IL FUOCO CHE TI PORTI DENTRO – Antonio Franchini

# 412 – Antonio Franchini – IL FUOCO CHE TI PORTI DENTRO (Marsilio, 2024, pagg. 223)

L’Autore (classe 1958) rievoca la figura di sua madre, Angela Izzo, originaria del Sannio: una donna piena di contraddizioni e dal carattere impossibile, capace di esibire una travolgente simpatia ma anche una profonda cattiveria nell’etichettare gli altri – sia i parenti che i perfetti sconosciuti – con giudizi tanto trancianti quanto pretestuosi. Donna a suo modo colta (fece il Liceo Classico e si laureò in Lettere), Angela ha però lasciato avvizzire la sua notevole istruzione di base non coltivandola più e vivendo di massime e di nozioni apprese in età giovanile, nonché arroccandosi dietro a pregiudizi e, soprattutto, a un odio inestinguibile, a un fuoco che apparentemente la divorava da dentro e che, quando riusciva ad uscire, scottava chiunque entrasse in contatto con lei – figli compresi. 

A mio avviso, Antonio Franchini è uno dei più bravi scrittori italiani contemporanei. Scoperto parecchi anni fa leggendo il bellissimo “Cronaca della fine”, libro che ricostruisce le vicissitudini editoriali de “La distruzione”, un incredibile romanzo di Dante Virgili, lo riscopro oggi con questo libro autobiografico ma dal sapore squisitamente narrativo, fitto di episodi e di ricordi, capace di far dialogare l’innegabile napoletanità d’origine dell’Autore e del personaggio principale, sua madre Angela, con i lunghi anni di vita a Milano, alcuni dei quali quasi in condivisione.

Ma dunque “Il fuoco che ti porti dentro” è un inno alla madre? Tutt’altro: è un libro critico quant’altri mai, che ribalta il classico rapporto madre-figlio raccontando di un affetto rabbioso, mai realmente sbocciato, e di una relazione sperequata, basata sul rifiuto e sull’imbarazzo più che sulla condivisione e sulla reciproca comprensione. Rinunciando a qualunque ripartizione interna (il libro è una narrazione unica che alterna racconti di fatti recenti a ricordi d’infanzia e di età giovanile, ma che – grazie a Dio – non diventa mai flusso di coscienza) e, soprattutto, rinunciando a qualunque abbellimento, Franchini racconta spietatamente di una madre impossibile, prevaricatrice e aggressiva, un concentrato – nella definizione che ne dà l’Autore stesso – di tutti i mali italici, dal qualunquismo alla falsa cultura, dall’opportunismo al trionfo del pettegolezzo e della cattiveria.

E non c’è catarsi, in questo racconto di una vita tremenda, non c’è la scappatoia della riconciliazione dopo tutto il male e dopo tutte le ferite; no, dopo questo libro ben scritto ed estremamente consapevole restano solo le ferite di decenni di caustica aggressività, di egoismo e di protervo piacere nell’affossare tutto ciò che è altro da sé, sia la figlia che decide di abbandonare l’insegnamento che il genero buddista, sia il figlio scrittore che il marito commercialista e appassionato collezionista di libri. Tutto soccombe, prima o poi, sotto la furia misteriosa (perché non si capisce da cosa sia originata, se non da quella sfuggente entità che è il carattere) di Angela Izzo, tutto viene lambito da quel fuoco che le arde dentro ma che, per lunghi anni, più che consumarla sembra rivitalizzarla, sostenerla, diventare addirittura unico vero motivo d’essere, unica ragione di vita. Detestare gli altri, per la signora Izzo, sembra essere stata la missione nell’esistenza. E suo figlio, Antonio Franchini, le dedica un libro in cui, a sua volta, ha la forza di non nascondere l’odio che, di rimando, per lunghi anni egli ha provato per lei, per sua madre, in un rapporto madre-figlio che non ha nulla di convenzionale, nulla di scontato o di tipico.

Edvard Munch, “Odio” (Olio su tela, 1907)

Ovviamente, anche se è giusto ribadirne l’originalità, non è in questo tratto che il libro si differenzia realmente da altri memoir o da altri racconti autobiografici; a fare la differenza è la qualità della scrittura, che in Franchini è sempre elevatissima. Adottando uno stile allo stesso tempo fiammeggiante e attonito, alternando parti in napoletano stretto e riflessioni in perfetto italiano, l’Autore riesce con la scrittura a mettere finalmente in comunicazione due mondi, quello verace ma anche pieno di pregiudizi e di assurdità di sua madre e il suo, di Franchini stesso, letterato che, trasferitosi in giovane età a Milano e dedicatosi all’editoria, ha fatto dei libri e della narrativa il suo mestiere a tutti gli effetti, anche al di là di quelli scritti da lui.

Proprio il libro diventa, dunque, l’unico vero punto di contatto (o di fusione, se vogliamo rispettare il titolo, che parla di “fuoco”) tra Antonio e Angela, tra madre e figlio, e proprio il libro è un crogiuolo incandescente in cui finisce un po’ di tutto e tutto viene pestato, maciullato, tritato e proposto al lettore, puro distillato di esistenze contorte e contraddittorie come in fondo sono tutte le esistenze. Bello e inatteso, “Il fuoco che ti porti dentro” è un libro originalissimo e doloroso, che si legge con incredulità ma anche con partecipazione, a tratti ridendo alle lacrime e in altri momenti versando quelle stesse lacrime per il motivo diametralmente opposto, e nella speranza che l’Autore stia scherzando, e che alla fine ci dica che alcune cose se le è inventate, perché non possono essere vere. E invece è proprio il soffio della verità che anima questo libro di narrativa personale e autobiografica, questo gioiellino di onestà intellettuale che fa i conti, senza pietà, con una madre che di pietà non ne ha mai avuta, per nessuno, e che se n’è andata meritandosi non un’elegia bensì un roboante peana dai toni grotteschi che l’Autore mitiga, ma appena un po’, con la dolcezza inevitabile della rievocazione e del ricordo di tempi in cui tutto era ancora possibile. Anche che Angela Izzo cambiasse, e diventasse una madre migliore.

Chiudo con una nota di bieca autopromozione: per un confronto tra mamme, forse al lettore interessato potrebbe fare piacere dare un’occhiata al mio “Effemeridi 1 – Tempus fugit”, disponibile su Amazon. Come scrittore, ahimè, temo di valere meno di Franchini; ma quanto a mamme, vinco la sfida a mani basse!

(Recensione scritta ascoltando Pino Daniele, “Napule è”)

PREGI:
anzitutto lo stile,   perfetto e consapevole, e poi la costruzione narrativa, con la scelta di non inserire ripartizioni interne (capitoli, parti). Il libro è un flusso, ma non di coscienza: l’Autore, anzi, dosa alla perfezione gli ingredienti nel crogiuolo e li macina con pazienza e capacità. Il risultato è una scrittura incandescente e riflessiva allo stesso tempo

DIFETTI:
chi non ama il dialetto napoletano potrebbe trovarsi un po’ a disagio nelle parti in cui la protagonista parla il suo idioma natio, d’altronde necessarie per farne intuire il vero carattere e per farne percepire al lettore la reale essenza

CITAZIONE:
“Neanche la vita che abbiamo vissuto possediamo, perché ognuno se la ricorda a modo suo e la vita nostra non è affatto la vita nostra ma il racconto che ce ne siamo fatti e che chiunque abbiamo incontrato è in grado di raccontare in tutt’altro modo.” (pagg. 120-121)

GIUDIZIO SINTETICO: ***

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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0
½
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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**½
***
***½
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO