IL GIUDICE E IL SUO BOIA – Friedrich Dürrenmatt

# 171 – Friedrich Dürrenmatt – IL GIUDICE E IL SUO BOIA (Feltrinelli, 2007, ediz. orig. 1952, pagg. 109)

Novembre 1948: l’assassinio, in uno sperduto villaggio svizzero, del funzionario di polizia Ulrich Schmied innesca l’indagine affidata all’esperto (e malato) commissario Bärlach, già in forze – negli anni precedenti la Seconda Guerra Mondiale – alla polizia di Costantinopoli e, proprio negli anni cruciali del Nazionalsocialismo, nella Germania prebellica. Carattere difficile, ombroso ed enigmatico, forse condannato da una malattia della quale non vuole parlare, Bärlach conduce le indagini in maniera singolare, tra l’ostilità del suo capo, il criminologo Lutz, e la poco convinta collaborazione dell’assistente Tschanz, mero esecutore delle strane mosse decise dal vecchio commissario. Ma nonostante tutte le perplessità che si agitano attorno a lui, l’ultima parola – nell’allucinato finale – spetterà proprio a Bärlach…

Breve, folgorante e atipico romanzo giallo che, nel 1952, rivelò il talento di Friedrich Dürrenmatt nel costruire storie a prova di bomba, “Il giudice e il suo boia” non si limita al già di per sé meritevole racconto di una vicenda criminale, ma si spinge oltre, anticipando le linee essenziali di quello che sarà il pensiero di uno dei più originali giallisti del XX secolo: la confusione di vittima e carnefice, e l’impossibilità di pervenire a una soluzione classicamente intesa del caso.

Sì, perché i gialli di Friedrich Dürrenmatt, sotto una perfetta costruzione narrativa e uno stile controllatissimo, veicolano in realtà un messaggio di puro caos, giocano a rimpiattino col lettore e con le sue aspettative e trovano sempre la strada per disattenderle. Congegni a orologeria, ma a scoppio sapientemente ritardato, i gialli dürrenmattiani scaturiscono proprio dalla germinale esperienza de “Il giudice e il suo boia” che, sotto l’apparentemente classica narrazione di un’indagine poliziesca ambientata nella provinciale Svizzera, inietta nel suo genere di appartenenza istanze filosofiche e concettuali ben più profonde, che sarebbero culminate, anni dopo, nell’ancor più sconvolgente “La promessa” (di cui trovate la recensione sempre su questo sito). Se però nella “Promessa” il tema centrale sarà l’inestricabile intreccio di causalità e casualità, che mina alla radice la struttura stessa del romanzo giallo, nel “Giudice e il suo boia” l’attenzione dell’Autore è rivolta all’indistinguibilità di vittima e carnefice, di colpevole e inquirente.

In Dürrenmatt, a dispetto di uno stile preciso e cartesiano, nulla è nitidamente ritagliato, non esiste lo schieramento dei “buoni” contro quello dei “cattivi” e non esiste l’indagine logica e scientificamente giustificabile, come vorrebbe il dottor Lutz, dall’alto delle sue astratte competenze criminologiche. L’insondabile è sempre in agguato, come ben sa l’esperto Bärlach, detective apparentemente goffo e stanco che si rivela, in uno dei finali più allucinanti e terribili che Dürrenmatt abbia scritto, paurosamente intelligente e calcolatore, come intelligente e calcolatore è il libro stesso, nel suo continuo giocare con le aspettative del lettore. Maestro nel navigare tra le regole del giallo, Dürrenmatt conduce il lettore in un labirinto senza uscita, o meglio, in un percorso al termine del quale lo svelamento di una sorta di “inganno primigenio”, appunto una fatale confusione tra vittime e colpevoli, ribalta l’intera prospettiva, e costringe a vedere il libro non già “solo” come un giallo, bensì come una riflessione (morale, ma non moralista) sulla giustizia e sul castigo. Dominato dalla luciferina, indecidibile, a suo modo titanica figura di Bärlach, strano poliziotto che rifiuta le “moderne” (siamo nel 1948!) teorie criminologiche e si affida piuttosto a un intuito istintivo e umano, “Il giudice e il suo boia” è una lettura che non lascia indifferenti e che, nonostante il tempo passato, non ha perso smalto e attualità, merito non da poco per un romanzo breve svizzero datato 1952.                    

(Recensione scritta ascoltando i Mazzy Star, “Be My Angel”)

PREGI:
nitidissimo nello stile e nella costruzione della trama, ancorato a pochi efficaci personaggi e caratterizzato da un finale straordinario per intensità e senso d’inquietudine, è un libro da leggere tutto d’un fiato ma sul quale, poi, riflettere a lungo, per lasciarlo sedimentare e far sì che i frutti di cui getta i semi maturino in tutto il loro splendore

DIFETTI:
fatalmente un po’ freddo e distaccato (come tutto il Dürrenmatt giallista, del resto), talmente lucido da sembrare scostante, è un libro senza vincitori né vinti, dominato da un profondo senso di sconfitta e di vacuità, ma caratterizzato anche da una poderosa visione morale tanto della scrittura quanto dell’indagine poliziesca, due campi che il grande Autore svizzero non ha mai fatto mistero di trovare paragonabili…      

CITAZIONE:
“La mattina del tre novembre 1948, nel punto in cui la strada di Lamboing (uno dei villaggi del Tassenberg) esce dal bosco che degrada lungo il vallone del Twannbach, il gendarme di Twann, Alphons Clenin, trovò una Mercedes azzurra ferma sul ciglio della strada.” (pag. 7)

GIUDIZIO SINTETICO: ***

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO