconquista di un paradiso di essenze. Modernissimo fino allo spasimo, hai adorato perdutamente il sapore, il colore di cose vecchie e svanite della Francia «seigneuriale» e borghese, nel mistero religioso delle cattedrali, nella maestà della pietra. […] Nella tua infinita prolissità ci hai costretti a soffrire, ad amare, ad annoiarci, ci hai regalato tristezza ed entusiasmo, fiducia e sconforto, guidandoci nella tua folta selva per poi disperderci, umiliarci. Hai scritto un’altra Commedia, o un nuovo Roman de la Rose. Ed ora che sulla tua opera si è depositata, come nelle antiche pitture, l’unità trasparente che chiamasti la «vernis des maîtres», e la patina e il velo che solo il tempo sa dare alle immagini dell’arte, anche ora avvertiamo di non poterti situare nella tranquilla luce diffusa, un po’ fredda, che impongono le cosiddette operazioni critiche della storia. Da tutto quel che si è scritto, che è come una cattedrale piena di irte guglie su un’altra immensa cattedrale, ci basta ricavare la consolante certezza, che hai cambiato il vecchio mondo senza distruggerlo.”

(Recensione scritta ascoltando Georges Bizet, “Sinfonia in Do maggiore”)  

LA STRADA DI SWANN – Nettamente suddiviso in due parti, il primo romanzo della “Recherche” contiene in realtà… due romanzi! Il primo, incentrato sulle estati del protagonista nell’agreste Combray, è una delle cose più belle che abbia mai letto; il secondo, dedicato al rapporto tra Swann e Odette (e alla gelosia che lo innerva), è uno straordinario romanzo d’amore che prefigura quello dedicato alla storia tra il Narratore e Albertine.  

ALL’OMBRA DELLE FANCIULLE IN FIORE – Premio Goncourt nel 1919 per un solo voto, è il romanzo che diede la notorietà a Proust e che lo fece assurgere improvvisamente alle vette del panorama letterario mondiale. Qualitativamente, per quanto una graduatoria sia probabilmente impossibile, è forse il romanzo più bello dell’intera serie, a partire dal meraviglioso titolo… 

I GUERMANTES – La traduzione italiana non conserva il rispecchiamento fra il terzo e il primo romanzo della “Recherche”, ma in questa sede gioverà ricordare che il titolo originale de “La strada di Swann” è Du côté de chez Swann così come il titolo originale dei “Guermantes” è Le côté de Guermantes. A traduzione corretta, bisognerebbe parlare della “parte di Swann” contrapposta alla “parte di Guermantes”, le due “strade” che, da Combray, conducevano a proprietà e milieu diversi: quello borghese e colto di Swann, quello aristocratico ma ormai svuotato di senso dei Guermantes, vestigia d’un passato che non tornerà più, di un Tempo (questo sì) mai più ritrovabile…   

SODOMA E GOMORRA – Il libro centrale della “Recherche” si apre con l’impressionante “scena primaria omosessuale” tra Charlus e Jupien, e svolge un discorso di incredibile modernità sul peso dell’attrazione sessuale nei rapporti sociali e, in particolare, sul “vizio” dell’inversione – tanto sul piano maschile che su quello femminile… Da leggere e rileggere al giorno d’oggi, altro che strapparsi le vesti per la mancata introduzione dell’educazione sessuale nelle scuole!

LA PRIGIONIERA – Il più ossessivo e “bloccato” tra i romanzi che compongono la grande opera proustiana, è un vero e proprio saggio clinico sulla gelosia patologica e sulla pulsione a controllare i sentimenti e gli oggetti d’amore. Sempre straordinario, ma più ostico di altri testi… 

LA FUGGITIVA – Naturale prosecuzione della “Prigioniera”, con cui costruisce un ideale dittico, è un romanzo più aperto, più incalzante, per quanto attraversato da profonde riflessioni e rimpianti da parte di un protagonista sempre più abbandonato dagli affetti e sempre più votato alla missione di trovare nell’Arte la propria realizzazione  

IL TEMPO RITROVATO – Straordinaria conclusione di questa lunghissima e avventurosa parabola esistenziale, il settimo romanzo è anche il più contrastato e duro, quello in cui il peso del trascorrere del Tempo si sente maggiormente e l’importanza della memoria involontaria esplode in tutta la sua formidabile chiarezza. Attraversato da una cupezza più pronunciata rispetto agli altri libri (complici le sconvolgenti scene ambientate durante la guerra mondiale, col bordello per soli uomini nel quale il Narratore ritrova uno Charlus ormai preda delle sue perversioni), il romanzo approda a un finale di allucinante nitore, che invoglia il lettore a… riaprire “La strada di Swann” e ricominciare subito la lettura!   

GIUDIZIO SINTETICO: ****

Testi citati
Pietro Citati – “La colomba pugnalata” (Adelphi, 2008)
Giovanni Macchia – “L’angelo della notte” (Rizzoli, 1979)
Ramon Fernandez – “Marcel Proust” (Bompiani, 1979)
André Maurois – “Alla ricerca di Marcel Proust” (Mondadori, 1956)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO