Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 195
I PRIMI E GLI ULTIMI GIALLI
Sono meglio i romanzi che inaugurano o quelli che concludono le serie di celebrati autori?
Colin Dexter – L’ULTIMA CORSA PER WOODSTOCK (1975)
Di cosa parla: È la sera di mercoledì 29 settembre quando Sylvia Kaye, una ragazza avvenente e vestita in modo provocante, decide di non dare retta alla sua compagna con la quale da un pezzo sta aspettando l’ultimo autobus per Woodstock e di cercare un passaggio facendo l’autostop. Poche ore più tardi, Sylvia viene ritrovata cadavere nel parcheggio di un pub: è stata assassinata e, stando alle apparenze, anche stuprata. Per l’ispettore Morse della Thames Valley Police, coadiuvato dal sergente Lewis, le indagini si presentano complicate fin da subito: chi è l’automobilista che, stando a una testimone, ha caricato a bordo Sylvia e l’altra ragazza? E chi è quest’ultima, che sembra scomparsa nel nulla?
Commento: Piccolo esperimento letterario. Scegliete un romanzo a caso dell’ispettore Morse: prendete, per mettere alla prova Colin Dexter, il primo libro della serie, ideato, secondo quanto dichiarato dallo stesso autore, nell’estate del 1972 durante una vacanza piovosa in Galles. Il gioco, in questi casi, è facile: con il senno di poi, il primo libro è migliore o peggiore dei successivi? Nel nostro caso, non abbiamo dubbi: da estimatori dell’opera omnia dello scrittore inglese, possiamo dire che, a confronto di alcuni romanzi venuti dopo, in cui talora si osservano una certa ricercatezza (le epigrafi poste a inizio capitolo, l’insistito gusto per le citazioni e i rimandi colti) e qualche lungaggine di troppo, qui si ha modo di apprezzare appieno le indubbie doti narrative di Dexter. C’è tutto quanto ci si aspetta in un giallo classico degno di questo nome: la storia ha il piglio giusto, i personaggi sono tutti ben caratterizzati (e ricchi di un’umanità spesso dolente), il finale è rigoroso ma anche ben poco consolatorio. Buona parte del merito va all’abile intreccio tra la trama investigativa, solida e priva di complicazioni inutili, e la sottotrama sentimentale, che dà spessore alla sfaccettata figura di Morse e si rivela del tutto funzionale allo sviluppo complessivo e allo scioglimento della vicenda. Buona la prima, anzi più che buona, dunque!
GIUDIZIO: ***½

Andrea Camilleri – IL CUOCO DELL’ALCYON (2019)
Di cosa parla: La fabbrica di scafi di Giovanni Trincanato è in crisi ormai da qualche tempo. La situazione si aggrava allorché, una mattina, un operaio si impicca in un capannone. All’arrivo del commissario Montalbano, il titolare si mostra sprezzante nei confronti del suicida e Montalbano non esita a schiaffeggiarlo. Poco dopo, il commissario fa la conoscenza di due escort che prestano servizio a bordo dell’Alcyon, un’imbarcazione che, occasionalmente, attracca a Vigata e i cui rifornimenti vengono procurati proprio da Trincanato. Per Montalbano, che, costretto a ferie obbligate, raggiunge la fidanzata Livia a Boccadasse, le coincidenze diventano sospette quando, in Liguria, incontra casualmente una delle due escort. Ma c’è ben altro di cui preoccuparsi per Montalbano: approfittando della sua assenza, infatti, il questore ha deciso addirittura di smantellare il suo commissariato. Cosa c’è dietro questa mossa così inattesa e sconcertante? E c’è qualche relazione con Trincanato e l’Alcyon? Per scoprirlo, non resta che tornare precipitosamente a casa…
Commento: Secondo piccolo esperimento letterario. Scegliete un romanzo a caso del commissario Montalbano: prendete, così per stare sicuri, l’ultimo libro pubblicato in vita da Andrea Camilleri, il ventisettesimo dei ventotto che compongono la serie. Esce nel maggio del 2019, meno di due mesi prima della morte del suo autore (postumo, per volontà dello stesso scrittore, sarà pubblicato Riccardino, scritto però con largo anticipo nel 2005 e rimaneggiato nel 2016). A quella data la popolarità di Montalbano (e di Camilleri) è ormai consolidatissima, non solo per la fortuna incontrata dai libri, ma grazie ai trentaquattro episodi della serie televisiva già mandati in onda nell’arco di vent’anni esatti. Leggendo il romanzo, non potrà che colpirvi un’aria di famiglia: i personaggi, cui inconsciamente attribuirete i volti degli attori che tante volte sono passati sul piccolo schermo, vi sembreranno persone di casa. Potrete anticiparne gli umori, i comportamenti, le battute.
È questo, si dirà, da sempre il segreto delle saghe di successo: giocare con il pubblico non tradendone le aspettative, solleticandolo, facendolo sentire partecipe. Ed è noto che chi, come Conan Doyle, provò a disfarsi del suo eroe, dovette ricredersi e, a furor di popolo, provvedere a risuscitarlo e a continuarne le avventure. Ci sono controindicazioni in tutto questo? In linea di massima no: la letteratura popolare vive anche di abitudini. E così, a leggere la vicenda dell’Alcyon, nata come soggetto per un film e poi, a progetto abortito, convertito in romanzo con Montalbano (e curiosamente non trasposto per la tv), ci si dimentica dei difetti della trama, di qualche forzatura di troppo nella verosimiglianza di tanti dettagli, del carattere un po’ macchiettistico di certi personaggi e persino dei manierismi di una lingua in cui Camilleri si crogiola con voluttà: il commissario, ormai sessantenne, fa la figura dell’uomo d’azione in una vicenda in cui, tra escort di lusso, imprenditori cinici, l’informazione di regime di Televigàta e quella coraggiosa e indipendente di Retelibera, loschi affari concertati tra i “boss del mondo” (sono parole dell’autore) e persino lo zampino dell’FBI, la carne al fuoco non manca (e le ricette, rigorosamente sicilianissime, nemmeno). Pazienza se la cottura non è sempre perfetta. C’è aria di casa, e tanto basta.
GIUDIZIO: **

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Incominciare è sempre complicato, concludere è spesso doloroso. Non è, insomma, mai facile, per uno scrittore “seriale” dare inizio a una saga, non foss’altro perché, in molti casi, il primo romanzo è un tentativo, un esperimento. Agatha Christie scrisse il primo poliziesco, Poirot a Style Court (uscì più di un secolo fa, nel 1920) per una scommessa con la sorella. Ma anche porre fine a una serie di successo è talora motivo di tormento, per gli autori o per i lettori. La Christie programmò l’uscita di scena di Poirot, che lei diceva di non sopportare, con decenni d’anticipo sulla pubblicazione dell’ultimo libro (Sipario), avvenuta nel 1975, pochi mesi prima della morte dell’autrice. I lettori non ebbero così modo di levare le proprie proteste: la scrittrice aveva dimostrato di aver fatto tesoro della lezione di Conan Doyle, che, a furor di pubblico, dovette resuscitare Sherlock Holmes una decina d’anni dopo averlo fatto morire.
Per la cronaca, gli esordi felici o addirittura felicissimi, nella storia del giallo classico, sono tanti: dal capostipite assoluto – e capolavoro insuperato della letteratura non solo di genere – I delitti della rue Morgue di Edgar Allan Poe (1841) a Uno studio in rosso di Conan Doyle (1897), dal già citato Poirot a Style Court a La poltrona n. 30 di e con Ellery Queen (1929), fino a Fer-de-lance di Rex Stout con Nero Wolfe (1934).
Un caso a sé è rappresentato da Il passeggero del Polarlys di Georges Simenon (scritto nel 1930, pubblicato nel 1932), che è un giallo in piena regola, com’è facile capire dalla trama. A bordo del Polarlys, cargo costiero che sbarca da Amburgo per dirigersi verso il Circolo Polare Artico, insieme al capitano Petersen e al suo misterioso equipaggio viaggiano cinque strani passeggeri: uno di loro viene trovato morto poco dopo la partenza e un altro sembra scomparire nel nulla. È un giallo in piena regola, si diceva, ma è anche, nella fluviale produzione di Simenon, il primo “romanzo duro”, cioè senza Maigret, che lo scrittore belga pubblicò col suo nome. È un poliziesco in cui, però, come accade nella serie che vede protagonista il commissario parigino (ben 75 romanzi: il primo, Pietr il lettone, esce nel 1931), la differenza la fanno l’ambientazione e l’ambiguità dei personaggi.
I romanzi di addio (voluto o no) raccontano invece spesso un’altra storia: è difficile che siano altrettanto riusciti di quelli d’esordio, anche perché non è infrequente, come già detto, che la fine del protagonista venga ritrattata, come nel caso di Sherlock Holmes, o sia del tutto assente. In Tutto bene, dottor Fell!, ad esempio, John Dickson Carr mette in scena una storia ordinaria, secondo i suoi standard, piena di misteri apparentemente cervellotici: tutto ruota intorno alla dimora della famiglia Maynard a James Island, alla quale sono legati una macabra leggenda e due morti misteriose. Che significato dare alla strana sparizione di uno spaventapasseri e alla comparsa di alcuni inquietanti messaggi su una lavagna? Solo quando il padrone di casa viene trovato ucciso secondo le assurde modalità che richiamano i delitti dei suoi antenati, non ci sono più dubbi. È l’ultimo dei ventitré gialli con protagonista il dottor Fell: godibile, ma a tratti noioso e un po’ macchinoso, ben lontano per riuscita dal libro d’esordio, risalente a più di trent’anni prima, Il cantuccio della strega.
E che dire per L’ultima avventura di Philo Vance? L’ultimo romanzo di S.S. van Dine, uno dei più grandi scrittori americani di gialli all’inglese, è ambientato nel castello di un miliardario, dove si verificano il furto di una collezione di smeraldi e due misteriosi omicidi. È però un romanzo incompiuto, non quanto all’intreccio ma per la mancanza della stesura finale: ne risulta un testo che, a fronte della materia corposa, è essenziale nelle descrizioni e nello sviluppo. Non un difetto, per alcuni; ma siamo certamente assai lontani dai migliori esiti della produzione di Van Dine, tra cui il romanzo d’esordio, La strana morte del signor Benson, che esce nel 1926, e che inaugura anche la collana dei Gialli Mondadori, nel 1929.
Ci sono eccezioni? Citiamone almeno una: Nero Wolfe apre la porta al delitto, il trentatreesimo e ultimo romanzo della serie di Rex Stout, uscito nel 1975, anno della morte dello scrittore americano (nonché della pubblicazione della prima avventura dell’ispettore Morse e dell’ultima di Poirot!). È un romanzo straordinario, nel quale sembra che l’autore abbia fatto presagire l’impossibilità di una continuazione: a partire dal titolo originale, A Family Affair, il libro, infatti, pare voler regolare, per un’ultima volta, i conti all’interno della “famiglia letteraria” di Nero Wolfe. Quest’ultimo viene svegliato all’una di notte dal suono del campanello di casa: alla porta c’è Pierre Ducos, cameriere nel ristorante prediletto dall’investigatore; ad Archie Goodwin che gli apre dice di essere in pericolo di vita e chiede ospitalità. L’imprevisto ospite verrà alloggiato in una camera, ma poco dopo sarà ucciso con un trucco diabolico. Inutile aggiungere che le indagini saranno tesissime. La saga di Nero Wolfe si chiude così con un romanzo più cupo e amaro del solito, soprattutto nel finale, a dir poco sconvolgente per i suoi fedeli lettori. È, per tornare al nostro discorso, l’eccezione che conferma la regola: ulteriore dimostrazione, semmai ce ne fosse bisogno, della superiorità di un autore tra i più grandi della letteratura (non solo gialla!) di sempre.

Testi citati
Georges Simenon – IL PASSEGGERO DEL POLARLYS (1932)
John Dickson Carr – TUTTO BENE, DOTTOR FELL! (1967)
S.S. Van Dine – L’ULTIMA AVVENTURA DI PHILO VANCE (1939)
Rex Stout – NERO WOLFE APRE LA PORTA AL DELITTO (1975)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…




Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana