L’AFFAIRE MORO – Leonardo Sciascia

# 185 – Leonardo Sciascia – L’AFFAIRE MORO (Adelphi, 1994, ediz. orig. 1978, pagg. 197)

A partire dalle lettere che il Presidente della Democrazia Cristiana inviò a politici e familiari durante i cinquantacinque giorni del suo sequestro, avvenuto per mano delle Brigate Rosse il 16 marzo del 1978, Leonardo Sciascia ripercorre l’intero “affaire” con l’occhio critico di chi quelle lettere le ha lette davvero, vi ha cercato messaggi nascosti e, soprattutto, vi ha ritrovato una voce per nulla anestetizzata o pilotata da altri, bensì forte e consapevole – e rimasta del tutto inascoltata.  

Pubblicato pochi mesi dopo il tragico epilogo del sequestro Moro, e corredato a qualche anno di distanza dalla relazione di minoranza che lo stesso Sciascia scrisse alla fine dei lavori della (inutile) Commissione Parlamentare d’inchiesta sulla strage di via Fani, il sequestro e l’assassinio di Aldo Moro, questo libro non è – come avrete intuito – un’opera di fiction, né si tratta in senso stretto di narrativa, anche se Sciascia vi racconta, dopotutto, molte cose. Se ho deciso di recensirlo, considerandolo a suo modo un atipico romanzo, è per due ragioni: la prima è che lo stesso Sciascia ebbe a dire, nel 1983, che il libro “potrebbe anche essere letto come opera letteraria”; la seconda è che basta leggerne la prima pagina (vi rimando alla citazione per qualche passaggio significativo) per capire che non ci si trova in presenza di un saggio o di un libro-inchiesta, bensì di un’opera a tutto tondo, che affronta la più scottante attualità con le armi della letteratura e del pensiero.

Quello che ne esce è un terrificante romanzo (e leggerlo nell’estate del 1978 dev’essere stato ancor più sconvolgente!) che fotografa con impietosa precisione tutte le contraddizioni e le ipocrisie del mondo politico italiano, all’apice di quella tremenda stagione passata alla storia come “anni di piombo”. La penna di Sciascia racconta e indaga con passione e intelligenza, senza mai cedere alla tentazione dell’invettiva (nonostante egli fosse politicamente schierato: consigliere comunale a Palermo nelle liste del PCI e, successivamente, deputato coi Radicali) e senza mai scadere nel pamphlet politico, anzi, al contrario, se c’è qualcosa che Sciascia esclude a forza dal suo libro è proprio la politica militante, quella stessa politica che portò alla “fermezza” nel caso Moro, e che rifiutò qualunque anche minima apertura alla trattativa, che forse avrebbe salvato la vita al sequestrato.

Tra questioni di principio e domande inquietanti (perché la scorta di Moro era così impreparata e poco dotata di mezzi? Perché l’enorme dispiegamento di forze di polizia, approntato a tempo record all’indomani del sequestro, in ben cinquantacinque giorni non combinò nulla? Perché le indagini furono svolte con tanto pressapochismo?), “L’affaire Moro” è un mirabile esempio di letteratura “civile”, impegnata ma senza rinunciare a una scrittura bella e disperata, densa e appassionante, anche quando si tratta di affrontare questioni prosaiche e piuttosto avvilenti. Fiero avversario della politica di Aldo Moro, e in particolare del celebre “compromesso storico” che portò al governo tanto la DC che il PCI, Leonardo Sciascia non può però evitare di provare tutta la pietas che merita un uomo sequestrato e abbandonato dai suoi stessi compagni di partito, dai membri di quel governo (presieduto, manco a dirlo, dal “divo” Giulio Andreotti) di cui egli stesso era stato il principale artefice. Per nulla tenero né coi brigatisti né coi politici più in auge all’epoca, Sciascia fa parlare Moro stesso, attraverso le sue lettere (che interpreta con indubbio acume, anche se è lecito non essere d’accordo con tutte le interpretazioni proposte), ed è sintomatico che dell’uomo politico (uno dei più intelligenti ma anche oscuri e obliqui della Repubblica) emerga un ritratto tra i più completi e sfaccettati, né assolutorio né di condanna, ma piuttosto complesso e contraddittorio, come contraddittorio è – in fondo – ogni essere umano. 

(Recensione scritta ascoltando Fabrizio De André, “La domenica delle salme”)

PREGI:
la lucidità impressionante con cui, a pochi mesi dalla tragica fine di Aldo Moro e dalla strage di via Fani, Sciascia riesce a riflettere (e a far riflettere il lettore) su una materia investigativa ancora incandescente, irta di misteri e di strane coincidenze, di calcoli politici e tensioni sotterranee 

DIFETTI:
una scrittura non sempre facilissima da seguire, non perché complicata ma perchè lessicalmente molto ricercata e precisa, fitta di subordinate e di incisi

CITAZIONE:
“Ieri sera, uscendo per una passeggiata, ho visto nella crepa di un muro una lucciola. Non ne vedevo, in questa campagna, da almeno quarant’anni: e perciò credetti dapprima si trattasse di uno schisto del gesso con cui erano state murate le pietre o di una scaglia di specchio; e che la luce della luna, ricamandosi tra le fronde, ne traesse quei riflessi verdastri. […] Le lucciole le chiamavamo ‘cannileddi di picuraru’, così i contadini le chiamavano. Le candeline del pecoraio […] E ogni tanto ne prendevamo qualcuna, la tenevamo delicatamente chiusa nel pugno per poi aprirne a sorpresa, tra i più piccoli di noi, quella fosforescenza smeraldina.” (pag. 11)

GIUDIZIO SINTETICO: ***

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
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QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO