FIGHT CLUB – Chuck Palahniuk

# 165 – Chuck Palahniuk – FIGHT CLUB (Mondadori, 2003, ediz. orig. 1996, pagg. 224)

Il grigio funzionario di una società di assicurazioni, incaricato di calcolare i rimborsi assicurativi in caso di incidenti d’auto con esito fatale e insonne cronico, frequenta truffaldinamente i gruppi di sostegno per malati terminali, dai quali trae una forma malsana di conforto. L’incontro in aereo con l’affascinante Tyler Durden, che vende ai saloni di bellezza sapone fatto con il grasso delle liposuzioni, gli cambierà letteralmente la vita: assieme, l’anonimo protagonista e Tyler metteranno in piedi un club segreto i cui membri si incontrano negli scantinati per fare a pugni e riassaporare così la brutale verità della natura umana, cancellata dallo stile di vita occidentale, che non sa più fare i conti col dolore e con la morte. Cresciuto a dismisura, il Fight Club non si porrà più limiti e arriverà a pianificare una rivoluzione economica e sociale di portata mondiale… se non fosse che i due fondatori debbono prima risolvere un piccolo problema di identità!

Risulta, curiosamente, piuttosto arduo riassumere la magmatica trama del folgorante romanzo d’esordio di Chuck Palahniuk, conosciuto anche per il notevole film che vi ha tratto David Fincher, con Brad Pitt ed Edward Norton come protagonisti. Divenuto quasi subito un libro di culto, con “Fight Club” riesce a Chuck Palahniuk quello che forse non gli è mai più riuscito, nella sua ormai non più breve carriera di scrittore: unire lucidità di pensiero ed efficacia di stile.

Alla base del romanzo, inutile negarlo, c’è un’idea semplice e geniale: costruire una poderosa satira del mondo occidentale contemporaneo, preda di slogan pubblicitari e sommerso dalla spasmodica ricerca del superfluo e, allo stesso tempo, ipotizzare una rivolta globale basata sull’annullamento dei debiti e sull’abbattimento degli istituti bancari. Sardonico e violento, l’esordio di Palahniuk non poteva passare inosservato, e infatti “Fight Club” è ancora il più grande successo dello scrittore americano, salutato, a metà anni ’90, come la più interessante e originale “nuova voce” della letteratura mondiale. Ora, a prescindere dalla effettiva novità di ciò che Palahniuk propone, è innegabile che “Fight Club” sia un libro ferocemente divertente e ben congegnato, soprattutto nella costruzione del racconto, con l’Io narrante dell’anonimo protagonista che riserva al lettore uno straordinario colpo di scena nel finale, una di quelle sorprese che mozzano il respiro e scolpiscono il libro nella memoria (a patto ovviamente che lo si legga senza avere ancora visto il film!).

Questo “ribaltamento di prospettiva”, assieme ad alcune scene oggettivamente memorabili – il furto del grasso delle liposuzioni dalla clinica per farne sapone di altissima qualità, il primo combattimento tra il protagonista e Tyler, le sedute nei gruppi di sostegno – e a diversi personaggi di contorno decisamente riusciti (in particolare la fumatrice compulsiva Marla Singer e lo sfortunato Bob, cui una terapia ormonale ha fatto crescere un imbarazzante seno femminile) fanno di “Fight Club” un romanzo vivo e vivace, che sembra intercettare un certo qual fermento che attraversava, negli anni ’90, la società occidentale, il post-yuppismo fatto di mobili Ikea e abiti firmati, insomma, fatto di status symbols tanto attraenti quanto inutili.

In questo senso, “Fight Club” ha rappresentato per gli anni ’90 quello che “American Psycho” di Bret Easton Ellis, pubblicato nel 1991, ha rappresentato per gli anni ’80: una critica feroce e senza scrupoli, un calderone incandescente e apertamente scandalistico (Palahniuk ha sempre scritto per fare scalpore, e le sue opere successive, seppur decisamente meno riuscite, lo dimostrano) che non si preoccupa delle reazioni scandalizzate e contrarie, anzi, le favorisce e le desidera, perché in fondo l’idea di un Chuck Palahniuk (come anche di un Michel Houellebecq) è che la vera letteratura debba lasciare un segno, sconvolgere, incidersi nella carne del lettore, oltre che nella sua mente, e allora chissenefrega se il libro è anche volgare e astuto, programmatico nel proporre il suo attacco ai luoghi comuni e alle abitudini dell’Homo Occidentalis, nonché sottilmente ambiguo nella sua proposta di un ritorno al primitivo, al prestigio dell’individuo legato a come usa i pugni. Certo, lo stile di Houellebecq è immensamente più raffinato e profondo di quello di Palahniuk, che cerca anche con le parole formulazioni primitive e primigenie, per offrire al lettore un approccio ammiccante e ghignante; ma è innegabile che il suo esordio datato 1996 sia stato notevole, non epocale magari, ma chiunque dicesse di non essersi divertito nemmeno un po’, e di non essersi sentito un po’ più libero leggendo “Fight Club”, credetemi, mentirebbe.

(Recensione scritta ascoltando i Joy Division, “New Dawn Fades”)

PREGI:
molto ben congegnato dal punto di vista narrativo, il libro funziona in tutto, anche nei comprimari, alcuni dei quali memorabili. Lo stile nervoso e sardonico fa il resto, e la lettura, a patto che non si rifiutino le locuzioni un po’ “forti” e il politicamente scorretto, diverte senza dubbio e instilla una sana voglia – un po’ fine a sé stessa, se vogliamo, ma pur sempre salutare – di ribellione al “sistema”    

DIFETTI:
furbo e calcolatissimo, è un libro apparentemente brutale e sincero, ma in realtà molto freddo nel suo sviluppo apertamente scandalistico, pensato per spiazzare il lettore abituato a storielle innocue, e attraversato da un’ambiguità di fondo che l’Autore si guarda bene dallo sciogliere, ben sapendo che in essa risiede, se vogliamo, il principale punto di forza del romanzo. Cui manca, però, un tocco di sana verve bukowskiana…  

CITAZIONE:
“Ho cominciato da due schermate la mia demo per quelli della Microsoft e sento sapore di sangue in bocca e devo cominciare a deglutire. […] Le labbra mi diventano appiccicose di sangue e io mi sforzo di ripulirmele con la lingua e quando le luci si accenderanno mi rivolgerò ai rappresentanti della Microsoft, mi rivolgerò a Ellen e Walter e Norbert e Linda, grazie di essere venuti, con la bocca luccicante di sangue che mi spunta dalle fessure tra i denti. Si riesce a mandar giù una bicchierata di sangue prima di vomitare.” (pag. 46)

GIUDIZIO SINTETICO: ***

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO