IL TERMINALE UOMO – Michael Crichton

# 303 – Michael Crichton – IL TERMINALE UOMO (Garzanti, 1993, ediz. orig. 1972, pagg. 285)

L’informatico Harry Benson, in seguito a un incidente stradale, ha riportato un danno cerebrale che gli impedisce di controllare la rabbia, trasformandolo, ricorrentemente, da mite impiegato a uomo violento e quasi incontenibile. Arrestato per aggressione, Benson accetta di sottoporsi a un intervento sperimentale al cervello: l’equipe del dottor Ellis, di cui fanno parte anche il chirurgo dottor Morris e la psichiatra dottoressa Ross, impianterà nel cervello di Benson una serie di minuscoli elettrodi che, una volta attivati, dovrebbero trasformare l’uomo in una sorta di terminale di computer, controllabile e persino “riprogrammabile”. Al di là delle ovvie questioni etiche legate alla necessità di salvaguardare, o meno, il libero arbitrio, il problema – che la dottoressa Ross rileva subito – è che Harry Benson non è solo violento a causa della lesione cerebrale: è anche un malato psichiatrico, perché è convinto che le macchine stiamo cospirando per conquistare il mondo estromettendo, o addirittura eliminando, gli esseri umani. Convinta che non si dovrebbe intervenire sul cervello di un paranoico, la dottoressa Ross non verrà ascoltata dai suoi colleghi, ansiosi di entrare nei libri di storia della medicina con un intervento mai tentato prima, e le conseguenze saranno disastrose.  

Dodicesimo romanzo pubblicato da Michael Crichton – ma è solo il secondo uscito col suo nome: gli altri tutti sotto pseudonimo – “Il terminale uomo”, va tenuto presente, è datato 1972, ovvero letteralmente una vita fa, per quanto riguarda il lato scientifico. È noto, infatti, che la tecnologia avanza con velocità esponenziale, e l’ambito medico è uno dei più sensibili all’innovazione tecnologica, che utilizza per curare sempre più malattie e afflizioni.

Crichton, di formazione, era medico, tanto che si deve a lui la straordinaria serie “E.R.”, andata in onda per una quindicina di stagioni tra gli anni ’90 e i primi anni del nuovo secolo. “Il terminale uomo”, come già il precedente e più riuscito “Andromeda”, vero e proprio romanzo d’esordio di Crichton, è frutto delle competenze tecniche e scientifiche dell’Autore, che riesce ad applicare la sua conoscenza dell’ambiente ospedaliero e della pratica chirurgica a una trama semplice e serrata (l’intera vicenda si svolge nell’arco di pochi giorni, dal ricovero di Benson alla sua fuga in seguito all’operazione).

La scrittura è volutamente disadorna, la struttura è lineare, i personaggi sono nitidi ma privi di reale approfondimento, non proprio delle funzioni narrative ma quasi, e il tono di fondo, molto freddo e distaccato, se da un lato ben si adegua alla materia del racconto – l’intersezione uomo-macchina e il pericolo insito nel costante miglioramento della tecnologia elettronica e informatica – dall’altro non crea mai nei confronti del lettore una vera empatia, né nei confronti del paziente psicopatico Harry Benson, né dei medici che dovrebbero idealisticamente curarlo, e che in realtà perlopiù – fatta eccezione per la dottoressa Janet Ross – pensano alla carriera e alla ricerca scientifica. Correttamente, Crichton si tiene alla larga dagli schemi classici del thriller, perché ne “Il terminale uomo” non ci sono buoni e cattivi, e l’assassino è un malato psichiatrico che agisce contro la sua stessa volontà. L’Autore è molto attento a non far apparire i medici come figure eroiche, perché sa benissimo, per esperienza diretta, che essi sono in realtà semplici uomini, fallibili e a volte anche meschini, interessati più agli avanzamenti di carriera che all’effettivo benessere dei pazienti.

La dottoressa Ross, infatti, sconsiglia l’operazione a Benson, temendo che un intervento tanto avveniristico su un uomo già di per sé convinto che le macchine stiano cospirando per far fuori la razza umana possa scatenarne tutta la paranoia, ma non viene ascoltata dal direttore del reparto neuropsichiatrico, che vede solo il calendario delle possibili scoperte e dei progressi della sua disciplina. Come quasi tutto Crichton, anche “Il terminale uomo” si legge con piacere e con facilità, perché il susseguirsi degli eventi è incalzante e l’Autore è bravo a iniettare nel tessuto del racconto una sottile inquietudine, che pervade anche scene apparentemente innocue, come i colloqui tra Janet Ross e Harry Benson, o i dialoghi tra i medici e i tecnici informatici che stanno sviluppando i primi sistemi di intelligenza artificiale.

Purtroppo, però, i caratteri dei personaggi sono di una elementarità a tratti imbarazzante e troppi fili vengono lasciati penzolare nel vuoto, soprattutto riguardo lo sviluppo dei programmi George e Martha, che dovrebbero replicare le emozioni umane. Se nulla si può obiettare a Crichton per quanto riguarda il ritmo, indiavolato, e l’efficacia dell’impianto narrativo, in puro stile da thriller cinematografico, con il countdown verso la crisi di violenza di Benson a scandire tutta l’ultima parte del libro, non altrettanto generosi si può essere nei confronti dello stile, a tratti spigoloso e privo di sfumature, e del finale, decisamente meno efficace rispetto a quello di “Andromeda”. Lettura comunque gradevole, soprattutto per chi si interessa di biotecnologie.           

(Recensione scritta ascoltando Bruno Coulais, “L’envol”)

PREGI:
una scrittura piana e gradevole, che si preoccupa soprattutto di raccontare e sacrifica spesso e volentieri psicologie e motivazioni dei personaggi, e una trama compatta e semplice, che non deraglia mai. Anzi: qualche colpo di scena in più non avrebbe guastato!

DIFETTI:
non basta inserire qualche tabulato di computer e le immagini delle tac cerebrali di Benson o le fotocopie dei rapporti di polizia per conferire pieno realismo a una storia che non sfonda mai realmente la barriera di diffidenza del lettore, e che il finale un po’ monco, improvviso e oggettivamente banale, non aiuta a risollevare. Insomma, un discreto romanzo per l’epoca in anticipo sui tempi, cui però manca il colpo di coda che stupisca il lettore

CITAZIONE:
“Abbiamo insomma creato un uomo che è un unico, enorme e complesso terminale di un computer. Il paziente è l’unità d’uscita del nuovo computer, impotente a controllare i dati che riceve come un teleschermo è impotente a controllare le informazioni che su di esso vengono presentate.” (pag. 100)

GIUDIZIO SINTETICO: **

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO