# 418 – Georges Simenon – LE SIGNORINE DI CONCARNEAU (RCS, 2016, ediz. orig.1936, pagg. 132)
La vita del quarantenne Jules Guérec scorre tranquilla e monotona, nella ventosa Bretagna: proprietario di due pescherecci, Jules vive accudito e sorvegliato dalle sue tre sorelle nubili, Céline, Marthe e Françoise, che l’hanno cresciuto e gli fanno – soprattutto Céline – da madri più che da sorelle. Al punto che il povero Jules non è neppure libero di andare dove gli pare e di spendere i propri soldi: le sorelle gli fanno i conti in tasca e gli chiedono ragione anche del più piccolo ammanco! Proprio mentre sta tornando da una serata a Quimper, una serata che non avrebbe dovuto concedersi, Jules si renderà protagonista, suo malgrado, di un tragico accadimento che porterà le autorità a indagare su di lui e sulla sua routinaria esistenza, e stavolta il disperato tentativo delle sorelle di difenderlo e di tenerlo al sicuro non funzionerà. Jules, finalmente, avrà la possibilità – seppur per un evento tragico – di uscire dal bozzolo nel quale ha sempre vissuto e, affrontando la responsabilità, sbocciare forse contemporaneamente a nuova vita.
Centotrentadue pagine brucianti, quasi ustionanti: così si potrebbe sintetizzare questo romanzo di Georges Simenon, uno dei più compatti e drammatici nella vastissima produzione dell’Autore di Liegi. Giallo d’atmosfera, dramma familiare e spaccato sociale si mescolano alla perfezione in un testo di rara lucidità, che andrebbe fatto leggere nelle scuole di scrittura per spiegare cosa voglia dire sviluppare una trama, descrivere dei personaggi, creare un intreccio nel quale, sia chiaro, gli elementi sono tutti a disposizione del lettore, eppure la tensione non manca neppure per un minuto, la corrente elettrica che attraversa il romanzo non viene mai meno.
Costruito mettendo fin da subito le carte in tavola, “Le signorine di Concarneau” è la descrizione lucidissima a vivida di un “interno familiare” vagamente malsano e ossessivo (la situazione di Jules Guérec ricorda un po’ quella di Giovanni Pascoli, accudito per tanto tempo dalle sorelle e rimasto celibe) minato dalla casualità e dall’imprevedibile, da quella che una lettura psicanalitica definirebbe forse come l’irruzione del rimosso. Ma non è il caso, quando c’è di mezzo Simenon, di scomodare la psicanalisi: la meravigliosa concretezza del grande scrittore belga, infatti, rende superflua qualsiasi lettura intellettualistica e bizzarra, costringendo il lettore a fare i conti direttamente con la materia del racconto, coi suoi personaggi, con le loro vite devastate o iper-protette, consapevoli o inconsapevoli, coraggiose o pavide. Leggendo Simenon si resta sempre terribilmente dentro la materia, dentro la vita e dentro il dramma, perché ogni cosa non è solo plausibile, è anche incredibilmente reale e tangibile, al punto che si ha l’impressione di percorrere un tratto di binario su un treno lanciato, senza alcuna possibilità di divergere o di scendere.

Nelle sue riuscite migliori, la narrativa di Simenon agguanta il lettore fin dalla prima pagina e non lo molla più, facendolo danzare alla musica suonata da un Autore sapiente e misurato, capace di evitare qualunque lungaggine senza rinunciare a descrizioni (soprattutto caratteriali) perfette e approfondite, demandate a piccoli tocchi, all’uso intelligente dei dettagli, alle sfumature più minuscole e delicate. Il tutto, ricordiamolo, in un piccolo giallo di centotrentadue pagine che sembrano, dal punto di vista della quantità di argomenti toccati e di tematiche scomodate, molte di più, senza che per il lettore rappresentino una fatica.
Si legge con trasporto e con una certa trepidazione, ansiosi di scoprire se l’iper-protetto Jules Guérec farà o meno la cosa giusta, e se è proprio giusta la decisione che ha preso, dettata forse più dal rimorso che da un autentico senso della giustizia, e ancora, si vuol sapere se le tre sorelle allenteranno il loro rigido controllo sul fratello e gli consentiranno di decidere autonomamente circa la sua vita, e sullo sfondo di questo caleidoscopico e complesso dramma, Simenon non rinuncia al tocco giallo, al delitto (seppur involontario) da risolvere, col quale fare i conti anche e soprattutto a livello morale, più che giudiziario. Perché se c’è una cosa che i romanzi di Georges Simenon non rinunciano mai a fare è proprio questa: interrogarsi sulla dimensione morale delle azioni e delle decisioni dei suoi personaggi, sulle loro motivazioni profonde che, come avviene nella realtà, non sono mai del tutto giuste o del tutto sbagliate, ma contengono un inscindibile miscuglio di correttezza e malafede, di errori e buone intenzioni, di volontà di far del bene e incapacità di andare fino in fondo.
In questo senso, il personaggi mai del tutto cresciuto di Jules Guérec è tra i meglio riusciti dell’intera produzione simenoniana, esprimendo quella “sospensione morale” di fondo che, con altro carattere, lo accomuna al Kees Popinga de “L’uomo che guardava passare i treni” e ad altri antieroi di Simenon, che popolano con la loro indecisione, con la loro incapacità di distinguere il bene dal male, con la loro rabbia verso un trattamento ingiusto e con la loro frustrazione per un’esistenza avara di soddisfazioni una bibliografia sconfinata che è quanto di più somigliante alla balzachiana “Comédie humaine” il XX secolo potesse offrire.

(Recensione scritta ascoltando gli Harmonia & Eno ’76, “Les Demoiselles”)
PREGI:
arco narrativo perfetto, personaggi descritti con poche frasi, coerenza interna e tensione che non cala mai. Un gioiellino da leggere e rileggere, anche per la bella ambientazione bretone
DIFETTI:
forse fin troppo breve, non è il libro adatto a chi in un giallo cerca il colpevole e la soluzione del mistero, visto che tutto è ampiamente squadernato fin dal principio
CITAZIONE:
“A Françoise era più facile darla a bere. Ma Céline, quando si trattava del fratello, aveva come un sesto senso. Le bastava vederlo aprire la porta, ad esempio, per sapere se aveva bevuto, anche se il più delle volte si era concesso giusto un bicchierino o due di acquavite, mai di più, e di conseguenza non era ubriaco.” (pag. 29)
GIUDIZIO SINTETICO: ***½
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana