GIUSY LAURA di Giorgio Rosa (regia di Stefano Cordella)
“Il tempo è un cerchio piatto” dice Rust Cohle, interpretato da un monumentale Matthew McConaughey in un episodio di quel meraviglioso serial che è “True Detective”, prima stagione, ovviamente. Pensateci: il tempo – è – un cerchio – piatto. Ogni parola ha un peso, e il tasso di verità in questa semplice affermazione è elevatissimo. Lo spettacolo teatrale che Giorgio Rosa ha tratto dal suo racconto “Giusy Laura” – pubblicato, guarda caso, da… Editore Il Cerchio nella raccolta “L’uomo che amava sognare e altri racconti” – è una perfetta sintesi, in chiave teatrale, di questa affermazione. Vediamo perché, smontando la frase di Rust Cohle e calandola nella materia magnetica, incandescente dello spettacolo scritto da Giorgio Rosa e messo in scena da Stefano Cordella, con lo stesso Giorgio nei panni di… sé stesso, ovviamente.
Smontiamo la frase e seguiamo il percorso che essa suggerisce, un percorso non già – o non solo – nello spazio, quanto piuttosto, proustianamente, nel Tempo.
Il Tempo…
Il vero, grande protagonista di “Giusy Laura” è lui, il Tempo. Questa storia si dipana nel Tempo, vive di Tempo, è strutturata sul passare del Tempo. Tempo vissuto intensamente o non vissuto affatto, Tempo perduto nel vero, letterale e tragico senso del termine, quello della ragazza che dà il titolo allo spettacolo, che col suo doppio nome si erge a oggetto d’indagine, a protagonista suo malgrado, lei che ha sempre voluto pervicacemente essere una marginale, una ragazza di periferia senz’arte né parte, persa dietro al sogno terribile della droga. Siamo nei tardi anni Settanta, in una Milano piena di luci ma devastata dall’eroina, una Milano in cui le insegne luminose e i grandi negozi coesistono con la miseria più nera, con la criminalità feroce e la povertà. È in questa Milano che la storia ha inizio, in una sera di nebbia e di pioggerellina. È in questa storia che Giovanni (trasparente alter ego dell’Autore) incontra, fatalmente, Giusy Laura, giovanissima prostituta fuori dai giri “ufficiali”, e fuori giri essa stessa, ragazza disperata e disperante, capace di cambiare umore e atteggiamento nel volgere di un secondo, già minata dalla tossicodipendenza, col destino (“Il tempo è un cerchio piatto”) già scritto.
Ma Giovanni ha ventisette anni, non può saperlo, non può immaginarlo. Può solo amarla, ingenuamente, con tutto sé stesso, con una goffa sincerità che gli fa onore. I quasi tre anni di questa storia d’amore impossibile tra il rampollo della Milano bene e la ragazza della Milano peggiore sono raccontati, sul palcoscenico, con a una serie di scene caratterizzate dalla semplicità dell’impianto narrativo, affidato saggiamente a più voci narranti: l’uomo anziano (lo stesso Giorgio Rosa), Giovanni a ventisette anni (un promettente ma perfettibile Francesco Cortellino), il giornalista che , nel 1982, scrisse il pezzo di cronaca nera che Giovanni non avrebbe mai voluto leggere, incentrato proprio su una giovane ragazza vittima dell’eroina… Alternando e sovrapponendo le voci, Giorgio Rosa riesce a restituire la molteplice faccia della verità, che cambia a seconda di come (e da chi) viene raccontata. Ma non può sfuggire al Tempo, a quest’essere impalpabile eppure così importante per noi esseri umani, per Giovanni e per Giusy Laura e per i loro amici e conoscenti, e per gli attori e gli spettatori stessi dello spettacolo, andato in scena la sera del 29 aprile 2026 a Milano, presso il Teatro Wagner. Possiamo gettare sulla verità tutti gli sguardi e le parole che vogliamo, ma è il Tempo a dominare, sempre e comunque, e ben lo sapevano i Greci, che il Tempo lo personificarono nientemeno che in una divinità, Chronos, deputata a “temporizzare” gli eventi della vita, suddividendoli in passato presente e futuro.
… è…
Il Tempo, nella frase di Rust Cohle, si declina al presente indicativo: è. Continua ad essere, e continuerà “per sempre”, come dicono ossessivamente le gemelline in “Shining” (Kubrick, 1980). Il Tempo che “è”, però, non è più il Tempo governato da Chronos, ma da un’altra divinità: Kairos, il Tempo istantaneo, il tempo del vissuto individuale, dell’esperienza e della soggettività. La mente greca era raffinatissima quanto al trattamento da riservare al tema del Tempo! E questa stratificazione tra modelli diversi di Tempo la ritrovo in “Giusy Laura”, nelle diverse voci che raccontano, negli istanti in cui la storia si frammenta, volutamente, per cercare di ricomporsi agli occhi e alle coscienze degli spettatori come un mosaico fatto letteralmente di Tempo. Se la voce del giornalista è Chronos (da cui, non a caso, il termine “cronista”…), le voci intrecciate dell’anziano e del giovane uomo sono Kairos, sono i loro modi di vivere e di osservare il Tempo, un Tempo che continua ad essere, che “è” per sempre, fermo in un esistere che le diverse età osservano solo in modi altrettanto diversi.
… un cerchio…
Ma chi è allora Giusy Laura? Non c’è la sua voce nello spettacolo. C’è il suo corpo, certo, c’è la sua presenza irruente e sboccata, c’è la sua essenza, ben interpretata da una bravissima Rebecca Casati. C’è il suo ripresentarsi ogni volta diversa eppure drammaticamente sempre uguale a sé stessa, soprattutto nel suo demone. Ma non c’è la voce di Giusy Laura. Non può esserci, perché Giusy Laura esiste solo nei ricordi di altri, è il centro assente dello spettacolo, è il mistero attorno al quale si interroga Giorgio Rosa, sorta di monolito nero in forma umana. Giusy Laura è il cerchio stesso del Tempo, o meglio: è il perno attorno al quale tutto gira, lo spettacolo, certo, ma anche le figure dei coprotagonisti. Protagonista incredibilmente assente, kubrickianamente riportata nel titolo, scolpita sulla locandina eppure sfuggita alle maglie del Tempo, Giusy Laura è il cerchio, è l’eterno ritorno personificato, è un altro aspetto del Tempo secondo la mentalità greca: è Aion, il Tempo eterno e ciclico, il “per sempre”. È colei che sempre ritorna, che prima devasta e poi impreziosisce la vita del protagonista, e che giunge, a un certo punto, persino a salvargliela, la vita, in un modo talmente improbabile da rasentare l’impossibile, talmente assurdo da poter essere vero.
… piatto
Perché è “piatto” questo cerchio che è il Tempo? Perché non può essere tridimensionale? Semplice: perché Giusy Laura non è più tra noi. Perché per lei il Tempo si è fermato, e non è più stato Kairos, né Chronos. Il suo è un Tempo che può solo essere osservato e raccontato, rievocato e interpretato, scritto e recitato. Un tempo che, purtuttavia, Giorgio Rosa con la sua scrittura e la sua voce e Stefano Cordella con la sua regia, minimalista ma molto precisa, hanno voluto pervicacemente far esistere, al quale hanno voluto disperatamente dare corpo. C’è un momento, verso la fine dello spettacolo, in cui l’anziano e il giovane si incontrano, finalmente, dopo averci raccontato la loro storia da due punti di vista diversi, da due tempi distanti che sono, alla fine, lo stesso tempo guardato da due prospettive diverse. “Tu non puoi sapere molte cose di me” – dice l’anziano al giovane – “ma io so tutto di te.”
Ed è in questo momento che si saldano definitivamente gli sguardi che hanno composto l’opera, è in questo preciso istante che per noi spettatori il Tempo si appiattisce, diventa quel disco sul quale tutto è presente, tutto è visibile – rapporti, relazioni, accadimenti, sensazioni, modi d’essere, errori, cose giuste, rimpianti, mancanze, gioie e dolori – e anche Giusy Laura è lì, sul palco, e tra le poltrone degli spettatori, e davanti ai loro occhi e nei loro cuori. Riprendo spesso una celebre frase di Luigi Pirandello (“La vita, o si scrive o si vive”) così parafrasandola: la vita, prima si vive e poi si scrive. Giorgio Rosa con “Giusy Laura” sembra avermi preso alla lettera. Opera densa di vita che si è trasformata in scrittura, omaggio commosso e commovente al passato e alla ricerca della felicità, “Giusy Laura” è racchiusa nell’enigma di quel doppio nome, uno così antico e demodé, l’altro così fresco e brillante, uno che sembra parlarci dal passato, l’altro che sembra ancora presente ai nostri sensi e alle nostre anime. Le schegge di memoria che Giorgio Rosa e Stefano Cordella hanno raccordato nello spazio magico del palcoscenico si sono ricomposte nel disco piatto di Rust Cohle, nel Tempo rivissuto-riordinato-rievocato, un Tempo che non passa mai ma che, al contrario, può tornare, e tornare, e tornare sotto diverse forme, in diverse configurazioni, quelle che siamo soliti chiamare coincidenze e che invece, ci dice Giorgio Rosa, coincidenze non sono… “È il tempo che è finalmente / O quando ci si capisce / Un tempo in cui mi vedrai / Accanto a te nuovamente”, canta Ivano Fossati nella canzone con la quale si apre lo spettacolo. Canzone che, manco a dirlo, si intitola “C’è tempo”, a ulteriore riprova che è proprio quest’elemento impalpabile, questa categoria primaria dell’esistenza umana ad essere al centro dell’opera, a farle da punto d’equilibrio.

Il cerchio si chiude su sé stesso, chi il Tempo l’ha vissuto lo fa vivere anche a chi non lo ha attraversato, e chi ha avuto la vita salva (coincidenza?) restituisce vita a chi ha dovuto rinunciarvi troppo presto ma, si sa, “c’è un Tempo sognato / che bisognava solo sognare”, ed è il quel Tempo che tutto ancora è, che tutto coesiste, in quello che, in definitiva (non ce ne vorranno gli esperti se sarà una banalità) è il Tempo magico del teatro, il Tempo sospeso del palcoscenico.





Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana