APEIROGON – Colum McCann

# 313 – Colum McCann – APEIROGON (Feltrinelli, 2024, ediz. orig. 2020, pagg. 518)

Nel 1997, per un attentato suicida di matrice palestinese in Ben Yehouda Street, a Gerusalemme, il cittadino israeliano Rami Elhanan perde sua figlia Smadar, di quattordici anni. Esattamente dieci anni dopo, il cittadino palestinese Bassam Aramin, con qualche trascorso turbolento e sette anni di carcere alle spalle, vede morire sua figlia Abir, colpita alla nuca da un proiettile di gomma sparato da un soldato israeliano appena maggiorenne. Uniti dalla devastante esperienza di perdere una figlia, Rami e Bassam si conoscono nell’alveo di un gruppo di conforto per vittime del terrorismo, e capiscono che i loro due lutti sono in realtà un unico lutto, sono l’immagine della tragedia di due popoli divisi e impossibilitati a comunicare, eppure impastati uno all’altro in un territorio antico e intriso del sangue di decine di generazioni. Divenuti amici inseparabili, Rami e Bassam iniziano a viaggiare per il mondo per parlare della loro esperienza, a convegni e tavole rotonde, con attivisti e capi di Stato, perché – come Rami ha scritto sulla sua moto, con la quale gira per i martoriati territori della Cisgiordania – “non finirà finché non parliamo.”

È un romanzo, “Apeirogon” di Colum McCann, scrittore irlandese classe 1965? Oppure è un reportage? Rigorosamente basato su fatti realmente accaduti, e corredato da alcune immagini che comprovano, laddove ce ne fosse bisogno, che le due giovanissime vittime Abir e Smadar sono effettivamente esistite, il libro è il racconto, romanzato e sincopato, di un’amicizia nata nella violenza e nel lutto, ma capace di andare oltre, diventando testimonianza vivente – e duplice, sia da parte israeliana che palestinese – di una speranza legata al confronto e all’ammissione.

Se infatti la morte della quattordicenne Smadar è stata causata dall’assurdo, fanatico attentato di tre ragazzi cisgiordani indottrinati alla jihad fin dalla nascita, quella di Abir, bambina di dieci anni che aveva appena comprato un braccialetto di caramelle e stava andando a scuola, per mano di un soldato addestrato a temere ogni palestinese e a reagire con violenza a ogni pericolo, è altrettanto tragica e assurda, ed entrambe sono frutto di una situazione sclerotizzata della quale non sono responsabili tanto gli individui, quanto piuttosto il potere politico – da una parte come dall’altra – che ha tutto l’interesse a mantenere la tensione e a dar voce alla paura e all’incomprensione.

Perché israeliani e palestinesi non possono essere un unico popolo, visto che, peraltro, essi condividono un ampio ventaglio di tradizioni e di usanze? Oppure, di contro: perché non dovrebbero poter disporre di due Nazioni separate ma non necessariamente nemiche? Al netto delle contestazioni territoriali, che esistono anche tra Nazioni in pace, la situazione mediorientale così come la descrive McCann appare ormai un impasto di pretese e rancori, una mescolanza di odio e paura dalla quale è impossibile tornare indietro, estraendo i singoli elementi e collocandoli nelle loro giuste posizioni.

Fra una Gerusalemme divisa in due e la complessa, militaresca gestione dei Territori Occupati, con i checkpoint e le perquisizioni continue, fra i coloni israeliani che, obbedendo a una sorta di richiamo ancestrale, hanno occupato (e in diversi casi civilizzato) fette di territorio palestinese e organizzazioni di ogni tipo che puntano soltanto alla distruzione della nazione ebraica, sfruttando biecamente il popolo palestinese per i propri scopi politici, la situazione è talmente ingarbugliata da non permettere a nessuno di vedere un modo sensato per dispiegare il terrificante gomitolo.

Ed ecco che il libro di McCann, sospeso com’è tra l’invenzione romanzesca e la riproduzione fedele della realtà, grazie all’indubbia capacità dell’Autore di tessere un fittissimo reticolo di rimandi e suggestioni, sia culturali che di cronaca, sia emotivi che razionali, riesce a tratteggiare i contorni di una via d’uscita, ergendosi a difesa dello spirito umanitario più vero e sincero, non quello (troppo spesso menzognero) di ONG e retorica politica, che ottengono solo il risultato opposto, quello di innervosire il pubblico e radicalizzare lo scontro; al contrario, lo spirito che McCann fa emergere attraverso le figure (reali) di Rami e Bassam, uomini lungi dall’essere perfetti, ma capaci di capirsi e rispettarsi profondamente, è sincero e positivo, dettato dal dolore, è vero, ma proiettato al futuro, in grado – insomma – di abbattere le sovrastrutture del pensiero unico e della retorica, per approdare a un dialogo vero, sentito e soprattutto possibile.

Sì, perché alzi la mano chi non ha mai pensato che basterebbe che israeliani e palestinesi si parlassero, e si ascoltassero davvero, perché la situazione possa perlomeno migliorare. Poligono con un numero illimitato di facce numerabili, l’apeirogon raccontato da McCann è il Medio Oriente stesso, quella terra di sofferenze e di guerre, di paura strisciante e di esplosioni di violenza improvvisa, ma anche di antichissima spiritualità (Gerico è la città più antica del mondo, abitata e fortificata già nell’8000 a.C.!) e di sconfinata cultura. Una terra che meriterebbe di essere abitata pacificamente, e visitata da milioni di persone attratte dalla sua arcaicità, non bombardata e aggredita, dilaniata e squarciata da una guerra che, bene o male, va avanti da decenni, per non dire da secoli.

Dai flussi migratori degli uccelli al viaggio disperato di un mistico ottocentesco, dal tentativo di una musicista palestinese di realizzare una sinfonia composta solo da rumori registrati in Cisgiordania alla celebre camminata di Philippe Petit, l’acrobata francese, su una fune tesa sopra i tetti di Gerusalemme, nel 1987, senza dimenticare, ovviamente i viaggi e le conferenze di Rami e Bassam, i tanti episodi delle loro vite e le vicende collaterali di figli e mogli, McCann è bravo a gestire una materia densa ed estremamente complessa, un apeirogon, appunto, un poligono dal numero infinito di lati che, da qualunque parte lo si guardi, sembrerà un cerchio.

Ed è forse proprio questa l’unica chiave in cui è possibile leggere a interpretare Israele e Palestina, come un misterioso oggetto geometrico, talmente sfaccettato da non essere afferrabile, e del quale purtuttavia bisogna trovare il modo di parlare, che in qualche modo va descritto e compreso, nella consapevolezza antica che “se dividi la morte per la vita, troverai un cerchio.”                       

(Recensione scritta ascoltando Boy George, “The Crying Game”)

PREGI:
suddiviso in capitoli brevissimi in numero crescente da 1 a 500 e, poi, decrescente da 500 a 1, con una coppia di capitoli centrali più lunghi e distesi dedicati ai due protagonisti, è un oggetto letterario curioso e originale, che sa accostare in una narrazione stratificata ma mai noiosa idee e concetti i più apparentemente distanti che alla fine, in qualche modo, convergono tutti nella forma strana e impossibile dell’apeirogon, e restituiscono al lettore un’immagine dello scenario mediorientale più veritiera e profonda di tanti tediosi saggi di geopolitica e storia. Allucinante la descrizione delle procedure di controllo ai checkpoint nei Territori Occupati!     

DIFETTI:
fatalmente privo di una vera e propria trama (il fatto che le figlie di Rami e Bassam siano state uccise, e in che modo, viene svelato subito), è un libro che nella sua stessa struttura sembra voler replicare il perpetuarsi di una situazione – quella del conflitto israelo-palestinese – che sfugge alle interpretazioni e alla comprensione dei più. Nonostante la sottile tensione di certi passaggi (Bassam ai checkpoint, l’opposizione dura e pura della moglie di Rami, Nurit, alla politica di Netanyahu), il libro non offre al lettore un vero e proprio arco narrativo, ma si risolve piuttosto in un enigmatico cerchio dal quale sembra non esserci uscita, ed è questo, forse, il tratto più angosciante dell’opera di McCann   

CITAZIONE:
“In Palestina diciamo che l’ignoranza è una pessima conoscenza. Noi non parliamo con gli israeliani. Non siamo autorizzati a parlare con loro. […] Non abbiamo alcuna idea di come sia l’altro. Ecco dove sta la follia. Tirate su un muro, installate un checkpoint, rimuovete la Nakba dai libri, fate quello che vi pare. Ma il punto è questo: noi non siamo privi di voce, per quanto silenzio ci sia intorno. Abbiamo bisogno di imparare a condividere questa terra, altrimenti la dovremo condividere nelle nostre tombe.” (pag. 279)

GIUDIZIO SINTETICO: ***

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO