LECTIO BREVIS / 190

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 190
OGGI SPOSI
Storie di matrimoni più o meno riusciti ma anche di coniugi amati e rimpianti 

Luigi Pirandello – TUTT’E TRE (1913)

Di cosa parla: Alla notizia della morte improvvisa del barone Francesco di Paola Vivona, stroncato da un malore nel giardino di Filomena, una delle sue amanti, quest’ultima, insieme alla moglie, Vittoria, e a Nicolina, un’altra delle amanti, che da poco ha avuto un bambino, si scoprono unite nel dolore per la scomparsa dell’uomo. La baronessa chiederà alle altre due di vivere insieme nel palazzo di famiglia per poter crescere insieme il piccolo. QMa quando, diventate gelose di Nicolina, Vittoria e Filomena decideranno di farla sposare con un ricco e brutto notaio, la futura sposa acconsentirà a malincuore. Ma, nel giorno del matrimonio, le tre donne si ritroveranno ancora unite nel lutto per il barone…

Commento: È la settima delle tredici raccolte di novelle pubblicate da Pirandello (nei piani, avrebbero dovuto essere ventiquattro). Nei quindici testi che compongono il libro, a partire da quello che dà il titolo all’intera silloge, si possono riconoscere alcuni motivi conduttori: il primo, e più immediato, è il matrimonio. Istituto che soffoca la piena e libera espressione della vita dell’individuo, esso diventa, da un lato, motivo di oppressione che ha come quasi naturale sfogo il tradimento, dall’altro il necessario approdo di un’esistenza che voglia rendersi socialmente accettabile agli occhi altrui. E così, se tutto è forma, ecco che il grottesco al quale i personaggi pirandelliani si consegnano è espressione al contempo di un coraggio fuori dal comune e di una disperazione incapace di rassegnazione. Se, ad esempio, il marito tradito de L’ombra del rimorso decide, dopo la morte della moglie, di provocare pubblicamente lo scandalo mettendosi a “rispettare, a venerare, a incensare davanti a tutti, in tutti i modi, l’amante” di lei, in Come gemelle il protagonista capisce che, di fronte alle due bambine partorite contemporaneamente dalla moglie e dall’amante, l’unica salvezza consiste nel trionfo della vita e dell’amore, a discapito delle convenzioni sociali e delle chiacchiere. Una decisione analoga anima il professor Gori di Marsina stretta (un’altra storia di nozze), mentre in Un matrimonio ideale si tocca con mano la distanza che corre tra la felicità che si sogna e la realtà con le sue strettoie. In fondo – come sempre in Pirandello – la beffa è tale proprio nella sproporzione esistente tra il mondo percepito e la verità che sta dietro le maschere (si vedano in questo senso racconti come Ritorno, Tu ridi o Acqua e lì). Lo sa bene la maestrina Boccarmè, protagonista dell’omonima novella, costretta a rivivere nel chiuso della sua stanza, attraverso il ritrattino del suo amore di un tempo, “il lontano azzurro della sua povera favola segreta”. Perché, come dice l’io narrante de Il marito di mia moglie (titolo programmatico come pochi!), la consapevolezza è di per sé condanna: sapendo di dover morire tra poco, egli sconta la pena degli “animali metafisici”, quella di immaginare cosa accadrà quando lui non ci sarà più e un altro uomo prenderà il suo posto accanto alla consorte, che pure gli è stata sempre fedele in vita. L’unica è di morir presto – conclude amaramente l’uomo – e se la vita è inganno, in fondo è un bene, perché, a voler essere proprio sinceri, lui quell’altro lo ammazzerebbe.     

GIUDIZIO: ***

Roman McDougald – DONNA SENZA PIETÀ (1948)

Di cosa parla: Rita Ormond è malata da tempo: i medici, che le hanno diagnosticato un male incurabile, le hanno dato solo sei mesi di vita. Eppure sono già trascorsi tre anni e la donna è ancora, inspiegabilmente, viva. Kirk, il marito, ha scelto di restarle a fianco, nonostante il loro matrimonio sia già finito e lui ami, ricambiato, Linda Travis, una vecchia amica di famiglia. Le cose precipitano allorché Linda viene invitata a trascorrere qualche giorno a casa Ormond. La prima notte, la donna viene a sapere che qualcuno sta cercando di uccidere Rita e così, quando trova nella propria stanza una boccetta di veleno, comincia a pensare che la morte della signora Ormond possa essere l’unica soluzione…

Commento: È il quinto dei sei romanzi scritti e pubblicati in vita da un autore dal profilo alquanto nebuloso e rimasto finora piuttosto in ombra (il libro è rimasto inedito in Italia fino alla recentissima pubblicazione). Benemerita, in questo caso, la riscoperta, considerate le buone qualità della storia, il cui punto di forza è la riuscita caratterizzazione dell’atmosfera e dell’ambientazione. Echi gotici, allusioni a eventi sovrannaturali e un clima di tensione psicologica attraversano tutto il romanzo, scritto in terza persona ma dal punto di vista di Linda, cui viene affidato un ruolo ambiguo: da un lato, ella è la vittima o almeno il corpo estraneo rispetto alla famiglia Ormond (nessuno sembra osteggiarla apertamente, ma proprio per questo tutti tendono a isolarla se non a opprimerla); d’altro canto, è la stessa Linda a concepire piani omicidi, che però puntualmente sembrano fallire. Il finale è degno della miglior tradizione del giallo classico: spiega con dovizia di dettagli ma sorprende il lettore capovolgendone le aspettative (anche se non è forse così imprevedibile). Vi si dimostra, per l’ennesima volta, come sia sempre meglio che negli affari di famiglia non vengano coinvolti gli estranei. E, forse, anche che gli uomini abbiano meno spirito di adattamento e intraprendenza delle donne.

GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Se nei libri di cui abbiamo parlato il matrimonio ne esce male o malissimo, a riscattarlo ci hanno pensato spesso i poeti. Specie nella forma più tipica: la poesia dedicata al o alla coniuge. Nel Novecento, non si contano i poeti che hanno scritto un testo per la moglie, da Saba a Ungaretti, da Eliot a Neruda (più raro ci sembra – ma trattasi di impressione e non di indagine rigorosa – il caso opposto: di poetesse che abbiano dedicato componimenti ai mariti). Ci sono (e di nuovo ci affidiamo alla memoria più che alla ricerca filologica) almeno due grandi autori che alla propria consorte – mai termine suona più notarile e antipoetico nonostante le intenzioni etimologiche! – hanno indirizzato non un singolo testo ma una serie o un ciclo vero e proprio di poesie.

Il primo è Giorgio Caproni, campione esemplare di semplicità umana e letteraria nel panorama della poesia novecentesca italiana: appassionato di musica, maestro elementare, traduttore dal francese di autori del calibro di Proust e Céline, Caproni sposò nel 1938 Rosa Rettagliata, che, nella quotidianità e nei versi, fu sempre Rina. A lei, compagna di una vita e madre dei suoi figli, dedicò, nell’arco di lunghi decenni, diversi componimenti che testimoniano di una felicità coniugale rara, quella che traspare, ad esempio, da questi versi, composti per l’onomastico di Rina, “battezzata Rosa”, e pubblicati in una raccolta postuma:  

Santa Rosa da Lima

Ah rosa sempre in cima
ai miei pensieri…

Mia Rina…

(Piove.

I monti sono neri.

C’è il sole.

Restano neri
se non li accenti tu, mia Rosa…)

Mia rosa sempre in cima
ai miei pensieri…

Mia rima
sempre in me battente…

Fonda e dolce…

Quasi
– in me – flautoclarinescente…

Venata dalla mestizia del ricordo sono invece le ventotto poesie, divise in due sezioni (Xenia I e Xenia II) e contenute nella raccolta Satura del 1970, che Eugenio Montale scrisse in memoria della moglie Drusilla Tanzi, morta nel 1963. Il matrimonio tra i due si era celebrato un anno prima, nel 1962, dopo ben ventitré anni di fidanzamento, contrappuntati da momenti drammatici ma segnati anche da una complice ironia, come si evince da questi versi riferiti a un viaggio a Lisbona:

Dopo lunghe ricerche
ti trovai in un bar dell’Avenida
da Liberdade; non sapevi un’acca
di portoghese o meglio una parola
sola: Madeira. E venne il bicchierino
con un contorno di aragostine.

La sera fui paragonato ai massimi
lusitani dai nomi impronunciabili
e al Carducci in aggiunta.
Per nulla impressionata io ti vedevo piangere
dal ridere nascosta in una folla
forse annoiata ma compunta.

Testi citati
Giorgio Caproni – PER L’ONOMASTICO DI RINA BATTEZZATA ROSA, in “Res amissa” (1991)
Eugenio Montale – DOPO LUNGHE RICERCHE, in “Satura” (1970)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO