EPEPE – Ferenc Karinthy

# 66 – Ferenc Karinthy – EPEPE (Adelphi, 2015, ed. orig. 1970 – pag. 217)

Un linguista ungherese di mezz’età, il professor Budai, deve partecipare a un convegno a Helsinki. Per qualche motivo, però, il suo volo atterra in una città sconosciuta, sovraffollata e irrequieta, nella quale – per giunta – si parla una lingua di cui Budai, nonostante la sua cultura, non capisce una parola. Trovato alloggio presso un hotel, per via della barriera linguistica (o forse per qualche altro misterioso motivo…) non riesce a farsi restituire il passaporto, e così si ritrova a vivere un incubo in una città in cui non riesce a comunicare con nessuno, né a orientarsi, fino a un violento, ma forse catartico, finale…

Sarebbe scontato tirare in ballo, per questo brillante libro di Ferenc Karinthy, poco conosciuto scrittore ungherese morto nel 1992, nientemeno che Franz Kafka: “Il castello” e, più ancora, “Il processo”, con le loro meccaniche enigmatiche e il tono di strisciante complotto contro il protagonista. Ma resisto alla tentazione, e cerco di svolgere qualche considerazione un po’ più originale su questo stranissimo e affascinante oggetto letterario.

Anzitutto, Karinthy sceglie una narrazione in terza persona molto classica, ma anche molto meno asettica e impersonale di quella kafkiana. Pur limitandosi a registrare, pagina dopo pagina, l’orrore della situazione in cui il povero Budai sprofonda, non capito da nessuno, coi soldi che scarseggiano e nessuna possibilità di trovare una via di fuga da una città assurda e brutale, che sembra un concentrato di centinaia o migliaia di metropoli di tutto il mondo e che non offre alcun punto di riferimento – né al protagonista, né al lettore; pur evitando accuratamente toni melodrammatici o cadute nel facile vittimismo; pur rinunciando a sciogliere l’enigma di fondo (dove è finito Budai?), beh, nonostante tutte queste decisioni “estreme”, che sembrano privare il romanzo proprio delle sue carte migliori, il libro di Karinthy non solo regge, ma diventa sempre più incalzante pagina dopo pagina, sempre più efficace nel tratteggiare i contorni incerti di quest’incubo senza nome, che si è tentati di considerare assurdo (in fondo, come si fa a non riuscire ad andarsene da una città?!) ma  che riesce invece – pur nella quasi totale assenza di dialoghi – a farci appassionare ai personaggi (pochi) e ai luoghi: l’albergo, il mercato coperto, il palazzo in costruzione, l’incomprensibile metropolitana, il laghetto, la pista da pattinaggio, la cabina dell’ascensore…

Tutto diventa in qualche strana maniera “familiare”, in questo libro perturbante quant’altri mai, che sembra toccare temi così sepolti in ciascuno di noi (l’appartenenza a un gruppo, a una Nazione, a un ceppo linguistico, a degli affetti, a delle abitudini) da essere dati per scontati, fino a quando non accade qualcosa che li mette in discussione. In questo senso, quello di Ferenc Karinthy è un libro squisitamente hitchcockiano: Budai è il “wrong man” di tante trame di sir Alfred, l’uomo innocente che si trova al centro di un intrigo che non ha cercato né tantomeno causato. Se in certi punti il libro può apparire un po’ difficile da credere (possibile che, per quanto perlustri la città, Budai non incappi mai in una stazione ferroviaria, in una agenzia di viaggi, in un consolato straniero…?), in altre parti esso è addirittura mefistofelico per come riesce a reggere la sua finzione. Karinthy sa benissimo cosa sta scrivendo: un incubo, puro e semplice, di quelli in cui le cose non si realizzano, e non riusciamo a incontrare la persona che stiamo cercando, e quando finalmente la incontriamo non riusciamo a parlarle, e anche dopo che le abbiamo parlato, non riusciamo a fare quello che ci ha detto… Ecco, “Epepe” ha un aspetto e un’andatura onirici supportati però da tutta la concretezza che può avere un romanzo, che non è un film e non può imbrogliare nessuno con immagini fascinose e prive di significato, ma deve spiegare, contestualizzare, giustificare.

Su tutto, spicca la bellissima, commovente figura di Epepe (o Edede, o Dede, O Ethethe, o Ediede…) questa ragazza bionda, l’unica che sembra interessata ad ascoltare il povero Budai, pur non capendo una parola di quello che dice, l’unica persona con la quale, pur nell’impossibilità dello scambio verbale, sembra instaurarsi qualcosa che somiglia a un rapporto affettivo, e che sfocia in una delle più belle scene d’amore che io abbia mai letto. Al di là del suo valore metaforico (il libro è nato nell’Ungheria del 1970, ancora sotto il tallone sovietico, ed è impossibile non pensarci quando si leggono le pagine finali, con la sommossa popolare che ricorda i fatti di Budapest del 1956…), “Epepe” è un capolavoro di stile e di misura, una rappresentazione cristallina dell’angoscia di vivere e dell’impossibilità di capire il mondo circostante.                

(Recensione scritta ascoltando Franz Schubert, “La Morte e la Fanciulla”)

PREGI:
una scrittura incredibilmente abile nel descrivere, con tonalità quotidiane, una realtà da incubo, nonché a giocare con gli aspetti linguistici, a partire dall’incomprensibile idioma parlato dagli abitanti del posto, compresa Epepe (o Ebebe, o Ethethe, ecc… Budai non riesce nemmeno a capire la grafia esatta del nome della donna di cui s’innamora!)    

DIFETTI:
fatalmente molto descrittivo, è un libro per palati fini, che scopre pochissime delle carte che presenta, misteriosamente coperte, sulla tavola. Se fosse un dipinto, sarebbe senz’altro di De Chirico!

CITAZIONE:
“Per la prima volta Budai la vide sorridere. Si sentì assalire da un misto di fiacchezza e tenerezza, dall’improvviso desiderio di starle vicino, di riposare al suo fianco… Sì, mentre osservava lei e sé stesso, aveva solo il desiderio di sdraiarsi e dormirle accanto, nello stesso letto, aspettare che la ragazza prendesse sonno, ascoltare il suo respiro, sentire il battito delle sue vene attraverso la pelle sottile dei polsi; questo l’avrebbe appagato totalmente.” (pag. 70)

GIUDIZIO SINTETICO: ***½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO