Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 203
L’AMORE È UNA COSA FACILE?
Tra aspirazioni, ipocrisie e inganni, alla ricerca di una felicità possibile o illusoria
Gustave Flaubert – L’EDUCAZIONE SENTIMENTALE (1869)
Di cosa parla: Il giovane Frédéric Moreau, sul battello che lo riporta a casa da Parigi, dove ha terminato gli studi liceali, fa la conoscenza di un mercante d’arte, Jacques Arnoux, e soprattutto di sua moglie, Marie, di cui si innamora, senza avere nessuna occasione o possibilità di rivelarsi alla donna. Poco tempo dopo, tornato a Parigi per seguire i corsi universitari di giurisprudenza insieme all’amico Deslauriers, stringe amicizia con alcuni giovani rivoluzionari – siamo intorno al 1830 – e conosce Rosannette, una ragazza mantenuta dai suoi amanti e soprannominata la “Marescialla”, di cui finisce per invaghirsi. A Frédéric, arricchitosi nel frattempo grazie a un’eredità, si apriranno presto le più importanti opportunità di frequentazione nella società parigina: diventando assiduo in casa Arnoux, riuscirà anche a dichiarare i suoi sentimenti a Marie, ma nella sua vita si affacceranno anche altre donne, dalla giovanissima Louise alla signora Dambreuse, moglie di un facoltoso finanziere…
Commento: «Per piacere alle donne, bisogna ostentare un’incoscienza da buffone o dei furori da tragedia. Esse si ridono di noi, quando si dica che le si ama, semplicemente. Quanto a me, trovo queste iperboli, a cui si divertono tanto, una profanazione dell’amore: in modo da non saperlo ormai come esprimere, soprattutto davanti a quelle… che hanno… molto ingegno». La “filosofia dell’amore” di Frédéric Moreau, da lui stesso confessata, nel finale del romanzo, alla signora Dambreuse, compendia l’educazione sentimentale del protagonista. Da giovane studente a uomo maturo, egli appare, fin da subito, condizionato dal suo carattere, quasi soggiogato da un’indole che lo porta a coltivare l’incertezza, l’indecisione, il rinvio. Frédéric è un uomo di passioni contrastate, sicuramente incapace di corrispondere in pieno ai tempi tumultuosi che gli sono toccati in sorte.
Nella Francia che passa dalla restaurazione illiberale di Carlo X alla rivoluzione “borghese” del 1830 con l’arrivo sul trono di Luigi Filippo d’Orléans e poi alla rivoluzione repubblicana (e, per breve tempo, socialista) del 1848, Moreau è come uno spettatore: le accese lotte politiche lo vedono più spettatore che parte attiva, al punto che pure la sua candidatura naufragherà prematuramente. Forte della sua posizione economica, egli non manca di aiutare tutti, ma se questo lo fa sopravvivere ai turbolenti cambiamenti che si susseguono, risparmiandolo da odi e inimicizie di parte, dall’altro la sua “inettitudine” fa capire – ci suggerisce Flaubert con la consueta lungimiranza – che il romanticismo ha esaurito il suo periodo eroico a favore di un’epoca nuova.
A maggior ragione l’incapacità di Frédéric di instaurare relazioni amorose stabili o animate da autentica passione (il vero amore è l’unico impossibile, quello con la signora Arnoux, ma è anche l’unico a restare del tutto platonico) si può leggere come la fine di ogni possibile epopea tragica, quale poteva essere – i riferimenti sono espliciti nel romanzo – quella di un Werther o di un Ortis. Nella nuova dimensione borghese, il dramma – quello amoroso, come quello politico, sociale, economico – stinge nella commedia, in una sorta di recita delle parti: il libro regala, da questo punto di vista, pagine bellissime. Come è chiaro anche dalle parole citate all’inizio, il gioco dei sentimenti è talmente scoperto ormai che non ci si può più credere davvero: bisogna fingere, ma, per risultare accettabili, occorre ben altro temperamento che quello di Frédéric, preda dei suoi autoinganni.
Tutto ha assunto l’andamento di una commedia, amara naturalmente e venata di una inguaribile nostalgia, di un rimpianto inesausto per quello che è stato: ed è questa, infatti, la nota su cui si chiude il romanzo. L’incapacità di aderire convintamente alle convenzioni sociali (con i due matrimoni falliti: quello con Louise e quello con la signora Dambreuse) è solo lo specchio dell’impossibilità di riconoscersi pure nella forza selvaggia, istintiva e travolgente del sentimento (quella incarnata dal vitalismo di Rosannette): e così a Frédéric resta solo il dolceamaro ricordo della signora Arnoux; anche lui – come avrebbe detto anni dopo Gozzano – può amare solo le rose che non colse. La sua educazione sentimentale, a dispetto della banalizzazione cui ormai l’espressione è ridotta dalla deriva psicologista del nostro tempo, è fallimentare, certo, ma è l’unico compromesso accettabile: la penna strepitosa di Flaubert, aliena da ogni moralismo, predicava già più di centocinquant’anni fa un’ironia, un distacco che ahimè suonano sempre più incomprensibili nella nostra società tutta cuori e cuoricini, ottusamente prigioniera dei luoghi comuni sull’amore e sempre più fieramente convinta che ai sentimenti siano da preferire le emozioni.
GIUDIZIO: ****

John Dickson Carr – UN COLPO DI FUCILE (1944)
Di cosa parla: Dick Markham, affermato commediografo noto come autore di thriller psicologici, e la sua fidanzata Lesley Grant abitano nel villaggio di Six Ashes. A una fiera di beneficenza, Lesley decide di consultare un sedicente indovino di cui tutti parlano. Secondo alcuni, si tratta in realtà di Sir Harvey Gilman, patologo di Scotland Yard in incognito. Poco dopo essere entrata nella tenda dell’indovino, Lesley ne fugge atterrita e di lì a qualche secondo l’uomo viene ferito da un colpo di fucile, sparato, a quanto pare per errore, dalla stessa Lesley con un’arma del vicino padiglione del tiro a segno. Le condizioni del ferito, che tutti credono gravi, in realtà sono buone, come apprende la sera stessa Dick che, invitato in casa dell’uomo, riceve, però, da questi una rivelazione sconcertante: Lesley sarebbe un’assassina. La ragazza avrebbe, infatti, avvelenato con dell’acido prussico due ex mariti e un fidanzato e i delitti, avvenuti in circostanze identiche, si sarebbero consumati all’interno di stanze ermeticamente chiuse dell’interno. Dick, secondo l’indovino, sarà la prossima vittima. Ma le cose non andranno esattamente così, come lo stesso scrittore scoprirà il mattino seguente…
Commento: I critici del giallo a enigma, tra le altre cose, rimproverano al genere una discreta dose di noia: tolte la parte iniziale, con la narrazione del delitto, e quella finale, con la scoperta del colpevole, il resto del romanzo scorrerebbe tra uno sbadiglio e l’altro. Ci si dimentica, però, che in ogni libro la vera differenza la fa la bravura dello scrittore. Le regole, apparentemente inflessibili, del giallo classico sono state oggetto, nelle mani dei migliori interpreti, di infinite variazioni, capaci di rompere la rigidità dello schema e di tenere desta l’attenzione del lettore. Dickson Carr, quando è in vena, è un maestro in questo senso: è il caso di questo romanzo, ennesimo caso di delitto della camera chiusa che l’autore sa vivacizzare, capitolo dopo capitolo, grazie a un accorto dosaggio di rivelazioni. L’aspetto migliore del libro, però, non è l’enigma in sé (astruso quanto basta, ma in fondo meno cervellotico di tanti altri) quanto il dubbio che attraversa le pagine sulla vera natura della protagonista: chi è davvero Lesley Grant, l’innocente innamorata futura sposa di Dick o l’avvelenatrice seriale di mariti e fidanzati? In fondo, come in tutti i romanzi, di genere o no, quel che conta, perché la storia funzioni, è sempre la credibilità dei personaggi e, sotto questo punto di vista, Dickson Carr riesce a conferire una buona capacità di verosimiglianza a caratteri che, per quanto certamente non originali, risultano senz’altro azzeccati nell’economia della storia. Per quanto per i fan i capolavori siano da cercare in altri titoli, resta un romanzo tra i più godibili e ingegnosi dello scrittore americano.
GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Un inglese, Edward Hatfield, trovandosi in Francia in ristrettezze, si riduce a chiedere l’elemosina a una giovane e bella connazionale, Emmeline Croft, che decide di aiutarlo. In cambio, però, l’uomo dovrà sottostare a condizioni assai curiose: la giovane dice, infatti, di volerlo “utilizzare” e pretende obbedienza assoluta. Ma Edward non può permettersi di rifiutare e soprattutto non sa resistere al fascino di Emmeline.
È questa la sintesi de L’incantatrice. Un amore a sorpresa, insospettabile novella di Robert Louis Stevenson, scritta, con tutta probabilità, durante il viaggio che lo condusse lontano dalla civiltà verso le isole Samoa e rimasta inedita per circa un secolo. Anche Stevenson, dunque, sa parlare d’amore. Ma lo fa a modo suo. Con un racconto che, come si apprenderà dallo sviluppo e ancor più dalla conclusione, capovolge le attese iniziali e intreccia romanticismo e calcolo, sentimenti e capacità di badare all’utile. La grazia della novella sta tutta nel tratteggiare un mondo che non esiste più, un mondo in cui le ragazze ricchissime sono affidate a tutori e i giovani aristocratici possono finire sul lastrico. Un mondo fatto di approcci sussurrati, di promesse basate sulla parola d’onore. La crisi che travolge quel mondo porta chi ne fa parte a ingaggiare una lotta darwiniana per la sopravvivenza: e chi, come la signorina Croft, dispone di mezzi sa anche che senza una strategia di difesa non c’è amore che tenga. Perché, quando Stevenson parla d’amore (lo fa solo in questo racconto), è bene diffidare: il trucco c’è, anche se non si vede.

Robert Louis Stevenson (1850-1894) 
Wisława Szymborska (1923 – 2012)
L’amore, insomma, è solo ipocrisia, inganno, incanto? Saremmo senz’altro cinici ad affermarlo, ma la letteratura in genere funziona meglio raccontando le crisi, i fallimenti, le difficoltà, piuttosto che celebrando a piena voce i trionfi, le armonie. Con un’eccezione, almeno parziale, però: la poesia, che ha saputo cantare, più della prosa, anche le gioie dell’amore, creando talora un’illusione di facilità della felicità, quella che Wisława Szymborska ha ben condensato in questi versi:
Un amore felice. È normale?
È serio? È utile?
Che se ne fa il mondo di due esseri
che non vedono il mondo?
Innalzati l’uno verso l’altro senza alcun merito,
i primi qualunque tra un milione, ma convinti
che doveva andare così – in premio di che? Di nulla;
la luce giunge da nessun luogo –
perché proprio su questi, e non su altri?
Ciò offende la giustizia? Sì.
Ciò infrange i principi accumulati con cura?
Butta giù la morale dal piedistallo? Sì, infrange e butta giù.
Guardate i due felici:
se almeno dissimulassero un po’,
si fingessero depressi, confortando così gli amici!
Sentite come ridono – è un insulto.
In che lingua parlano – comprensibile all’apparenza.
E tutte quelle loro cerimonie, smancerie,
quei bizzarri doveri reciproci che s’inventano –
sembra un complotto contro l’umanità!
È difficile immaginare dove si finirebbe
se il loro esempio fosse imitabile.
Su cosa potrebbero contare religioni, poesie,
di che ci si ricorderebbe, a che si rinuncerebbe,
chi vorrebbe restare più nel cerchio?
Un amore felice. Ma è necessario?
Il tatto e la ragione impongono di tacerne
come d’uno scandalo nelle alte sfere della Vita.
Magnifici pargoli nascono senza il suo aiuto.
Mai e poi mai riuscirebbe a popolare la terra,
capita, in fondo, di rado.
Chi non conosce l’amore felice
dica pure che in nessun luogo esiste l’amore felice.
Con tale fede gli sarà più lieve vivere e morire.

Testi citati
Robert Louis Stevenson – L’INCANTATRICE. UN AMORE A SORPRESA (1889)
Wisława Szymborska – UN AMORE FELICE, in “Ogni caso” – traduzione di Pietro Marchesani (2009)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana