# 417 – Sacha Batthyany – LE BESTIE DI RECHNITZ (Rizzoli, 2016, pagg. 284)
Cosa accadde nel castello di Rechnitz, al confine tra Austria e Ungheria, nella notte del 24 marzo 1945, durante la festa da ballo data dalla contessa Margit Batthyany-Thiessen, prozia dell’Autore? Le cronache raccontano di un terribile eccidio di ebrei perpetrato da un gruppo di SS che partecipavano alla festa e che, nel cuore della notte, sarebbero usciti nel parco della grande tenuta per commettere la strage, salvo poi rientrare come nulla fosse successo e continuare a bere, ridere e ballare. Ma quanto la padrona di casa era consapevole di ciò che stava accadendo sotto i suoi occhi? Margit era una fanatica nazista o era solo una donna di mondo che ballava e scherzava con dei mostri senza saperlo? Sulla base del ritrovamento di un diario coevo e scavando nei ricordi di famiglia, l’Autore va a caccia di una verità inconfessabile, di un segreto troppo terribile per essere raccontato, un segreto, non a caso, sepolto accuratamente per decenni nel cuore della famiglia.
“Un diario ritrovato, una verità inconfessabile. L’erede di una delle più antiche dinastie d’Europa racconta il segreto della sua famiglia.” Così la quarta di copertina: chi avrebbe potuto resistere? Gli ingredienti per un grande libro sembravano esserci tutti: il segreto nascosto nel passato, l’epoca nazista, la grande dinastia (per quanto i Batthyany-Thiessen non siano certo gli Asburgo o i Thurn und Taxis, eh?), il diario ritrovato… Ce n’era abbastanza per far esclamare “wow” a qualunque appassionato di storia del ‘900 e, in particolare, di storia del Nazionalsocialismo, come il sottoscritto.

Ebbene, questo libro è l’ennesima prova che non bisogna fidarsi degli specchietti per le allodole e dei volumi troppo ben confezionati, troppo appariscenti e perfetti. Perché, purtroppo, il libro di Sacha Batthyany è una delusione, e fa rimpiangere non già i grandi libri sul Nazismo (quelli di Joachim Fest, di Gitta Sereny, di Ian Kershaw, per intenderci) ma persino un ben più modesto libro di Bruno Vespa (e, a cercare, qualcosa di Vespa sul Nazismo lo troviamo di sicuro). Non c’è nemmeno un grande mestiere, infatti, nel confezionamento di questo “Le bestie di Rechnitz”, che non riesce a essere un libro-scandalo (e come potrebbe, a settant’anni di distanza dai fatti?) né un valido saggio storico né, tantomeno, un libro-inchiesta alla Emmanuel Carrère. L’Autore, è vero, si mette in gioco di persona, cercando di scoperchiare il vaso di Pandora celato nella sua famiglia da decenni, ma lo fa per pura posa, senza alcuna reale partecipazione e, soprattutto, senza uno stile adeguato.
Il libro è freddo, distaccato, più calcolato che fiammeggiante, privo di guizzi e di autentiche sorprese, insomma, è un bluff, un racconto solo apparentemente dirompente, che in realtà finisce per partorire il classico topolino. Zia Margit era un mostro? Può darsi, e allora? Non c’è una verità sconvolgente alla fine di questo manierato libro scritto, furbescamente, per cavalcare la moda delle confessioni non richieste (da paragonare, in questo senso, con l’altrettanto deludente “La famiglia grande” di Camille Kouchner), un libro animato dal più classico dei sensi di colpa fasulli e artefatti: perché mai il giornalista Sacha Batthyany – classe 1973 – dovrebbe sentirsi in colpa per il comportamento di una donna appartenente a un ramo della sua famiglia nel 1945?
Questo senso di colpa autoinflitto e pervicacemente cercato è uno dei mali della contemporaneità, un po’ come se io mi dovessi struggere se scoprissi che un mio avo (cosa anche possibile, peraltro) è stato podestà durante il Ventennio e ha partecipato a qualche episodio poco chiaro o sanguinoso della guerra civile italiana. Ci può stare, ovviamente, la volontà di acclarare la verità dei fatti; non il piagnisteo di maniera, però, non il senso di responsabilità personale per fatti avvenuti ben prima della propria nascita. Ed è proprio questo, oltre allo stile un po’ sciatto, a dare fastidio nelle “Bestie di Rechnitz”: il fatto che l’Autore dia in ogni pagina l’impressione di essere insincero, di aver cavalcato questo racconto per puro utilitarismo, tanto che anche l’espediente del diario si rivela, alla fine, di ben poco spessore, un altro specchietto per le allodole, niente di più.
E così, le promesse della quarta di copertina cadono una a una, e il cuore nero di questo libro – la notte degli orrori del 24 marzo 1945 – sfugge al ricordo come al racconto, è come un centro che non si raggiunge mai, perché l’Autore, volutamente, ci gira attorno e non stringe il cappio, non chiude il racconto, non svela niente al lettore perché non c’è nulla da svelare, se non la volontà (per carità, sacrosanta) di fare un po’ di soldi con un libro furbetto e accattivante.

(Recensione scritta ascoltando Ella Ray, “Cold Blood Heart”)
PREGI:
il libro si legge facilmente e con poca fatica perché non si tratta di un vero saggio, pur non essendo neppure un romanzo. E l’argomento di base è indubbiamente interessante
DIFETTI:
tra “carrerismi” e dilazioni sapientemente somministrate, al lettore non resta che andare avanti, di pagina in pagina, anche quando – e succede molto presto – il sospetto dell’imbroglio inizia a farsi largo. Del tutto inconsistente il finale, pietosa la scritta in copertina, con la quale l’editore ha creduto di acchiappare attenzioni: “Il tragico segreto della mia famiglia”. Meglio fosse rimasto tale…
CITAZIONE:
“Era una bella giornata di sole, i denti di leone erano in fiore, l’erba ancora un po’ umida arrivava a sfiorare le caviglie, e da qualche parte, lì sotto, erano sepolti centottanta teschi. La fossa comune non era ancora stata scoperta malgrado lunghi anni di ricerche.” (pag. 21)
GIUDIZIO SINTETICO: *½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana