# 429 – Patrick McGrath – LA CITTÀ FANTASMA (Bompiani, 2005, pagg. 197)
Raccolta di tre racconti lunghi ambientati, in diverse epoche, nella città di New York. Nel primo, “L’anno della forca”, l’anziano protagonista e narratore sente di avere i giorni contati per il colera che nel 1832 sta falcidiando la popolazione e rievoca, in quelle che ritiene essere le sue ultime ore, la storia della sua famiglia di patrioti americani, che combatterono per Washington contro gli inglesi nella Guerra d’Indipendenza, più di trent’anni prima. Nel secondo, “Julius”, l’io narrante è quello di una discendente della famiglia Van Horn che, molto lontana nel tempo, ricorda la tragica parabola del giovane che dà il titolo al racconto, Julius, appunto: studente di pittura nella New York di metà ottocento, innamorato di una modella, osteggiato dal padre, che avrebbe voluto farne un uomo d’affari par suo, vezzeggiato (fin troppo) dalle tre sorelle, Julius si ritroverà al centro di un intrigo troppo grande per lui i cui contorni esatti verranno chiariti solo molti anni dopo… Nel terzo racconto, infine, “Ground Zero”, l’azione si sposta ai nostri giorni, o meglio, poco dopo l’attentato dell’11 settembre 2001 che vide il crollo delle Torri Gemelle, trauma indelebile per la città tutta. A narrare stavolta è una psichiatra di Manhattan che ha in cura Dan, un avvocato con problemi nel relazionarsi con le donne (le sue storie finiscono sempre male). Innamoratosi perdutamente di una escort di origini orientali che, traumatizzata dall’11 settembre, crede di essere perseguitata dal fantasma dell’uomo che amava (morto nel crollo delle torri), Dan si rovina per aiutarla e, nonostante la sua psichiatra cerchi di tirarlo fuori da una relazione tanto pericolosa, egli ne sembra, al contrario, sempre più dipendente.
Uscito quattro anni dopo l’11 settembre, questo libro di McGrath raccoglie tre racconti di una certa estensione (“Julius” è quasi un romanzo breve) ambientati nella grande città americana, colpita dal più grave attentato della storia. Attenzione, però: solo uno dei racconti è figlio dell’11 settembre e dell’incredibile attacco alle Torri Gemelle perpetrato da Al Qaeda e da Osama bin Laden. Gli altri due testi sembrano provenire dalla produzione precedente di McGrath, affermato scrittore inglese specializzato in atmosfere gotiche e in storie venate di ossessione e malattia, di psicosi e allucinazione.
Non che McGrath sia uno scrittore “di genere”; al contrario, i suoi libri si connotano proprio per la non appartenenza ad alcun genere vero e proprio, classicamente inteso. Vicende spesso allucinanti, sospese tra realtà e immaginazione, affidate a io narranti infidi e a loro volta malati o deficitari, con sorprese finali che spesso e volentieri ribaltano l’ontologia della vicenda stessa o svelano qualcosa che costringe il lettore a ripensare l’intera trama su basi diverse, le storie dello scrittore inglese hanno una consistenza vischiosa – come il suo stile – che imprigiona il lettore e lo trascina in un lento trascorrere verso chiuse sbalorditive o sorprendenti, o anche solo inattese, spiazzanti e disturbanti. Purché non gli si chieda un ritmo indiavolato, McGrath è indubbiamente un buono scrittore, e queste tre vicende legate a diverso titolo alla città di New York, importantissima per gli Stati Uniti essendo una delle più antiche e delle più legate alle vicende che portarono alla nascita della Nazione, ne sono un’ulteriore prova.
Se il primo racconto, nella sua eleganza e nell’indubbia capacità di restituire le atmosfere cupe e fangose della Guerra d’Indipendenza, è un po’ inconcludente, e non riesce fino in fondo a saldare il tema della malattia (il colera che imperversa in città nel 1832) a quello della guerra e della nascita della Nazione, “Julius” è invece un bello spaccato d’epoca non originalissimo nell’impianto e nella trama ma indubbiamente ben sviluppato e ricco di personaggi interessanti, a partire dal bislacco protagonista, quasi un hippy ante litteram che, lungi dal voler proseguire la carriera affaristica dell’austero padre, si vota a una modella di umili origini e vorrebbe vivere dipingendo e amando in pari grado. Il tocco giallo del racconto, peraltro, è apprezzabile, con tanto di soluzione finale all’enigma e spiegazione di certi malintesi e di certe stranezze.
Esplicitamente legato all’11 settembre è, invece, il terzo racconto, decisamente il più vicino alla contemporaneità e il più vivido dal punto di vista del piglio narrativo. L’impressione è che l’Autore, scritto il testo sull’attentato alle Torri Gemelle, gli abbia trovato, nella sua produzione pregressa, due “fratelli” coi quali far vivere New York nel tempo, e raccontare diacronicamente l’atmosfera unica di questa città lacerata, traumatizzata e offesa. Perché è vero: c’è New York prima dell’11 settembre e New York dopo, e sono due città (e due cittadinanze) profondamente diverse. In questo senso, è emblematica la scelta di affidare la voce narrante del terzo racconto a una psichiatra e di fare di un avvocato di Wall Street e di una escort i protagonisti di una vicenda che ruota tutta attorno a un grande vuoto, Ground Zero, appunto, qualcosa che è venuto meno, che manca, che è stato traumaticamente strappato al tessuto della città. McGrath sembra suggerire che stavolta il perturbante non sia il risultato di qualcosa che sarebbe dovuto rimanere segreto e invece è venuto alla luce bensì, al contrario, di qualcosa che è venuto meno, di un’assenza, di una perdita improvvisa e collettiva – di cui l’innamorato della escort cinese, che torna sotto forma di fantasma, non è che il simbolo.
Non tutto funziona a meraviglia in questi tre racconti newyorchesi di un Autore inglese che a New York ci ha vissuto pur senza esserne originario. Il tono complessivo è un po’ laccato, come se i testi fossero rivestiti da una patina (fatta di Tempo?) che non consente mai al lettore di penetrarne il vero segreto; ma può darsi che proprio a questo puntasse lo scrittore, a proporre tre testi enigmatici e sfuggenti a partire – non a caso – dai punti di vista narrativi. In nessuno dei racconti la scaturigine della narrazione è legata alle figure principali; il punto di vista è sempre deviato, distante, appartiene a personaggi che apparentemente non giocano un ruolo chiave nella vicenda (la lontana parente in “Julius”, la psichiatra in “Ground Zero”), e in questo sfasamento, in questa bizzarria risiede forse il punto di maggiore originalità (ma non necessariamente di maggior pregio) di tre testi che si leggono con facilità e interesse ma che forse non lasciano, nel lettore, tutta l’eco che avrebbero voluto.

(Recensione scritta ascoltando i The Special, “Ghost Town”)
PREGI
Scrittura elegante e consapevole, come sempre con McGrath, e tono di fondo venato di inquietudine e di una sensazione di perturbante e di inespresso che, se non è per tutti i palati, certo accontenterà i lettori più sottili, che non cercano per forza “la spiegazione” a ogni cosa
DIFETTI
Tutti e tre i testi sono un po’ inconcludenti, nel senso che non si capisce bene dove l’Autore voglia realmente andare a parare, oltre a fornire una bella descrizione d’ambiente di New York in tre diverse epoche della sua storia. Il racconto migliore probabilmente è l’ultimo, “Ground Zero”, anche in considerazione della delicatezza dei temi che affronta
CITAZIONE
“Puttane e psichiatri: chi meglio di loro sa vedere le forme e le ombre degli uomini?”(pag. 180)
GIUDIZIO SINTETICO: **½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana