# 184 – Camille Kouchner – LA FAMIGLIA GRANDE (La Nave di Teseo, 2021, pagg. 187)
Innescata dalla morte della madre, il 9 febbraio 2017, la memoria dell’Autrice (classe 1975, figlia del politico francese Bernard Kouchner) si dischiude sui burrascosi trascorsi di una famiglia libertina, più che liberale, a partire dal divorzio dei genitori fino al nuovo matrimonio della madre (nota intellettuale femminista) con il politologo Olivier Duhamel (mai nominato direttamente nel testo, ma presentato sempre e solo con la locuzione “il mio patrigno”) e alle tante estati in cui l’intero clan, arricchito da amici e sostenitori, si riuniva a Sanary, in Costa Azzurra, dove nel nome della laicità, del femminismo e della libertà assoluta si celebravano riti sessuali vari e assortiti. In quest’atmosfera da “vietato vietare”, nel corso dei beati anni Ottanta, il fratello gemello dell’Autrice – Victor, allora quindicenne – subisce ripetute molestie da parte del patrigno, passate sotto silenzio per trent’anni. Ma ora, un po’ con questo libro e un po’ con l’azione giudiziaria tardivamente avviata, tutto viene a galla.
Arduo definire “romanzo” questo “La famiglia grande”, di cui l’edizione italiana traduce (sbagliando) il titolo, originariamente (e significativamente) in spagnolo: “La familia grande”. Di romanzesco non c’è proprio nulla, nelle parole dell’Autrice, che si limita a rievocare (in modo anche piuttosto confuso, per la verità) la sua infanzia dorata, rampolla di una ricca famiglia di intellettuali. A funestare tutto, il divorzio dei genitori, scotto da pagare per un’educazione fin troppo libera e liberale.
Ora: lungi da me prendermela col femminismo tout-court o con la “categoria delle scrittrici” (peraltro inesistente: ogni scrittrice, come ogni scrittore, è voce a sé, e non è l’appartenenza a un sesso piuttosto che a un altro a determinare il modo in cui si scrive). Però, e al netto di tutto quello che deve aver sofferto nel serbare un segreto tanto atroce per tanti anni, non posso esimermi dal muovere alcune precise critiche al libro d’esordio di Camille Kouchner, a partire dalla constatazione che la qualifica di “romanzo” è decisamente impropria. Congerie di ricordi e riflessioni personali, “La famiglia grande” è piuttosto un curioso libro-inchiesta scritto dall’interno, che si fregia di un punto di vista da “insider” puro, di chi le cose che racconta le ha vissute sulla propria pelle.
Se non è dunque possibile commentare o criticare madame Kouchner sul piano dei contenuti (alcune cose lasciano veramente basiti, come il libertinaggio estremo delle serate estive a Sanary, con bambini di sette-otto anni invitati a baciarsi tra di loro con la lingua) non altrettanto si può concederle sul piano della scrittura: e qui, ahimé, casca l’asino, perché “La famiglia grande” manca in modo pressoché totale di qualità letteraria, come se l’incandescenza della materia narrata avesse bruciato tutte le ambizioni di stile e di forma. Però, a parte il fatto che lo scandalo Duhamel è scoppiato in Francia ben prima dell’uscita del libro (che dunque non è un libro di denuncia in senso stretto, ma va semplicemente a rimorchio di fatti già acclarati e – ahinoi – non più punibili causa prescrizione), resta, al termine della lettura, una sensazione insopprimibile di futilità, e non perché non si intuiscano il profondo coinvolgimento dell’Autrice (capace in più punti di assumere posizioni anche molto critiche nei confronti dell’ambiente stesso in cui è cresciuta) e la sua lunga sofferenza, culminata con la morte (suicidio?) della zia Marie-France Pisier (già attrice truffautiana!) e della madre Évelyne, dalla quale ormai la divideva un risentimento profondo per aver permesso e coperto gli abusi a Victor; tutto questo è perfettamente chiaro e va indubbiamente a merito di madame Kouchner.
Ma nel complesso, un po’ per la mancanza di stile e di qualità letteraria, un po’ per l’inutilità di una denuncia (trent’anni dopo!) a fatti già ampiamente esposti e un po’ per il tono fasullo di fondo, questo viaggio nel discutibile Inferno della Gauche Caviar, tra appartamenti a Saint-Germain-des-Prés e ville in Costa Azzurra, scuole private e brillanti carriere giuridiche e accademiche non sconvolge e non muove a pietà, anzi, ottiene quasi l’effetto opposto, quello di far condannare in toto un ambiente (e un periodo storico) che di certo ha espresso anche grandi personalità e idee valide.
(Recensione scritta ascoltando Dua Lipa, “Love Again”)
PREGI:
molto asciutto e (fortunatamente) contenuto nelle dimensioni, è un libro che si legge tutto d’un fiato e che getta uno sguardo particolare, interessante anche se fondamentalmente irrisolto e insufficiente, su un intero modo (non solo francese) di pensare e vivere la vita (tralasciando però le questioni, sempre rischiose, del femminismo militante!)
DIFETTI:
paragonato da alcuni a Houellebecq (?) per capacità di fare scandalo, è un libro che in realtà arriva a troppa distanza dallo scandalo vero, raffreddato dal tempo trascorso e dal tono mai convincente dell’Autrice, che vorrebbe plasmare una materia incandescente con (impossibile) distacco critico ed emotivo e ricorre troppo spesso a facili psicologismi e sensi di colpa da rubrica di “lettere alla direttrice”. Resta la domanda: ma chi l’ha paragonato a uno qualsiasi dei libri di Houellebecq che cosa aveva bevuto?
CITAZIONE:
“Sapevo che con Sanary avevo chiuso, che non ci sarei andata mai più. Mai più la casa della mia infanzia, quella in cui andavo da trent’anni. Mai più il rifugio, il calore dell’estate. Mai più le risate, i tarocchi e l’intelligenza. Mai più l’odore del timo nella mia mano. La pipì in piena natura insieme a mia madre. Mai più il sorriso di Évelyne in mezzo alle mimose, i nostri Scarabeo in piscina, sulla pancia, sdraiate. Mai più i pini e gli ulivi.” (pag. 149)
GIUDIZIO SINTETICO: *½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana