Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 194
AMERICANI ALL’ESTERO
In Cina o in Grecia, in Inghilterra o in Marocco: avventure e (soprattutto) disavventure di statunitensi in trasferta
George H. Johnston – LA MORTE ARRIVA A PICCOLI PASSI (1948)
Di cosa parla: Cavendish C. Cavendish è un giornalista americano che ha deciso di fare un viaggio in Cina, sulla Burma Road, per scrivere un articolo sul fascino e i pericoli della celebre strada. L’interesse dell’uomo, fino a quel momento piuttosto scarso, si ravviva in seguito all’incontro con Charmian Anthony, una ragazza americana come lui, rimasta a piedi a causa di un guasto dell’autobus sul quale viaggiava. Cavendish le offre un passaggio, ma poco dopo i due devono fare i conti con una serie di sinistre disavventure: una valanga di sassi che rischia di travolgerli, il crollo di un ponte e persino dei colpi di arma da fuoco di cui vengono fatti bersaglio da una mano anonima. E, quando infine cercheranno rifugio in una locanda, troveranno ad aspettarli il cadavere di una giovane donna pugnalata a morte…
Commento: «Sa, per fare di questa storia un magnifico mistero […] non ci serve altro che introdurre un paio di piste false. I migliori scrittori fanno così». Quando Cavendish pronuncia queste parole, non siamo ancora a metà del libro e i misteri in verità già abbondano. Perché quello che bisogna riconoscere all’autore (australiano di nascita e giornalista di formazione) è che certo non gli difetta il senso del ritmo. In un centinaio di pagine (le prime) abbiamo fatto la conoscenza dei due protagonisti (e abbiamo già intuito come evolverà la loro relazione) e, soprattutto, li abbiamo già visti alle prese con una non indifferente quantità di guai. Insomma, Johnston ci ha dato prova di qualità narrative più che apprezzabili suscitando una curiosità tale da indurci a divorare anche le pagine che mancano per dare risposta agli inquietanti interrogativi sollevati.
E se è vero che, con il passare delle pagine, la tensione fatalmente decresce e, verso la fine, tende a spegnersi, salvo però riaccendersi di colpo nella spiegazione finale che, con la sua semplicità, ci convince una volta di più dell’abilità con cui siamo stati distratti dall’autore, è altrettanto indubbio che, a lettura conclusa, non abbiamo motivi per dirci insoddisfatti. Sia chiaro, la storia è piuttosto convenzionale nel suo genere, i personaggi alquanto monolitici, per quanto non mal disegnati, certe notazioni d’ambiente sulla Cina magari un po’ bozzettistiche, eppure, quando uno scrittore conosce il suo mestiere, quel po’ di divertimento che è capace di regalarci basta e avanza a convincerci che lo sforzo fatto per seguire quel paio di piste false sia valso la pena.
GIUDIZIO: **½

Eric Ambler – IL CASO SCHIRMER (1953)
Di cosa parla: Nel 1806, a Jena, il sergente dell’esercito prussiano Franz Schirmer, dopo essere stato ferito in battaglia, trova rifugio presso una famiglia del posto. Più di un secolo dopo, in uno studio legale americano l’avvocato George Carey, al suo primo impiego, viene incaricato di rintracciare gli eredi di una donna facoltosa scomparsa di recente, Amelia Schneider Johnson. La ricerca è particolarmente complessa, tanto che Carey dovrà spostarsi in Europa, dove sarà affiancato dalla signorina Kolin, affascinante e misteriosa interprete. I due arriveranno fino in Grecia, dove li attende una scoperta decisiva quanto sorprendente…
Commento: Un americano qualunque alle prese con una storia più grande di lui. C’è qualcosa di hitchcockiano in questo romanzo di Ambler (non è un mistero che il regista ammirasse lo scrittore). Il giovane e inesperto avvocato Carey rappresenta alla perfezione il punto di vista ribassato attraverso il quale si dipana una storia intricata di eredità: il protagonista, costretto a passare dalle ricerche d’archivio alle indagini sul campo, si troverà a ricostruire un albero genealogico assai complesso pur di raggiungere il suo obiettivo. Dopo una partenza piuttosto lenta e un po’ faticosa (il lettore deve districarsi tra nomi e gradi di parentela), la storia acquista ritmo e interesse dopo l’arrivo in Europa e l’incontro, inizialmente tutt’altro che felice, di Carey con la signorina Kolin che da semplice interprete diventerà vera compagna di avventure, nonostante la sua freddezza faccia nascere più di un sospetto (e giustificato, a giudicare dal finale!) sulla sua vera identità.
Il libro mescola, secondo la cifra stilistica tipica dell’autore inglese, avventura, spionaggio e thriller (con una leggera prevalenza, ci sembra, della prima), lasciando trapelare tra le maglie di un romanzo “di genere” gli squarci della Storia, dalle guerre napoleoniche alla Seconda guerra mondiale, con particolare riferimento ai diversi fronti della resistenza greca. Grazie a un’invidiabile facilità narrativa, Ambler si muove con disinvoltura sui due piani, mettendo in evidenza i cortocircuiti che si generano dall’intreccio tra di essi. Certo manca qualche picco di tensione e la storia scorre piana verso una conclusione forse un po’ troppo conciliante. In fondo a vincere è il buon senso pragmatico dell’avvocato Carey: è sempre bene – suggerisce l’autore – che la rivoluzione sia rinviata. È una piccola morale borghese? Può darsi, ma non ci pare così grave, specie per un romanzo d’avventure!
GIUDIZIO: **½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
“«Signore», rispose il diplomatico, «sono disposto ad acquistare insieme con i mobili anche il fantasma. Io vengo da una nazione moderna in cui è possibile avere tutto ciò che il denaro può comprare, inoltre con tutti i nostri intraprendenti giovanotti che stanno mettendo a soqquadro il vostro vecchio mondo, e accaparrandosi le vostre migliori dive e primedonne, sono certo che se in Europa esistesse davvero qualcosa di simile a un fantasma, l’avremmo già trasferito da noi in men che non si dica per sistemarlo in un museo o esibirlo in tournée»”.
Il diplomatico che parla è Hiram B. Otis, vice-ambasciatore degli Stati Uniti. E questa è la risposta con cui liquida Lord Canterville, che lo ha appena informato che la dimora di famiglia, dall’altro appena acquistata, è infestata da un fantasma. Il signor Otis vi si trasferirà presto insieme alla moglie, “una signora di mezz’età assai avvenente” e i tre figli: il maggiore, Washington, “un giovanottone biondo, abbastanza bello”, “ballerino di prim’ordine” e con “due sole debolezze: le gardenie e i titoli nobiliari”; Virginia, “ragazza di quindici anni, snella e delicata come una cerbiatta e con una franca espressione di indipendenza negli occhioni azzurri” e i due gemelli, “soprannominati familiarmente ‘Stelle e Strisce’ perché assaggiavano spesso le carezze della frusta”.
L’incontro con il fantasma di Canterville, com’è noto, non scuoterà gli Otis: se Washington cercherà di eliminare la macchia di sangue sul tappeto del salone con il super smacchiatore Pinkerton, saranno soprattutto i terribili gemelli a insolentire lo spettro di Sir Simon che vive nella dimora da trecento anni, da quando ha ammazzato la moglie, colpevole di non saper badare alle faccende domestiche. Nel celebre racconto di Oscar Wilde, gli americani – cui non va a genio neanche l’austerità dell’antica villa inglese – rappresentano non solo la modernità, lo spirito pragmatico (e anche commerciale!), ma anche, nel personaggio di Virginia, che si commuoverà a sentire la vicenda del fantasma, quel tanto di romanticismo che (suggerisce l’autore) pare inconciliabile con i tempi correnti. E poco importa che Sir Simon sia, secondo i parametri odierni, un femminicida… Poco importa persino se Hiram Otis, uomo di saldi principi repubblicani, accetta, nel finale del racconto, che la figlia sposi Lord Cecil diventando duchessa di Cheshire e “ricevendo quella corona nobiliare che è il sogno di ogni giovane americana”, all’estero come in patria.
“Era il 1969, e noi eravamo una famiglia americana residente in Inghilterra, partita per il Marocco nell’ingenua convinzione che quella meta, in aprile, ci avrebbe offerto la stessa autentica fuga verso il sole di un giro nei Caraibi dagli Stati Uniti orientali nello stesso periodo dell’anno”.
C’è una famiglia americana all’estero (Papà, il narratore, Mamma e i quattro figli: Judith, Mark, Caleb e Genevieve, tra i quattordici e gli otto anni) anche nel racconto Marocco di John Updike: le loro piccole disavventure iniziano quando sono costretti ad abbandonare l’albergo di Restinga, sul Mediterraneo, dove avrebbero dovuto trascorrere l’intera vacanza (c’è troppo vento e al mare non si può stare!), per dirigersi, a bordo di una Renault, inizialmente verso Tangeri e poi, costeggiando l’Oceano Atlantico, fino a Rabat, Casablanca e oltre ancora. Tra gli striscioni rossi con falce e martello e i manifesti di Lenin che ornano la capitale per l’imminente visita di una delegazione sovietica di alto livello, una cena consumata in un ristorante improvvisato su uno spiazzo erboso vista oceano, il terribile investimento da parte di un camion di una bambina, la fuga da una spiaggia deserta di Agadir in seguito all’avvistamento di un uomo che si masturba, il culmine arriva al momento del ritorno, allorché, costretti, a causa dell’indisponibilità di un volo per Tangeri dove il giorno dopo avrebbero dovuto prendere un aereo per Parigi, a percorrere in auto lo stesso tragitto di ottocento chilometri percorso in otto giorni, vivranno nell’angoscia di essere fermati dalla polizia intenzionata a punire Papà imprigionandolo nelle terribili carceri marocchine per aver attraversato un incrocio a semaforo rosso. L’ironia con cui Updike racconta il viaggio è temperata, nel finale, dalla malinconia del ricordo con cui il narratore lo ha rievocato. E così, rivolgendosi ai figli e ripensando al momento conclusivo di quel viaggio, una volta sbarcati a Parigi, non può che chiosare:
“In Marocco avevamo raggiunto il massimo della comprensione familiare, e da quel momento in poi potevamo solo disperderci. Siete cresciuti, ve ne siete andati, avete assistito al divorzio dei vostri genitori: nel decennio successivo è accaduto tutto questo. Ma su un’alta piattaforma sfolgorante della Torre Eiffel sentivo che eravamo ancora uniti, destinati, mi sembrava, a rimanere insieme per sempre”.

Testi citati
Oscar Wilde – IL FANTASMA DI CANTERVILLE – traduzione di Lucio Chiavarelli (1887)
John Updike – MAROCCO – traduzione di Federica Oddera (1979)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana