LECTIO BREVIS / 155

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 155
ESSERE (O RESTARE) GIOVANI
La necessità di crescere in fretta e l’illusione di non crescere mai

Fredric Brown – SANGUE NEL VICOLO (1947)

Di cosa parla: Sembra una mattina come tante quella in cui Ed Hunter, diciotto anni, viene raggiunto, al risveglio, dalla notizia che il padre Wally, che lavorava come tipografo, è stato trovato cadavere in un vicolo di Chicago. Non c’è dubbio che sia stato assassinato, così come è certo che l’uomo fosse piuttosto ubriaco. Il giovane decide di lasciare la casa, dove vive con la nuova moglie del padre e la figlia di lei, per raggiungere lo zio Ambrose, che lavora in un circo. Sarà proprio lui che aiuterà Ed a cercare l’assassino, ma anche a rivelare al ragazzo i segreti di gioventù di Wally…

Commento: Giovani che crescono in fretta. Nel mondo duro del poliziesco all’americana, è quasi una necessità.Ed è, infatti, il caso del protagonista di questo libro, che è anche il primo romanzo dello scrittore americano (all’epoca non giovanissimo ma già quarantenne), vincitore del premio Edgar Allan Poe come miglior opera esordiente. È un noir che riecheggia le atmosfere hard-boiled inserendole in una storia di formazione che porterà il protagonista (destinato a diventare, insieme allo zio, personaggio fisso di molti libri di Brown) a fare i conti con sé stesso. Al netto di alcune forzature e di una certa durezza di stile, lascia intravedere le doti del grande scrittore che fu Brown, capace di imporsi, per un paio di decenni, come una delle voci più originali della letteratura di genere americana (anche nell’ambito della fantascienza).

GIUDIZIO: **½

Cesare Pavese – IL COMPAGNO (1947)

Di cosa parla: Il giovane Pablo passa le sue giornate a Torino tra il negozio di sali e tabacchi di famiglia e le uscite con gli amici suonando la chitarra. Ogni tanto fa visita all’amico Amelio, che ha perso l’uso delle gambe in seguito a un incidente stradale: fa così la conoscenza della sua ragazza, Linda, di cui finisce per innamorarsi. È grazie a Linda, la quale lavora presso una sartoria teatrale, che Pablo incomincia a fare vita mondana. Le delusioni, nel rapporto con Linda e nel lavoro, lo convinceranno a lasciare Torino per Roma, dove scoprirà l’impegno della lotta politica contro il fascismo anche in seguito all’incontro con Gino Scarpa, un comunista che cerca asilo dopo aver partecipato alla Guerra civile spagnola…

Commento: Giovani che crescono in fretta. Nei momenti difficili, è quasi una necessità.Ed è, infatti, il caso del protagonista di questo libro, la cui crescita è come segnata dal passaggio dalla città d’origine, Torino, a Roma. Torino e Roma, d’altronde, sono le due città di Pavese, langarolo di nascita ma legato alla città sabauda, dove visse per quarant’anni, e alla capitale, dove si trasferì per lavoro dopo la guerra e dove finì tristemente i suoi giorni. Il rapporto tra Torino e Roma, in questo romanzo, è però invertito di segno per il protagonista, occultato fin dall’incipit dietro un nome fittizio, dal sapore simbolico (“Mi dicevano Pablo perché suonavo la chitarra”). Per Pablo, giovane della media borghesia, la sua città d’origine è il luogo della noia, dell’indecisione, dell’inettitudine: egli si lascia vivere, oscillando tra il dramma dell’amico Amelio e la vitalità di Linda, che lo travolge e letteralmente lo trascina nelle notti mondane, per poi lasciarlo a sé stesso e alla sua passività. Roma segnerà, invece, la scoperta della realtà, l’immersione nella vita adulta, in una sorta di attraversamento della linea d’ombra che coinciderà con l’adesione alla lotta antifascista. Esempio fulgido di realismo (o di neorealismo, se si vuole), il libro è al contempo un romanzo di formazione e la dimostrazione di come l’impegno politico sia stato, negli anni Trenta e Quaranta, non tanto o non solo una scelta ideologica quanto una sorta di apprendistato sul campo per una generazione che di lì a poco dovrà fare i conti con la tragedia della guerra e con le scelte, ancor più drammatiche, imposte dalla Resistenza dopo l’8 settembre. È, anche, un romanzo di un rigore estremo, impervio e spigoloso sul piano linguistico. C’è qualcosa di non pienamente risolto (altri libri, da Paesi tuoi a La casa in collina,da La bella estate a La luna e i falò, sono, e non solo a nostro avviso, i capolavori di Pavese), ma – come riconosceva lo stesso autore – la bellezza del libro sta nella tensione continua che si legge tra le righe, quasi che, in ogni epoca, la giovinezza sia anche e soprattutto slancio e aspirazione.   

GIUDIZIO: **½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Crescere in fretta. O non crescere mai. È possibile fissare la giovinezza nell’attimo eterno che l’ha prodotta e rivelata? Il tema era caro ai Greci (per Mimnermo, VII-VI secolo a.C., “quando sopraggiunge questa fine di giovinezza, subito esser morti è meglio della vita”), lo riprende da par suo Giacomo Leopardi (rileggere Il tramonto della luna, per credere). Uno sviluppo originale lo troviamo nell’opera di Costantino Kavafis, greco di lingua e formazione, che rielabora storie e riprende personaggi del mondo antico per esprimere una sua personalissima poetica. Tra i tanti esempi, eccone uno assai indicativo:

La nostra amatissima, bianca giovinezza,
la nostra giovinezza bianca, bianchissima,
ch’è infinita e così infinitamente breve,
ali d’arcangelo schiude su di noi!…
Incessantemente s’esaurisce, incessantemente
ama;
negli orizzonti bianchi si dissolve e langue.
Ah, là negli orizzonti bianchi va e si perde,
per sempre va.

Per sempre no. Verrà di nuovo,
tornerà, verrà di nuovo.
Con le sue bianche membra, la sua grazia
bianca,
verrà a portarci via, la bianca giovinezza
Ci prenderà con le sue mani bianche,
e con un lieve lenzuolo tolto al suo biancore,
con un lenzuolo bianchissimo tolto al suo
biancore
ci coprirà.

All’opera di Kavafis si ricollega, per una certa affinità tematica e per la purezza ineguagliabile dello stile, la poesia di Sandro Penna, celebratore a sua volta dell’incanto della giovinezza (e della vitale grazia dei giovani), immortalata in questo distico di splendido, epigrammatico, classico nitore:

Forse la giovinezza è solo questo
perenne amare i sensi e non pentirsi.

Testi citati
Costantino Kavafis – LA JEUNESSE BLANCHE – traduzione di Nicola Crocetti (1895)
Sandro Penna – FORSE LA GIOVINEZZA È SOLO QUESTO (1937)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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1/2
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*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO