BUDAPEST – Chico Buarque

# 69 – Chico Buarque – BUDAPEST (Feltrinelli, 2005, pag. 138)

José Costa, abile ghost writer brasiliano, poliglotta, sposato con la fascinosa anchorwoman Vanda, si guadagna da vivere scrivendo discorsi per uomini politici, articoli (che non firma) e libri (sulla cui copertina figurano, fatalmente, altri nomi). Trovatosi, per caso, a Budapest (il suo aereo ha dovuto effettuare un atterraggio imprevisto per problemi tecnici), si imbatte in una lingua – l’ungherese – affascinante e misteriosa, e in una donna – Krisztina detta Kriska – che alterna crudeltà e trasporto, freddezza e passione. Diviso tra due donne – Vanda e Kriska – due città – Rio e Budapest – e due lingue – il portoghese e l’ungherese – José entra in una spirale di incertezza che gli fa perdere completamente l’orientamento, fino a una sorpresa finale…

Appena arrivati a Budapest, in viaggio di nozze, io e Sarah ci siamo imbattuti nelle misteriose parole di una lingua incomprensibile – la lingua non indoeuropea più parlata d’Europa: l’ungherese! “Vigyazz” (attenzione!); “Kijárat” (uscita); “Bejarat” (entrata); “Igen” (sì); “Sor” (birra). Queste e poche altre parole sono entrate nelle nostre conversazioni quasi senza che ce ne accorgessimo, o meglio: ce ne accorgevamo eccome, e ci piaceva usarle, ripeterle come un mantra per fissarle nella mente e farle nostre, consapevoli che mai saremmo riusciti a costruire un discorso di senso compiuto, troppo complessa era quella lingua così distante da qualunque altra che avessimo studiato nella nostra carriera di letterati.

L’ungherese non è una lingua indoeuropea, come il latino, il greco, l’italiano, il francese eccetera… È una lingua agglutinante che fa parte del cosiddetto “ceppo ugro-finnico”, dunque è molto più strettamente imparentata con il finlandese che con le più vicine tedesco, ceco, romeno, croato, sloveno, italiano. Insomma, l’ungherese non somiglia a niente di ciò che lo circonda; allo stesso modo, il libro di Buarque, cantautore brasiliano prestato alla letteratura, non somiglia a niente, e questo è già di per sé un pregio. La vicenda del bizzarro protagonista – un ghost writer brasiliano che si innamora dell’ungherese e di una ungherese, arcigna e scostante quanto la lingua che parla – sembra fondere due mondi che più antitetici non potrebbero essere: l’assolato, colorato e allegro Brasile e la grigia, fredda ed enigmatica Ungheria; la solare Rio de Janeiro e la misteriosa Budapest.

Il libro dunque vive di opposti: alla fredda, lunare Kriska si contrappone la passionale, solare Vanda; alla inquietante Ungheria si contrappone il familiare Brasile; al suono pieno e caldo del portoghese, il cacofonico e quasi impronunciabile ungherese. Buarque getta il suo lettore in una peripezia prima di tutto linguistica, che si fa esistenzialista e addirittura sentimentale, con il mestiere di scrivere sullo sfondo, sempre ben presente, come se l’Autore – che non è scrittore di professione – volesse riflettere sulle sue stesse azioni, sulla sua stessa attività scrittoria. Il libro, infatti, finisce per divorare sé stesso, diventando a sua volta un oggetto misterioso, come gli articoli e i libri che José scrive per conto terzi. La fascinazione per la lingua e per la scrittura compie, per così dire, un giro a 360° e si ritrova al punto di partenza, dando al lettore l’impressione di aver letto un libro indubbiamente interessante ma fondamentalmente irrisolto, il cui principale merito è quello di imporre alla scrittura, e alla lettura, un ritmo particolare, quasi un flusso sensuale che abolisce le cesure e amalgama tutto – Budapest, Rio, l’ungherese, il portoghese, Vanda, Kriska, i TG brasiliani, la letteratura ungherese, le chiacchiere da bar, le incertezze linguistiche, il registro aulico – in un unico discorso senza barriere e senza differenze, come uno spartito senza tempo, cui qualcuno abbia abolito la suddivisione in battute. Esperimento interessante, libro di grande successo in Brasile, che lascia però – alla fine – una sensazione come di “Kijárat” senza “Bejarat”, di uscita senza entrata. O viceversa.         

(Recensione scritta ascoltando Angelo Branduardi, “Ballo in Fa♯ Minore”)

PREGI:
un bell’attacco e una bella chiusa, che non sono elementi disprezzabili in un romanzo! Inoltre, una originalità di fondo e la capacità di svolgere discorsi non banali sulla scrittura e sull’ambizione

DIFETTI:
a tratti sopra le righe, il libro soffre soprattutto di un modo abissale di raccontare che spesso non fa i conti con il fondamentale realismo, e tende a mescolare tutto – sensazioni, sogni, idee, speranze e fatti oggettivi – in un pastone poco chiaro in cui il lettore, a volte, fa un po’ fatica a orientarsi

CITAZIONE:
“Vedere le mie opere firmate da estranei mi provocava un piacere nervoso, un tipo di gelosia al contrario, Perché per me, non era la persona che si impossessava della mia scrittura, ma era come se fossi io a scrivere nel suo quaderno.” (pag. 16)

GIUDIZIO SINTETICO: **

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO