# 401 – Michael Ondaatje – IL CINEMA E L’ARTE DEL MONTAGGIO (Garzanti, 2003, pagg. 284)
Nel corso di cinque incontri, e di altrettante conversazioni, lo scrittore Michael Ondaatje, assurto agli onori delle cronache letterarie per il romanzo “Il paziente inglese”, da cui Anthony Minghella trasse un pluripremiato (e sopravvalutato) film, scambia opinioni sul cinema e, in particolare, sul montaggio con Walter Murch, classe 1943, uno dei più grandi montatori americani che, in carriera, ha firmato film epocali, tra cui “Apocalypse Now” di Francis Coppola. Le cinque conversazioni tra Ondaatje e Murch raccontano il cinema dall’interno, e dal punto di vista a suo modo privilegiato del montatore, che vede il girato nella sua interezza (quello di “Apocalypse Now” era lungo 400 chilometri!); ma soprattutto queste informali chiacchierate svelano al lettore qualcuno dei tanti segreti dell’arte del montaggio, la fase in cui, a detta di tantissimi registi – tra cui Orson Welles e Stanley Kubrick! – il film nasce veramente, e il cinema si differenzia radicalmente dalle altre arti.
Un tempo, leggevo continuamente libri sul cinema. Il cinema, anzi, è stata la mia prima, vera, grande passione, anticipando la letteratura, che sarebbe arrivata dopo a prenderne il posto. Perché sì, è vero: oggi il cinema lo seguo meno, mi interessa meno. Perché? Ci arriveremo, se avrete la pazienza di leggere questa recensione che – lo prometto – non diventerà un pretesto per parlare di me (ben misero argomento!) ma che potrà forse offrire qualche spunto interessante a chi ama – o ha amato – sia il cinema che la letteratura.
Che cos’è il cinema?, si chiedeva André Bazin in un celebre saggio. Forse niente lo spiega più del montaggio, tanto che sarebbe meglio domandarsi: che cos’è il montaggio? Infatti, se per definire il cinema si adoperano concetti come la regia, la recitazione, il sonoro, il trucco, i costumi o gli effetti speciali, fondamentalmente non si esce mai del tutto da quello che è l’impianto espressivo di base di quest’arte recente, ovvero quello teatrale. Il cinema, per molti aspetti, non è che un figlio del ben più antico teatro, un figlio più tecnologico, forse (per quanto certi impianti teatrali nulla o quasi abbiano da invidiare alle macchine produttive cinematografiche), ma comunque un epigono, basato sulla scrittura di un testo (la sceneggiatura) che degli attori reciteranno, anziché su un palcoscenico davanti all’occhio impassibile di una macchina da presa. A dirigerli ci sarà un regista, una figura che ha il compito di dare un’impronta unica e coerente al lavoro di tante teste, non solo quelle degli attori ma anche quelle dei tecnici, degli scenografi, dei truccatori, insomma, di tutto coloro che concorrono a produrre il film.
Non stupisce dunque scoprire che alcuni grandi registi hanno sempre sostenuto l’assoluta importanza del montaggio nella nascita di un film, anzi, secondo Kubrick il montaggio era la parte più importante e creativa, laddove le riprese – pur, ovviamente, necessarie – rappresentavano uno step non sempre lucido e non sempre perfettamente controllabile. Dello stesso parere era Orson Welles, citato direttamente da Murch durante una delle conversazioni, visto che proprio a Murch toccò rimontare secondo gli appunti (ritrovati) di Welles “L’infernale Quinlan”, celeberrimo film del grande regista americano, massacrato all’epoca dell’uscita in sala da una produzione che non capì le idee del suo Autore, e le distrusse con un montaggio sbagliato. Ondaatje ha il merito di mettersi in secondo piano, sfruttando il suo momento di notorietà legato al “Paziente inglese” (non conosco il libro, ma il film è un mattone ingiustamente premiato nel 1997 con nove Oscar) per intervistare il montatore del film tratto dal suo libro, per il quale, peraltro, Murch vinse uno dei suoi tre Oscar.
Conscio dell’importanza di questa arte, Ondaatje vuole carpire a Murch i segreti del montaggio, vuol scoprire quale sia il suo metodo quando si dedica a un film, visto che il montatore ha il privilegio di arrivare buon ultimo e di poter disporre di tutto il resto del lavoro già svolto – regia, sceneggiatura, interpretazioni, fotografia, eccetera. Sul tavolo del montatore, che una volta si chiamava moviola, si dispiega tutto ma proprio tutto il film, comprese le scene sbagliate, che a volte vengono incredibilmente recuperate e trasformate in momenti di grande cinema, laddove, in altri casi, per preservare l’armonia complessiva del film si sacrificano scene bellissime, tolte le quali, chissà perché, come per magia, un film che annoiava adesso funziona, cattura l’attenzione e si guarda con interesse.
C’è qualcosa di misterioso nel montaggio, nell’accostamento di un’immagine a un’altra, come ben sapeva già Ėjzenštejn, l’inventore del celeberrimo “montaggio delle attrazioni”, e come sapeva altrettanto bene Bazin, quando teorizzò il suo altrettanto celebre “montaggio proibito”. Ma tutto questo ci porterebbe troppo lontano, e dobbiamo rimandarne la trattazione ad altra sede. Certo però che autori come Bazin, montatori come Murch, registi come Kubrick mancano davvero troppo, e qui arriviamo al mio disamore per il cinema, che ormai, paradossalmente, offre troppo allo spettatore, con migliaia e migliaia di titoli ogni anno, perlopiù di qualità narrativa bassissima. Io sono cresciuto coi film di Hitchcock, con Kubrick, Truffaut, Lynch, Scorsese, Mann, Visconti, Herzog e Reitz.
Da studente, andavo al cinema tutte le settimane, anche più di una volta. Oggi non ci vado quasi più, soffocato tra i film di supereroi, che non sopporto, e le baracconate in serie, i cosiddetti franchise, che sopporto ancor meno. Del “mio” cinema non resta quasi niente. Allora, meglio leggersi il libro di Ondaatje e rievocarlo, quel cinema il vero cinema, con le parole di Walter Murch.
Titoli di coda.

(Recensione scritta ascoltando i Doors, “The End”)
PREGI:
la struttura a intervista è semplice e piacevole da leggere, con Ondaatje nel ruolo di fornitore di temi e argomenti e Murch in quello di esperto con una straordinaria carriera alle spalle. Anche solo l’aneddotica vale il prezzo di copertina!
DIFETTI:
pur non essendo un saggio specialistico sul cinema, va da sé che un libro simile non sia per tutti, ma solo per chi ama il cinema e lo conosce, almeno in riferimento ai registi più famosi e alle opere più note del XX secolo
CITAZIONE:
“Sto in piedi quando monto un film: è un’attività che impegna tutto il mio corpo.” (Walter Murch – pag. 233)
GIUDIZIO SINTETICO: ***
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…







Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana