# 428 – Furio Bordon – IL CANTO DELL’ORCO (Sellerio, 2007, pagg. 404)
Roma, 1970: l’ex membro delle SS italiane Martino Mozzati, già processato e amnistiato per la strage nazifascista di Cavalta, è di nuovo nei guai. In una casupola di periferia giace, uccisa da un colpo di arma da fuoco, la sua amante, Francesca Benvenuto. L’ha uccisa lui? Oppure si è suicidata? Mozzati ne conserva il cadavere per diverse settimane, celebrando oscuri riti di commiato, quindi si rivolge al giovane giornalista di nera Luca Simoni, che scrive per un importante quotidiano della Capitale. Luca, confidando in uno scoop, raggiunge Martino e instaura con lui un rapporto di reciproca curiosità: l’ex-boia ormai cinquantenne “adotta” il giovane giornalista che, a sua volta, resta affascinato dalla figura di questo collaborazionista tanto spietato quanto apparentemente sincero e indifeso, pervicacemente convinto di aver scelto il male minore e di aver fatto ciò che ha fatto solo per aver creduto alle bugie dei suoi capi, e per la giovane età che l’aveva reso suggestionabile. Mentre Mozzati è latitante, Luca si dedica a tratteggiarne la figura sulle pagine del suo giornale attraverso una serie di articoli e di interviste a chi lo aveva conosciuto. Emerge così la figura di una sorta di strano bambino mai cresciuto, violento ma (forse) non crudele, animato da uno strano e personalissimo senso dell’onore e della giustizia, determinato a riabilitare la figura della sua ex-amante morta. E così, tra un incontro clandestino e l’altro, di intervista in intervista, i percorsi di vita del giornalista in carriera e dell’assassino in declino si stringono sempre di più l’uno all’altro, in un abbraccio tanto inesplicabile quanto stretto e soffocante. Fino a quando Luca dovrà prendere una decisione definitiva.
Ispirato alla figura storica di Luciano Luberti, il boia di Albenga, responsabile dell’uccisione nella cittadina ligure, durante l’ultima guerra, di cinquantanove persone, e coinvolto – nel 1970 – nella strana morte della sua amante Carla Gruber, rispecchiata in Francesca Benvenuto, questo libro del commediografo Furio Bordon (classe 1943) è la drammatizzazione romanzesca di una vicenda che per vari mesi appassionò l’Italia dei primissimi anni ’70. Al centro del racconto, autentico enigma attorno al quale si dipanano tutte le vicende, è il rapporto tra Luca e Martino, tra il ventisettenne cronista di nera, di buona famiglia decaduta, già disilluso e un po’ troppo indulgente verso la bottiglia, e il boia fascista mai pentito, anzi, convinto di aver fatto solo il proprio dovere in anni che non possono essere spiegati a chi non li abbia vissuti. Bordon è bravissimo a raccontare questo strano, innaturale legame, questo rapporto che finisce per somigliare a quello tra un improbabile padre e un figlio che deve sforzarsi di conoscerlo, e che avrebbe tutte le ragioni per detestarlo, ma che dopotutto in qualche strana misura gli vuol bene. Non a caso, una delle amanti dell’orco Martino a un certo punto si sente in dovere di domandarlo direttamente a Luca:” Ma tu, perché gli vuoi così bene?”
Già, perché un ragazzo nato dopo la guerra, cresciuto in un’Italia post-fascista e decisamente di sinistra dovrebbe provare affetto per un mostro come Martino Mozzati? Per un orco che ha sulla coscienza decine di persone? Eccolo il mistero attorno al quale Bordon costruisce il suo libro, un libro bello ed efficace, caratterizzato in particolare da dialoghi perfetti (l’Autore, del resto, è un commediografo), sempre ben tagliati e capaci di far progredire l’azione, mai fini a sé stessi, mai impegnati nel girare a vuoto, come tanti dialoghi della narrativa italiana contemporanea. Senza fare sconti né allo psicopatico Martino né all’illuso Luca, Bordon porta la vicenda a estreme conseguenze e racconta con delicatezza e partecipazione uno dei rapporti più strani e originali dell’intero panorama letterario nazionale, riuscendo a dire cose non banali su un periodo storico (il post-fascismo) tra i più tormentati e ardui da comprendere nella storia della nostra strapazzata Penisola.


Ricco di personaggi secondari ben abbozzati, a partire dalla poco di buono Francesca Benvenuto, raccontata nei ricordi di chi la conobbe quand’era sulla cresta dell’onda, “Il canto dell’orco” è un viaggio in un’Italia inquietante in cui il passato non è realmente passato, e in cui chi era colluso col tramontato regime è, spesso, ancora in posti di potere. Le figure secondarie più riuscite, infatti, sono forse proprio quelle degli ex-compagni di Martino, che Luca va a intervistare e che Bordon ci racconta in brevi, folgoranti capitoli, quasi dei singoli racconti isolati all’interno del più vasto romanzo, racconti di un tempo passato che però, in qualche misura, ancora esiste, racconti di un tempo crudele in cui uccidere cinquanta persone poteva essere considerato, dopotutto, un atto di pietà.
Se la figura di Luca Simoni, il giovane scrittore per niente idealista, anzi, se possibile ben più disilluso della sua controparte Martino, non sfugge, tutto sommato, a qualche cliché, e se qui e là nel racconto fanno capolino personaggi un po’ troppo velati di melodramma (penso soprattutto alla coppia di prostitute Nanda e Giovanna, e ad Anna, la figlia di Martino, che seduce Luca pur senza amarlo), va detto però che il boia dell’immaginaria Cavalta, Martino Mozzati, costruito sullo spaventoso Luciano Luberti, è un personaggio titanico che non si dimentica tanto facilmente, col suo corpaccione da orco delle fiabe e i suoi repentini cambiamenti di umore dovuti anche all’abuso di psicofarmaci, coi quali tiene a bada i ricordi di un passato incancellabile. E il libro, grazie alla padronanza da parte dell’Autore dei mezzi espressivi e linguistici e a uno stile serrato e concreto, si legge con una curiosità e un interesse che non sempre la narrativa italiana sa conquistarsi.

(Recensione scritta ascoltando Lucio Corsi, “Trieste”)
PREGI
Ben concepito e ben scritto, è un libro che affronta con coraggio tematiche veramente difficili, dalla fascinazione del male all’elaborazione della colpa. E non offre risposte facili o scontate, anzi, al contrario, segue i suoi personaggi fino alla fine con partecipazione ma anche con la consapevolezza che, probabilmente, una soluzione all’enigma non esiste, a meno che non si voglia indulgere in facili scappatoie psicologistiche… Splendidi quasi tutti i dialoghi.
DIFETTI
Se il boia Martino è un personaggio a tutto tondo, descritto in modo praticamente perfetto nella sua allucinata esistenza, non lo stesso si può dire di Luca Simoni, che a tratti cede un po’ al cliché del giornalista stanco di raccontare la morte e la violenza
CITAZIONE
«Quando uno crede in Dio, il Diavolo è una tentazione irresistibile. […] Poi arriva un cialtrone come Martino, una specie di massa pelosa senza cervello, legge su quelle carte che ti deve ammazzare e lo fa. Ma lui non è il Diavolo, è solo un povero stronzo.» (pag. 323)
GIUDIZIO SINTETICO: ***
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana