Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 197
IN ALTO MARE
Delitti a bordo, cadute da navi, tragici naufragi: la lotta eterna tra l’uomo e l’acqua
Richard Connell – DELITTO IN MARE (1929)
Di cosa parla: La S.S. Pendragon, nave-merci che, occasionalmente, trasporta anche passeggeri, è appena salpata da New York. Destinazione: le Bermude. A bordo c’è anche Matthew Kelton, appassionato di enigmi delittuosi. Neanche il tempo di assuefarsi al viaggio che l’uomo si accorge che qualcuno ha frugato tra i suoi bagagli, nella cabina che gli è stata assegnata. Fortunatamente, nulla è stato rubato, in apparenza. Poco dopo, però, Kelton viene avvertito dal capitano che un passeggero è stato ritrovato cadavere nella cabina B. Si tratta, senza dubbio, di assassinio…
Commento: Il legame tra il mare e il delitto è sottile, ma evidente. Non tanto per i rischi mortali connaturati alle grandi distese d’acqua (tema che da Omero passando per Defoe, Melville e Conrad attraversa la letteratura di ogni tempo), quanto perché, nel mondo a sé del giallo classico, il viaggio ha sempre costituito uno dei topoi più ricorrenti. E come accade per il treno o l’aereo anche la nave ben si presta a fornire un ambiente ideale per il delitto. L’idea di un gruppo di sconosciuti (che magari si scoprono meno sconosciuti del previsto) che condivide un luogo chiuso e inaccessibile dall’esterno soccorre lo scrittore offrendogli uno schema perfetto per mettere in scena un crimine in grado di turbare l’atmosfera gioiosa connessa magari a una vacanza o comunque alla prospettiva di lasciarsi alle spalle, una volta salpati, le ambasce terrestri. Il livello più alto, in termini di invenzione, è senz’altro toccato da Agatha Christie con Poirot sul Nilo (1937), rispetto al quale questo romanzo – l’unico giallo di uno scrittore americano noto soprattutto come autore di racconti – è precedente, ma assai meno riuscito. A dispetto delle premesse e della soluzione, accattivanti e azzeccate, lo svolgimento, purtroppo, difetta un po’ di brio. Curiosamente negli stessi anni si cimentò con un delitto in mare anche Georges Simenon, in quello che può essere considerato il primo (o, tutt’al più, il secondo) “romanzo duro”, cioè senza Maigret, che lo scrittore belga pubblicò col suo nome: Il passeggero del Polarlys (1930). Da segnalare infine è anche Fantasma in mare di John Dickson Carr, ambientato su una nave che copre la rotta USA-Inghilterra nel settembre 1939, a guerra appena iniziata (a bordo, oltre agli otto passeggeri, una delle quali non arriverà a destinazione viva, c’è anche un carico di esplosivi destinati all’esercito di Sua Maestà).
GIUDIZIO: **

Herbert Clyde Lewis – GENTILUOMO IN MARE (1937)
Di cosa parla: Henry Preston Standish, trentacinque anni, sposato con due bambini, agente di borsa di New York, si trova a bordo dell’Arabella, un piroscafo proveniente da Honolulu e diretto a Panama. Alle Hawaii Standish si è concesso una vacanza solitaria in seguito a una crisi personale. Una mattina, all’alba, l’uomo scivola su una macchia d’unto e precipita nel bel mezzo dell’Oceano Pacifico. Sull’imbarcazione nessuno, né tra il personale di bordo né tra i pochi viaggiatori, si accorge di nulla e così Standish, con il passare dei minuti e poi delle ore, si trova a fare i conti con le difficoltà crescenti del restare in mare, nonché a riflettere sulla sua sorte, mantenendo salda la convinzione che, prima o poi, qualcuno si accorgerà della sua mancanza…
Commento: “Gli uomini di classe come Henry Preston Standish non cascavano dalle navi nel bel mezzo dell’oceano; non si faceva, tutto qui”. Il succo di questo delizioso libro si può concentrare in queste considerazioni, con le quali l’autore prova a far capire le ragioni per cui, una volta precipitato in mare, il protagonista sembra del tutto passivo. Il fatto è che Standish, come ci verrà detto qualche pagina dopo, è “uno degli uomini più noiosi al mondo”, uno che “faceva tutto con coscienza”, uno che “beveva con moderazione, fumava con moderazione e faceva l’amore con sua moglie con moderazione”. È – lo sappiamo già dal titolo – un gentleman, non per nobiltà di nascita ma per educazione: ha imparato da piccolo che gridare non sta bene e, dunque, anche quando cade in acqua, preso più dalla vergogna che dalla paura, non urla. I pregi maggiori del romanzo sono da ricercarsi nel tono, asciutto ma ironico (non una parola di troppo, non un aggettivo usato a sproposito) e nella capacità di trasformare una situazione in sé drammatica in una sorta di commedia filosofica dell’assurdo.
E il tutto perché è Standish stesso ad apparire, per certi versi, fuori posto: schiacciato da una vita monotona e soffocante (Marco Rossari, ottimo traduttore e curatore per Adelphi, richiama il Barlteby di Melville, anche egli impiegato a Wall Street), solo in parte rigenerato dalla vacanza alle Hawaii, il protagonista sembra all’inizio preoccuparsi di cose futili (indimenticabili i mutandoni gialli e blu), per poi lasciarsi andare, elettrizzato, alle sensazioni che gli procura l’idea di raccontare la stramba avventura che sta vivendo ed è ben lungi dal vedere una soluzione certa. Standish, insomma, sembra poter ridare, grazie all’incidente, quello che qualcuno definirebbe – ma l’autore si guarda bene dall’offrire facili spiegazioni allegoriche! – un nuovo senso alla propria esistenza, proprio nel momento in cui questa è minacciata come non mai dagli eventi in cui la caduta in mare lo ha precipitato. Il finale avalla diverse possibili letture del romanzo. Compresa quella che lo considera una specie di (sfortunato) manifesto del suo (sfortunatissimo) autore, americano di origini russo-ebraiche, la cui breve vita (1909-1947) fu costellata da una serie di insuccessi e fallimenti, tutti piuttosto casuali e immeritati. La riscoperta del libro, anch’essa quasi casuale, è assai recente, grazie a traduzioni in diversi paesi del mondo, seguite dal successo editoriale che Lewis non conobbe mai, sommerso anche lui come Standish e infine inghiottito negli abissi della letteratura dimenticata.
GIUDIZIO: ***½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Dei grandi cantanti, si dice che lo sarebbero anche se cantassero l’elenco telefonico. Dei grandi scrittori si può dire altrettanto: degli scrittori, s’intende, come Charles Dickens, capaci di raccontare con una naturalezza tale da far dimenticare al lettore che cosa stanno raccontando, tanto potente e inconfondibile è la loro voce. Provateci voi a scrivere un racconto di cinquanta pagine sul naufragio di una nave (il titolo, quanto mai didascalico, è appunto Il naufragio della Golden Mary) che, partita da Liverpool per San Francisco, va a sbattere, al largo di Capo Horn, contro un iceberg e comincia ad affondare. Vi sembra facile delineare in poche righe i passeggeri della Golden Mary riuscendo a farli emergere a tutto tondo come personaggi, e non come bozzetti? Vi pare niente descrivere una bambina di tre anni, l’unica a bordo, “graziosissima e simpatica”, di nome Lucy, ma soprannominata da tutti Golden Lucy per la sua “bellissima capigliatura bionda”?
Ma, soprattutto, riuscireste voi a raccontare un naufragio in modo credibile, preciso e asciutto, e per di più in prima persona (i narratori, interni, sono il comandante e il primo ufficiale), evitando inutili patetismi ma commovendo eccome il lettore, dato che i sopravvissuti, che si mettono in salvo grazie alle scialuppe, attraversano, comprensibilmente, tutte le immaginabili (ma tra immaginarle e raccontarle c’è di mezzo il mare, appunto!) angosce del caso, che culminano in una autentica tragedia? Ecco, il racconto – alla cui conclusione collaborò il grande amico di Dickens, e a sua volta grande scrittore, Wilkie Collins – sembra il saggio di un corso di scrittura, del genere “Scrivete un racconto su un fatto drammatico”: siamo convinti che la via di Dickens, in apparenza la più semplice, sia in realtà la più impervia, quella che nessun aspirante autore che abbia un minimo di cognizione dei propri limiti si azzarderebbe a percorrere. Può darsi che per essere un grande scrittore non occorra saper scrivere un racconto come questo, ma siamo sicuri che solo un grande scrittore sa scrivere un racconto come questo.
Quanto detto dei narratori può applicarsi anche ai poeti che, da sempre, hanno visto nel mare il riflesso dell’umano. Ci vuole, però, un grande poeta per riassumere in pochi versi l’ambigua lotta che l’uomo ha ingaggiato e ingaggia eternamente con il mare. Un poeta, ad esempio, come Charles Baudelaire, che del tema del mare (e del viaggio per nave) ha fatto un motivo ricorrente della sua poetica, della quale questo celebre testo può essere considerato quasi una sorta di manifesto:
Il mare, se sei libero, ti sarà sempre caro!
È il tuo specchio; la tua anima contempli
nell’infinito volgersi dell’onda;
né il tuo cuore è un abisso meno amaro.
Con voluttà t’immergi dentro la tua figura,
con gli occhi l’afferri, con le braccia, e il tuo cuore
del rumore di sé si libera se ascolta
quel lamento indomabile e selvaggio.
Entrambi tenebrosi, e discreti: nessuno
in fondo ai tuoi abissi, uomo, è disceso mai,
nessuno, mare, conosce gli intimi tuoi tesori,
perché gelosamente li tenete segreti!
Pure, senza rimorso né pietà
dai secoli dei secoli vi combattete, tanto
vi stanno dentro il cuore carneficina e morte,
o lottatori eterni, o fratelli implacabili!

Testi citati
Charles Dickens – IL NAUFRAGIO DELLA GOLDEN MARY (1856)
Charles Baudelaire – L’UOMO E IL MARE, in “I fiori del male” – traduzione di Giovanni Raboni (1857)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana