HHhH – Laurent Binet

# 82 – Laurent Binet – HHhH (Einaudi, 2014, pag. 342)

Il 27 maggio 1942, un drappello di esuli cechi, addestrati in Inghilterra e paracadutati nei pressi di Praga dalle forze aeree inglesi – la famosa RAF – assassinava, con uno dei più temerari atti di resistenza al Nazismo, il Reichsprotektor Reinhard Heydrich, braccio destro di Himmler e tra i principali artefici della Soluzione Finale, che portò alla morte di milioni di ebrei. Il gesto, ovviamente, verrà lavato col sangue dalle forze d’occupazione naziste, che si rifaranno sulla popolazione civile, in un dramma senza fine di cui non sembra più esserci né inizio né conclusione.

Era molto tempo che “HHhH” (acronimo che sta per “Himmlers Hirn heißt Heydrich” – “Il cervello di Himmler si chiama Heydrich”) mi incuriosiva, e finalmente l’ho letto. Ora ho il problema di doverne scrivere! Perché cosa si può scrivere di un libro così particolare e, allo stesso tempo, così sottilmente deludente? Attenzione all’avverbio: “sottilmente”!

Quella che mi ha trasmesso “HHhH” non è una delusione cocente, o totale, o mostruosa. Solo “sottile”, appena un velo, forse perché il libro si preannunciava pluri-premiato e acclamato da schiere intere di lettori adoranti, forse perché il tema mi piace molto (è noto che amo studiare il Nazismo), forse perché apprezzo le rivisitazioni storiche (non necessariamente i romanzi storici). Insomma, c’erano tutti gli ingredienti perché anch’io potessi gridare al capolavoro, e invece… invece… Andiamo con ordine, però, altrimenti non riesco a spiegarmi e magari passo per il solito fustigatore di libri di successo (come se il successo altrui mi desse fastidio, cosa non vera, ve lo assicuro). Dunque, l’idea di Laurent Binet può sembrare originale solo a chi non abbia mai letto un libro di Emmanuel Carrère. Chi, viceversa, ha letto Carrère, sa benissimo di cosa parlo: romanzi travestiti da saggi, e viceversa, ma soprattutto, libri nei quali l’Io dello scrittore è parte integrante della narrazione, anzi, ne è la spina dorsale.

Un Carrère in tono minore, dunque? No, non necessariamente, perché non si può negare a Binet la capacità di svolgere un discorso profondamente personale e al contempo storiograficamente sensato: dare corpo e voce agli eroi cechi che, a prezzo delle loro vite (e, purtroppo, a quelle di molti civili, tra cui gli abitanti del villaggio di Lidice, sterminati dal nazisti per rappresaglia), uccisero la “bestia bionda” Reinhard Heydrich, senza dubbio uno degli uomini più spietati del Terzo Reich, grande artefice della famigerata conferenza di Wannsee, durante la quale si decise lo sterminio sistematico degli ebrei. Josef Gabčík, Jan Kubiš e Josef Valčík, i tre paracadutisti-attentatori, ma anche il traditore Karel Curda, la superspia tedesca al servizio dell’Inghilterra, Paul Thümmel, e tanti, tanti altri personaggi, perlopiù eroici, il cui ricordo fatica a sopravvivere, sono i veri motivi che spingono Binet a scrivere, che lo inducono a profondere le sue energie nella faticosa stesura del libro. Ma alla fine, com’è questo benedetto libro?

A parte il sincero afflato libertario che lo anima, “HHhH” è un libro che si smarca apertamente (fin troppo) da tutto ciò che è romanzesco, da tutto ciò che è “letteratura”, nei confronti della quale l’Autore non nasconde di provare un certo ribrezzo. Binet non vuole romanzare nulla, non si permetterebbe mai: i suoi personaggi sono eroi veri, traditori veri, mostri veri: guai a banalizzarli con racconti inventati, o facendogli pensare e dire ciò che vuole lo scrittore – pur se magari perfettamente documentato. Meglio scrivere una specie di “saggio narrativo work in progress” à la Carrère, appunto, nel corso del quale al racconto, rigorosamente documentaristico con pochissimi tocchi d’inventiva, delle azioni dei paracadutisti cechi, si alternano riflessioni sull’atto stesso dello scrivere, dell’indagare, del ricostruire la Storia.

E sarebbe anche tutto interessante, se non fosse che – parlo per me, ovviamente – dopo un po’ questo atteggiamento allo stesso tempo empatico e distanziante, che non consente mai al lettore di entrare davvero nella materia ma lo tiene agganciato al piano dell’oggi, al presente, dal quale lo scrittore scrive, finisce per stancare un po’, e per apparire sin troppo intellettualista, facendo rimpiangere un romanzo di quelli tosti e sinceri, seppur “basato su fatti realmente accaduti”. Ovviamente, il lavoro di Binet non è esente da grandi pregi (l’esattezza documentale, la capacità di connettere tempi e luoghi diversi facendo sentire tutta l’urgenza di raccontare questa storia, e rievocare i nomi e i volti di quei valorosi), bilanciati però, a mio avviso, da altrettanti difetti, uno su tutti: il tono, francamente un po’ saccente, dell’Autore stesso, che sembra Carrère, è vero, però il peggior Carrère (quello di “Un romanzo russo”, per intenderci), non il migliore (quello de “L’Avversario” e “Limonov”). Insomma, “HHhH” è una lettura indubbiamente interessante, diversa da molte altre, ma non necessariamente il capolavoro assoluto che, con toni entusiastici, scrittori del calibro di Vargas Llosa, Martin Amis e Bret Easton Ellis esaltano sulla quarta di copertina, manco fossero groupies pazze del loro idolo…

(Recensione scritta ascoltando Goran Bregović, “War”)

PREGI:
una scrittura nitida, chiara, capace di interrogarsi sulla Storia fino ad arrivare al singolo dettaglio, e di far capire quanto a volte sia proprio il singolo dettaglio a fare la Storia…

DIFETTI:
un po’ innamorato di sé (anche nei punti in cui fa professione di modestia), il libro non è privo di eccessive semplificazioni (“Lo sport è comunque una bella porcheria fascista”) e di una, a mio avviso preoccupante, “vena anti-letteraria” che si manifesta sotto forma di vere e proprie invettive contro chi ha avuto l’ardire di scrivere libri ispirati a fatti reali. Monsieur Binet, mica tutti devono per forza scrivere come lei o come Carrère! 

CITAZIONE:
“La Storia è l’unica vera fatalità: puoi rileggerla in tutti i sensi ma non puoi riscriverla. Qualunque cosa io faccia, qualunque cosa io dica, non resusciterò il coraggioso Kubiš, l’eroico Jan Kubiš, l’uomo che ha ucciso Heydrich.” (pag. 318)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il ìsistema Mereghettiî, che va da 0 a 4 ìstellineî: a 0, ovviamente, i giudizi pi˘ negativi, a 4 quelli pi˘ positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO