LA TAVOLA FIAMMINGA – Arturo Pérez-Reverte

# 166 – Arturo Pérez-Reverte – LA TAVOLA FIAMMINGA (Il Saggiatore – Net, 2003, ediz.orig. 1990, pagg. 344)

Julia, giovane ma esperta restauratrice madrilena, si trova per le mani il colpo della vita: un olio su tavola del pittore fiammingo Pieter van Huys, “La partita a scacchi”, nasconde una misteriosa scritta – coperta dal pittore stesso sotto uno strato di colore – che sembra alludere a un antico omicidio. Non solo: la particolare posizione dei pezzi sulla scacchiera ritratta nel quadro potrebbe rappresentare la soluzione dell’enigma, vecchio di cinquecento anni. Convinta da Menchu Roch, la gallerista per la quale lavora, a svolgere delle indagini più approfondite, nella speranza che il valore del quadro si moltiplichi, Julia si lancia nella ricerca assieme all’amico antiquario César e all’ombroso scacchista Muñoz. Ma presto iniziano a spuntare cadaveri: c’è qualcuno che, a distanza di cinque secoli, non vuole che la verità celata nella tavola fiamminga venga a galla? 

Come si fa a non farsi conquistare da una trama simile? Se nel più celebre “Il club Dumas” (che prima o poi recensirò!) Pérez-Reverte mi aveva (facilmente) conquistato con la caccia ai libri antichi, ne “La tavola fiamminga” al centro dell’intrigo è una materia altrettanto affascinante, se non di più: la pittura!

Chi non è mai rimasto a bocca aperta davanti a un capolavoro fiammingo di un Van Eyck o di un Vermeer, ma anche di un Bruegel il Vecchio o di un Rembrandt? Anche guardati sui cataloghi o sui libri d’arte, in riproduzioni fotografiche, i quadri di questi maestri sono una meraviglia assoluta, quasi delle misteriose fotografie che ci sono giunte da un tempo lontano, e che hanno catturato un frammento di realtà imprimendolo – con sprema maestria – sulla tela o sulla superficie verniciata del legno di rovere, con pennellate minimali e precise all’inverosimile. Riuscire ad iniettare una trama da thriller classico sul “sostrato” di un quadro fiammingo è un’idea semplice e geniale, alla quale è impossibile resistere. La lettura non delude, perché Pérez-Reverte (almeno, così mi piace definirlo) è un Dan Brown che scrive bene! Tutta la cialtronaggine dell’Autore americano svapora in quello spagnolo, che sa conferire alle sue trame e ai suoi personaggi una profondità immensamente maggiore.

Se nei libri di Dan Brown l’arte e la letteratura sono puramente pretestuali, e lasciano immediatamente il posto a effettacci e sequenze da bieco thriller commerciale, in quelli di Pérez-Reverte esse sono parte integrante della scrittura e della trama, come se il libro stesso fosse ossequiosamente dedicato alla grande pittura da cui trae spunto. “La tavola fiamminga” è oggettivamente una lettura godibilissima, un thriller efficace ma con misura: non uno di quei libri che ti gettano spasmodicamente da una pagina a quella successiva, da un capitolo all’altro, perché ogni frase sembra protesa verso una soluzione che si sposta sempre più in là, stile che a me personalmente non piace, troppo ritmato e angosciante; al contrario, “La tavola fiamminga” si prende tutto il suo tempo, qui e là si concede delle bellissime pause di riflessione sulla pittura, degli squarci aperti sul Tempo e sull’Arte, nei quali i personaggi del misterioso (e immaginario) quadro sembrano prendere vita e accostarsi, a tutti gli effetti, ai personaggi del libro, in un gioco di incastri e di rimandi che regge benissimo fino al finale, e offre una lettura appassionante e rilassante al tempo stesso.

Il punctumdolens di questo gradevolissimo libro, se vogliamo, è proprio il finale, oggettivamente un po’ debole sia nel contenuto (la soluzione del mistero è un po’ improbabile) che nello stile. Dopo trecento pagine che non esito a definire – nell’ambito del loro genere – quasi perfette, impreziosite peraltro da qualche puro pezzo di bravura stilistica, era lecito aspettarsi qualcosa di più dalla chiusa, che si adagia invece sulla più classica delle “confessioni” da parte del colpevole, finendo così per banalizzare un libro che, fino a quel momento, di banale non aveva avuto proprio niente. Di “classico”, casomai, ma non di banale. Peccato: un piccolo sforzo in più e poteva essere un gioiello assoluto, uno di quei libri da rileggere quando si ha voglia di perdersi nelle lande dell’Arte e del mistero. Anche così, “La tavola fiamminga” resta una lettura consigliatissima, certo molto migliore di tantissimi insulsi thriller americani o scandinavi, scritti in fotocopia e ingiustamente sorretti dal mercato e dalle vendite.

(Recensione scritta ascoltando Johann Sebastian Bach, “Offerta musicale”)

PREGI:
l’Autore è molto bravo nell’immergere il lettore tanto nella pittura quanto negli scacchi, le due materie di cui il libro è fatto, che accompagnano la lettura con profondità e semplicità allo stesso tempo, senza eccessivi tecnicismi. Lo stile, peraltro, regala qualche pezzo di autentica bravura nel mescolare la vicenda contemporanea al delitto del lontano passato  

DIFETTI:
mezza stellina in meno per quel finale un po’ buttato via! Per il resto, il libro non ha difetti propriamente detti, anzi, riesce a tenere alta la tensione nonostante sia, di fatto, basato su una partita a scacchi tra le più complesse di cui abbia mai letto

CITAZIONE:
“L’effetto realistico era tanto intenso che raggiungeva pienamente lo scopo perseguito dai vecchi maestri fiamminghi: integrare lo spettatore nella rappresentazione pittorica, convincendolo che lo spazio da cui osservava il quadro ne fosse la continuazione; come se il quadro fosse un frammento della realtà, o la realtà un frammento del quadro.” (pagg. 11-12)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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1/2
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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO