Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 212
ÜBER ALLES?
La Germania nell’ora più buia: follie e tragedie dell’amore per Hitler
Fred Uhlman – L’AMICO RITROVATO (1971)
Di cosa parla: Stoccarda, 1932. Hans Schwarz è un ragazzo di famiglia ebraica. Frequenta il locale liceo, senza aver instaurato veri rapporti di amicizia con i suoi compagni di classe, finché, un giorno, alla classe si aggiunge un nuovo allievo: si chiama Konradin von Hohenfels e appartiene a una delle famiglie di più antica nobiltà tedesca. Hans è fin da subito colpito da Konradin e, nel giro di poco tempo, tra i due nasce una profonda amicizia. Con l’avvento al potere del nazismo le cose sono però destinate a prendere tutt’altra piega…
Commento: Aveva visto giusto Arthur Koestler, cinque anni dopo l’uscita del libro, a dirsi convinto che “questo smilzo volumetto” avrebbe trovato “una sua duratura collocazione negli scaffali delle librerie”. La novella di Uhlman, la cui fama è di fatto legata a quest’unico libro, pubblicato quando l’autore aveva già settant’anni, è un piccolo prodigio di equilibrio, riuscendo nel difficile compito di essere al contempo la storia di un’amicizia tra adolescenti (tema più che classico, ma quanto mai scivoloso) e un preciso atto d’accusa contro l’orrore dell’antisemitismo nella Germania nazista. Uhlman sa tratteggiare in poche pagine, attraverso la voce narrante di Hans, le timidezze, le incertezze naturali dell’adolescenza nell’allacciare relazioni significative con i coetanei (no, le difficoltà di questo genere non sono una scoperta degli ultimi anni, anche se, certo, noi siamo stati bravi a trasformare il tutto in un grave disagio, vedendo nell’isolamento il segnale infallibile di una patologia in divenire). Il fatto che sull’amicizia tra i due ragazzi incombano – lo capisce anche il lettore meno scaltrito – le cupezze della Storia proietta fin da subito ombre ambigue sulla spontanea purezza di una relazione che nasce e si consolida sotto le nobili insegne delle comuni passioni per le monete antiche e la poesia di Hölderlin. D’altra parte, se il precipitare delle cose è rapido e, coerentemente, finisce per occupare relativamente poco spazio nella parte finale della storia (meno di un terzo), Uhlman mette in guardia il lettore ben da prima: le pagine in cui Hans spiega in che senso la sua famiglia si concepisse perfettamente tedesca (si veda la discussione tra il padre, medico, e un sionista incaricato di raccogliere soldi per Israele) sono tra le più chiare nel denunciare la follia dell’antisemitismo che portò la Germania di Hitler a dichiarare una mostruosa (e, agli occhi del padre di Hans, e non solo, del tutto incomprensibile e quindi inconcepibile) guerra contro una parte del suo stesso popolo.
Il punto di vista dell’adolescente Hans si rivela così uno sguardo che, nel momento stesso in cui si affaccia sul mondo, si fa meno puro (si vedano le convinzioni su Dio che maturano in lui dopo la morte accidentale di tre bambini, suoi vicini di casa), ma che non può rinunciare alla coltivazione degli ideali propri dell’età giovanile: l’amicizia con Konradin si presenta, per una breve stagione, come l’illusoria possibilità di scoprire sé stesso negli occhi dell’altro. La delusione, che maturerà dopo una serata all’opera, rappresenterà una sorta di crudelissimo esame di maturità. E infatti, quando a distanza di trent’anni, Hans scioglierà i nodi irrisolti (Uhlman sa commuovere senza cadere in patetismi nel rievocare la fine dei genitori del narratore), il tono si farà ben più amaro e non varrà a mitigarlo (anzi!) la scoperta finale, azzeccatissimo e scioccante colpo di scena di una novella che merita ben più che la qualifica di lettura scolastica cui è stata spesso relegata, pur augurandoci che ancora per lungo tempo siano molti i ragazzi a incontrarla nel loro cursus studiorum.
GIUDIZIO: ***

Caroline De Mulder – I BAMBINI DI HIMMLER (2024)
Di cosa parla: Baviera, 1944. Intorno allo Heim di Steinhöring, una delle tante case di maternità nate in Germania per volere di Heinrich Himmler, il potentissimo Reichsführer delle SS, nell’ambito del progetto Lebensborn volto alla selezione e alla tutela del “buon sangue” ariano, si dipanano le storie parallele di Renée, Helga e Marek. La prima è una giovanissima francese rimasta incinta di un soldato tedesco; la seconda è un’infermiera colta, col trascorrere del tempo, da dubbi sulla funzione della struttura presso la quale lavora; il terzo è un prigioniero polacco che dal campo di Dachau è stato mandato provvisoriamente a costruire nuovi padiglioni per accogliere le madri ospitate nello Heim. Le loro vicende si intrecciano sullo sfondo della guerra le cui sorti, nel frattempo, si fanno via via sempre più sfavorevoli alla Germania…
Commento: Ci vogliono tante accortezze, letterariamente parlando, per affrontare un aspetto così delicato come quello scelto dalla scrittrice belga Caroline De Mulder per questo suo romanzo. Ci vuole, innanzitutto, un’idea forte dal punto di vista narrativo. Forte, ossia chiara e possibilmente originale, capace di sfidare il rischio di scadere nel già sentito. Purtroppo delle tre storie che si intersecano (già nei titoli dei capitoli, tutti dedicati di volta in volta a uno dei tre personaggi, è chiara l’intenzione dell’autrice), soltanto quella di Helga lascia intravedere sviluppi potenzialmente interessanti, attraversata com’è dall’ambiguità dei dubbi e delle inquietudini che affiorano alla coscienza dell’infermiera. E, sebbene De Mulder pecchi di timidezza nell’andare a fondo, si può comunque apprezzare lo sforzo, considerato che per il resto la monoliticità dei caratteri si traduce in una prevedibilità pressoché inscalfibile. Se le idee latitano e la scrittrice sembra accontentarsi di aprire un (peraltro abbozzato) squarcio sul delirante progetto eugenetico messo in opera nella Germania nazista (il racconto della cerimonia dell’Imposizione del nome, alla presenza dello stesso Himmler, manca però di nerbo: fosse stato un qualunque visitatore sarebbe stata la stessa cosa), quello che più appare sconfortante è la mancanza assoluta di tono del racconto, la totale incapacità di porsi un problema di scrittura, di lingua, di stile.
Sotto quest’aspetto, la prosa, dopo un’impressione iniziale di sobrietà, si rivela, col passare delle pagine, di una rara e disarmante monotonia: purtroppo, per narrare una storia come questa, sarebbe stata fondamentale un’attenzione ai dettagli, ci sarebbe voluto uno sguardo in grado di leggere al di là dell’apparente normalità della vita che si svolge nello Heim per far affiorare quelle faglie, quelle crepe, quelle terribili incongruenze su cui il progetto Lebensborn poggia le sue inquietanti fondamenta. E invece De Mulder opta per una lingua nervosa, frammentata all’estremo (capitoletti brevi e brevissimi, frasi nominali, ripetizioni) ma non ruvida o urticante come la materia del romanzo avrebbe magari potuto richiedere, bensì sempre ammiccante, accomodante nel suo voler a tutti i costi cedere qualcosa al didascalismo, al patetismo, al lirismo meno necessari. Certo, il contenuto è “importante”, ma per affrontare un tema così delicato ci vorrebbe ben altro, letterariamente parlando.
GIUDIZIO: *½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Il tedesco era la lingua di Paul Celan, poeta di origini ebraiche nato nel 1920 in una città che faceva parte, da un paio d’anni, della Romania (e in romeno si chiama Cernăuți), ma che a lungo era stata all’interno dei confini dell’Impero austro-ungarico (e in tedesco è Czernowitz); oggi, con il nome di Černivci, appartiene all’Ucraina. Nel 1940, a guerra in corso, la città fu occupata dall’Unione Sovietica, ma l’anno dopo vi entrarono romeni e tedeschi. Circostanza che per Celan, che dal 1938 si era trasferito in Francia per studiare (in quell’anno si era iscritto all’università di medicina a Tours) e che, allo scoppio del conflitto, si trovava in patria per le vacanze, fu all’origine della tragedia che lo investì insieme alla sua famiglia. I suoi genitori moriranno in un campo di concentramento, lui finirà deportato in un campo di lavoro romeno da cui si salverà; i disturbi psichici, di cui soffriva fin dall’infanzia, lo porteranno, nel 1970, al suicidio per annegamento nella Senna. A Celan si deve una delle più tormentate e oscure opere tra le tante composte per ricordare lo sterminio messo in opera dai nazisti nel cuore dell’Europa: la raccolta, uscita nel 1952, ha il titolo, ossimorico e eloquente come non mai, di Papavero e memoria (e papavero sta, naturalmente, per oblio); la poesia più celebre, che Celan tuttavia non considerava la più rappresentativa della sua produzione, è Fuga di morte, scritta già nel 1945, densa di riferimenti complessi ma anche di immagini fortemente evocative nella loro crudezza, a partire da quella iniziale:
Nero latte dell’alba noi lo beviamo la sera
lo beviamo a mezzogiorno e al mattino lo beviamo la notte
noi beviamo e beviamo
scaviamo una fossa nell’aria là non si sta stretti
Nella casa abita un uomo e gioca con i serpenti e scrive
scrive in Germania quando vien buio i tuoi capelli d’oro Margarete
scrive ed esce davanti a casa e lampeggiano le stelle
chiama con un fischio i suoi segugi
fa uscire con un fischio i suoi ebrei fa scavare una fossa nella terra
ci ordina ora suonate alla danza
Nero latte dell’alba noi ti beviamo la notte
ti beviamo al mattino e a mezzogiorno ti beviamo la sera
noi beviamo e beviamo
Nella casa abita un uomo e gioca con i serpenti e scrive
scrive in Germania quando vien buio i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith scaviamo una fossa nell’aria là non si sta stretti
Lui grida infilzate più a fondo la terra voialtri e voi cantate e suonate
prende il ferro nella cintura lo brandisce azzurri sono i suoi occhi
infilzate più a fondo le vanghe voialtri e voi continuate a suonare alla danza
Nero latte dell’alba noi ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno e al mattino ti beviamo la sera
noi beviamo e beviamo
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith e gioca con i serpenti
Lui grida suonate più dolce la morte la morte è maestra in Germania
lui grida traete un suono più cupo ai violini salite come fumo nell’aria
poi avrete una fossa nelle nuvole là non si sta stretti
Nero latte dell’alba noi ti beviamo la notte
ti beviamo a mezzogiorno la morte è maestra in Germania
ti beviamo la sera e al mattino beviamo e beviamo
la morte è maestra in Germania azzurri sono i suoi occhi
ti colpisce con palla di piombo ti colpisce preciso
nella casa abita un uomo i tuoi capelli d’oro Margarete
ci aizza contro i segugi ci regala una fossa nell’aria
e gioca con i serpenti e sogna la morte è maestra in Germania
i tuoi capelli d’oro Margarete
i tuoi capelli di cenere Sulamith
Vittima della dittatura, ma sul piano politico, fu anche lo scrittore più distante dal regime nazista e più ferocemente critico nei suoi confronti, come ben testimonia la sua variegata produzione teatrale, saggistica e poetica: Bertolt Brecht, la cui adesione all’ideologia comunista, nel dopoguerra, sfocerà in un aperto appoggio alla politica sovietica, lasciò la Germania fin dal 1933, con l’avvento al potere di Hitler, e vagò per mezza Europa prima di raggiungere gli Stati Uniti allorché, nel 1940, le truppe tedesche ebbero occupato gran parte del continente. Tanti i testi che Brecht dedicò alle vicende e ai protagonisti della storia del suo Paese di quegli anni; ecco, ad esempio, come, con ammirevole chiarezza, si descrive l’amore per il Führer:
L’amore del popolo per il Führer è molto grande.
Ovunque egli vada
è circondato da gente in uniformi nere
che lo ama al punto
da non distogliere l’occhio da lui.
Quando egli siede in un caffè
immediatamente gli si siedono intorno cinque giganti perché
possa godersi un po’ di svago.
Le SS specialmente lo amano con tanta passione
che quasi lo invidiano al resto del popolo e
gli stanno addosso, tanto
sono gelose. E quando una volta con alcuni generali
fece una gita di fine settimana su un incrociatore
e passò un’intera notte solo con loro
scoppiò una rivolta fra le SA ed egli dovette
farne fucilare centinaia.

Testi citati
Paul Celan – FUGA DI MORTE, in “Papavero e memoria” – traduzione di Anna Ruchat (1952)
Bertolt Brecht – L’AMORE PER IL FÜHRER, in “Poesie di Svendborg” – traduzione di Franco Fortini (1939)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il ìsistema Mereghettiî, che va da 0 a 4 ìstellineî: a 0, ovviamente, i giudizi pi˘ negativi, a 4 quelli pi˘ positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana