IL FIGLIO DELL’IMPERO – Francesca Sanvitale

# 371 – Francesca Sanvitale – IL FIGLIO DELL’IMPERO (Einaudi, 1995, pagg. 621)

Dalla rocambolesca fuga dalle Tuileries, nel 1814, in una Parigi assediata dalle potenze vincitrici, quando aveva poco più di tre anni, fino alla morte a Schönbrunn, alle porte di Vienna, nel 1832, la breve, tragica parabola dell’unico figlio di Napoleone Bonaparte e Maria Luisa d’Asburgo, cresciuto dagli austriaci col nome di Franz, Duca di Reichstadt, viene tracciata dalla penna sapiente di Francesca Sanvitale in uno stile a metà tra narrativa e saggistica, seguendo il modello di scrittura di Marguerite Yourcenar: né romanzo né saggio, ma un affascinante ibrido che punta a restituire al lettore (purché paziente) un ritratto profondo e sfaccettato del protagonista e dei tanti altri personaggi – tutti storici, tutti realmente esistiti – che gli hanno fatto, a diverso titolo, da compagni di strada nella sua breve vita. Dalla madre, l’arciduchessa d’Austria Maria Luisa d’Asburgo, alle “tate”, in particolare l’affezionatissima Madame Montesquiou, dai precettori – in primis il severo barone Dietrichstein – ai (pochi) amici, tra cui spicca la figura di Anton Prokesch, il libro ci porta nel mondo immediatamente post-napoleonico, senza dimenticare i grandi attori politici dell’epoca: Klemens Metternich, “anima nera” della Restaurazione post-Waterloo, il suo consigliere Friedrich von Gentz, lo stesso Imperatore Francesco I, nonno del Duca di Reichstadt e suocero di Napoleone, e per concludere, Lui, il convitato di pietra di questo strano romanzo-saggio, l’Empereur, Napoleone Bonaparte, il più grande uomo d’armi della storia occidentale, l’archetipo dei dittatori novecenteschi, l’enigma di Ajaccio, l’uomo che ha tenuto in scacco tutte le cancellerie d’Europa per un quindicennio, l’uomo che è arrivato alle massime vette del potere e del prestigio ma che ha finito la sua vita, il 5 maggio 1821, su uno scoglio nell’Oceano Atlantico, in esilio, e senza aver potuto vedere suo figlio crescere.

Da cultore di storia asburgica e da buon conoscitore di storia napoleonica, voi capite, non potevo lasciarmi sfuggire un libro come questo! La storia del povero Duca di Reichstadt, ricordato dai bonapartisti come Napoleone II (per questo, anni dopo, il nipote del grande Corso che divenne a sua volta Imperatore dei francesi scelse di chiamarsi Napoleone III) non è solo un distillato di politica e diplomazia europee d’inizio XIX secolo, ma è anche una vicenda profondamente interessante, dal punto di vista umano.

Cosa può aver significato per un ragazzo cresciuto in un Paese straniero essere figlio dell’uomo più temuto e chiacchierato d’Europa, se non del mondo? Nato da un matrimonio combinato, con il quale Napoleone puntava a ottenere il riconoscimento definitivo da parte delle teste coronate più antiche e nobili d’Europa – gli Asburgo, appunto – frutto, insomma, di un matrimonio politico, per contrarre il quale il grande condottiero dovette divorziare dal vero amore della sua vita, Giuseppina Beauharnais, quel bambino che venne al mondo il 20 marzo 1811 e a cui fu immediatamente attribuito il titolo (inventato) di Re di Roma fu, nominalmente, Imperatore dei Francesi per poco più di due settimane, nel 1814, tra l’abdicazione di suo padre che, sconfitto, partì per l’esilio sull’isola d’Elba, e il reinsediamento di Luigi XVIII di Borbone.

Appena sfiorato dal tocco della Storia, a soli tre anni il piccolo Napoleone Francesco Giuseppe Carlo Bonaparte (questo il suo nome completo) si ritrovò al centro di un intrigo diplomatico: Metternich non poteva permettere che diventasse l’alfiere dei bonapartisti, e lo fece crescere come un arciduca austriaco; sua madre, spedita a regnare nel piccolo Ducato di Parma, si disinteressò presto di un figlio che le generava più problemi che altro, e che le ricordava i pochi anni nei quali era stata la donna più importante d’Europa, col titolo di Imperatrice di Francia, accanto a un uomo che certo non amava ma che aveva imparato a conoscere e a rispettare; suo nonno, Francesco I d’Asburgo, lo trattava con distacco, non sapendo se fidarsene. In fondo, in lui viveva ciò che di più tangibile rimaneva al mondo del suo più formidabile avversario, Napoleone.

Trattato con distacco e con sospetto da tutti, amato forse solo dalle sue “tate” (che però, al compimento del dodicesimo anno, furono rispedite in Francia), calato in una realtà – l’Austria asburgica – che faceva a pugni coi suoi ricordi d’infanzia, nei quali giocava sulle ginocchia di Napoleone, privato persino del nome (per tutti era solo “Franz”, e il vuoto, consolatorio titolo di Duca di Reichstadt fu inventato apposta e non era ereditario, ovvero non avrebbe potuto essere trasmesso a eventuale progenie), il ragazzo crebbe tra desideri di rivincita e sincero bisogno d’affetto, da parte di una madre lontana e di un nonno malfidente, e sviluppò un carattere nel quale i frequentatori assidui non esitavano a intravedere tratti di autoritarismo e di bellicosità. Quanto c’era di Napoleone in suo figlio? E quante probabilità ebbe il ragazzo di arrivare, un giorno, a riottenere quello che aveva perduto alla tenera età di tre anni, ovvero un titolo reale e il governo di un Paese? Cosa significa crescere da deraciné, da sradicato, allevato per giunta proprio in casa di chi ha sconfitto ed esiliato il padre?

Francesca Sanvitale (1928 – 2011), giornalista e scrittrice di indubbie capacità, ci propone un libro densissimo di eventi e di aneddoti, nonché di considerazioni e di ipotesi, un racconto serrato e disteso al tempo stesso (in fondo, la vita del povero Franz fu brevissima, appena ventun anni, e non sembra giustificare un libro tanto lungo) che copre gli anni che vanno dal 1814 al 1832 con una fitta ragnatela di collegamenti e di citazioni, traendo linfa da fonti di prima mano (i carteggi dei principali protagonisti della vicenda e una quantità di lettere inedite e di preziosi documenti) ma perseguendo, dopotutto, un arco narrativo personale e coerente, presentandosi come “romanzo biografico”, sulla falsariga delle “Memorie di Adriano” di quella che non può non essere vista come il modello di riferimento per il lavoro della Sanvitale: Marguerite Yourcenar.

La grande scrittrice francese ha tracciato la via; la Sanvitale l’ha seguita con indubbia passione, con capacità e talento, forse con un po’ troppa freddezza, con un distacco che tenta di riprodurre quello che deve aver sentito sulla propria pelle, per tutta la vita, il Duca di Reichstadt, tollerato ma mai benvoluto, portato in palmo di mano di fronte alle potenze europee per far vedere che Vienna non serba rancore, né a Napoleone né alla Francia, ma in realtà emarginato e relegato in secondo o terzo piano, visto più come un fastidio che come una risorsa. Francesca Sanvitale non fa sconti e ci racconta la sua vicenda (a tratti struggente) con trattenuta partecipazione, e regala pagine oggettivamente molto belle: l’attraversamento della Francia devastata dalla guerra, nel 1814; il non facile ambientamento a Schönbrunn; l’iter educativo, duro e senza sconti; il fiorire commovente di poche, lunari amicizie, di pochissimi, illusori amori. E, su tutto, l’ombra di un padre assoluto con cui fare i conti, un padre amato e rimpianto, ma anche mai realmente conosciuto.

Suddiviso in quattro grandi capitoli, estremamente preciso tanto nel tratteggiare i caratteri dei personaggi di contorno quanto nello scavare nella personalità dell’enigmatico protagonista, “Il figlio dell’Impero” è un libro bello e difficile, che si legge lentamente e a tratti con una certa fatica, non perché sia scritto male ma perché si vorrebbe trattenere ogni riga, far proprio ogni aneddoto, soffermarsi su ogni espressione del volto, su ogni quadro, su ogni snodo di una vicenda che, se non fosse reale, sembrerebbe troppo romanzesca. Frutto di un grande sforzo di ricerca e di assimilazione, il libro rappresenta una lettura importante per i cultori del periodo storico e una discreta sfida per chiunque, in un romanzo, non cerchi solo la narrazione facile di una vicenda scontata; certo, a tratti la scrittura rallenta un po’ troppo e complessivamente il romanzo è forse troppo lungo, e chiede ai lettori uno sforzo di volontà eccessivo.

Ma in cambio offre una ricostruzione d’epoca praticamente perfetta e mai ideologica, capace di mantenersi, al contrario, equidistante e ragionevole, sospesa in un tempo che fu e immersa in un bagno d’ironia (tragica) che è poi la stessa sulla quale Stanley Kubrick ha improntato il suo capolavoro, “Barry Lyndon”, al termine del quale una scritta (che sarebbe parimenti valida per chiudere “Il figlio dell’Impero”) ci avverte che i personaggi, “buoni o cattivi, belli o brutti, ricchi o poveri, ora sono tutti uguali.”

(Recensione scritta ascoltando Max Richter, “Exiles”)

PREGI:
emula dichiarata di Marguerite Yourcenar, Francesca Sanvitale fa un grande lavoro di ricerca e documentazione e offre un libro preciso quasi all’inverosimile, capace di far “vedere” la Storia, di portare il lettore nelle campagne francesi devastate dalla guerra e disseminate di cadaveri come nelle stanze private di Franz o di Maria Luisa, sfiorando appena, ma non eludendo, le figure assai più impegnative di Napoleone e Metternich 

DIFETTI:
lungo e piuttosto lento nel dipanare la trama (se di trama di può parlare), ben più che venato di saggismo, è un romanzo sui generis nel quale il lettore poco determinato o svogliato non potrà che impantanarsi senza rimedio. Insomma: astenersi perditempo!

CITAZIONE:
“È un gioco ma gli adulti rimangono sorpresi, quasi sconvolti da una scena che ha in sé qualche cosa in più di un gioco: si era impadronito del bambino uno spirito sconosciuto, la voce era diventata alta, secca e precisa, gli ordini non mancavano mai di verosimiglianza, arrivavano autorevoli e minacciosi, sembravano emergere da un passato oscuro per andare verso uno scioccante avvenire.” (pag. 347)

GIUDIZIO SINTETICO: ***

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO