AMORI – Alina Reyes

# 426 – Alina Reyes – AMORI (Guanda, 2007, pagg. 63)

In sessantanove (numero scelto a caso?) micro-capitoli, la scrittrice francese Alina Reyes, diventata famosa qualche anno prima con “Il macellaio”, tenta di raccontare otto amori di una ragazza di nome Rrose (sì, con due “erre”: bah!) che suole rivolgersi alla propria vagina chiamandola… “rrosa” (di nuovo bah!). Tra esperienze adolescenziali e passioni della maturità, il microscopico diario di Rrose (il titolo originale, infatti, non è il banale “Amori” bensì “Le carnet de Rrose”) ci dischiude il suo mondo, fatto di sapiente masturbazione, squirting a gogò, sesso orale, e chi più ne ha più ne metta (ma sempre restando in sole 63 pagine! Se no lo sforzo rischia di diventare antieconomico, come ammette l’Autrice stessa o, meglio, la voce narrante della protagonista).

Mi è difficile commentare un libro come questo, e non perché la scrittura sia così brutta né, tantomeno, per il gusto programmaticamente scandalistico che lo contraddistingue. Ho quarantotto anni: non sono certo le (presunte) perversioni della signorina Rrose (o dell’Autrice) a scandalizzarmi! Piuttosto, a farmi arricciare il naso è il fatto che Guanda si sia prestata a pubblicare una stupidaggine simile, peraltro di una brevità imbarazzante, scritta tanto per monetizzare, come ammette anche l’Autrice, impegnata nel lodevole tentativo di cavalcare il già inspiegabile successo del “Macellaio”.

Guanda, editore di tutto rispetto, esce nel 2007 con questo insulso libriccino, con questo (falso) diario di una masturbatrice e di una cacciatrice di uomini che porta in palmo di mano la sua “rrosa” e – guarda un po’ che originalità! – vuole insegnarci che anche le donne amano fare l’amore e che anche le donne hanno i loro personalissimi modi per provare piacere, e che non dobbiamo considerarle creature misteriose, perché anche loro sono fatte di carne e sangue. Il problema è che neanche sforzandosi allo spasimo si riesce a individuare in questo insulso diario una parvenza di trama.

Ammettiamo pure che non fosse la trama a interessare l’Autrice, bensì la costruzione psicologica dei personaggi: va bene, ma quali sarebbero questi personaggi? Le presenze maschili non hanno neppure un nome (e poi tante scrittrici si lamentano che la narrativa maschile ridurrebbe le donne a macchiette!) mentre la protagonista è una voce narrante di nessuno spessore, capace solo di inanellare banalità e tentativi di lirismo che arrivano graditi come chicchi di grandine sul tettuccio dell’automobile. Per non parlare del giochino irritante della doppia “erre” all’inizio del suo nome: scelta autoriale, certo, legittima come tutte le scelte autoriali, ma oggettivamente stucchevole dal punto di vista della lettura (provare per credere).

Cosa salvare di un libercolo tanto sgangherato e pretestuoso? Praticamente nulla, perché quei pochissimi tocchi riusciti, quelle minuscole considerazioni che si potrebbero anche prendere per buone, finiscono diluite in un testo che, complessivamente, appare presuntuoso e inutile, risaputo e scolastico. Siamo ancora, e sempre, all’affermazione della libertà della donna di usare il suo corpo per provare piacere: e chi dice niente? Basta con questa storia, per favore, che avrà annoiato anche milioni di donne! Chissà perché se un Autore scrive un libro a tinte forti è pornografia, mentre se lo fa una donna è “un grido di libertà”!

Queste sciocchezze – ammesso che avessero senso in passato – certo non l’avevano già più nel 2007, soprattutto in Occidente, dove nulla è precluso alle donne, e non “fortunatamente”, bensì grazie a precise politiche democratiche ed egualitarie. Non ci sarebbe peraltro nulla di male nel fatto che Alina Reyes scriva libri spinti, e li scriva (giustamente) dal suo punto di vista di donna, se non fosse che tutto – stile, personaggi, trovate narrative e ortografiche – concorre a ingenerare irritazione nel lettore, come se l’Autrice non si accontentasse di raccontare una storia (perché è banale raccontare una storia, quello lo sanno fare anche gli uomini!) ma sentisse, al contrario, il perenne bisogno di esprimere qualcosa d’impalpabile che appartiene alla sua natura più intima e segreta, qualcosa di talmente importante da meritarsi libri su libri (tutti o quasi rigorosamente anti-narrativi) e “rrose” su “rrose”.

Ecco, direi che di questo tipo di testi se ne hanno le scatole piene, e fa davvero specie che Guanda (e anche altre prestigiose case editrici) corteggino le Autrici per avere l’onore di dar loro voce, quando lo scopo vero e proprio è intercettare gli allocchi che ci cascano, su queste baggianate, ritenendole vere e proprie manifestazioni di femminismo e affermazioni di libertà e di dignità. Quando, purtroppo, non sono altro che inchiostro e tempo sprecati. Poco, per fortuna, viste le 63 pagine, tanto dell’uno quanto dell’altro.     

(Recensione scritta ascoltando Franco Battiato, “La stagione dell’amore”)


PREGI
Qualche svolazzo e qualche minimo tocco d’ironia, comunque insufficienti a salvare l’opera nel complesso


DIFETTI
Irritante nel suo tentativo di essere arguto, sconfortante nel suo tentativo di essere intelligente, deludente nel suo tentativo di essere eccitante. Basta così? 


CITAZIONE
“Scrivere questo diario mi mette voglia di masturbarmi. La mano che scrive è la stessa che masturba. Quando le donne sapranno masturbarsi come gli uomini, scriveranno libri altrettanto grandi.” (pag. 36)


GIUDIZIO SINTETICO: *

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

?
°
½
*
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**½
***
***½
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO