Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 213
IL LATO OSCURO DELLA BORGHESIA
Dalla Francia all’Inghilterra all’Italia: vizi e difetti della classe media, qualunque cosa essa sia
Georges Simenon – IN CASO DI DISGRAZIA (1956)
Di cosa parla: Lucien Gobillot è un avvocato parigino di successo, ma da tempo qualcosa lo turba, tanto che ha deciso di scrivere, di nascosto da tutti, un dossier su sé stesso. Tutto è cominciato quando, una sera, si è presentata nel suo studio, per chiederne l’assistenza, la giovane Yvette Maudet: Gobillot viene immediatamente sedotto dalla ragazza, che ha partecipato a una rapina, e accetta di assumerne la difesa. La fa assolvere, e nel frattempo intreccia con lei una relazione sempre più morbosa che lo allontana dalla moglie. Quando però un giovane amante di Yvette vorrebbe che quest’ultima interrompesse l’ambigua liaison con l’avvocato, Gobillot farà di tutto per tenere la ragazza lontana da lui…
Commento: Si capisce fin da subito, leggendo il dossier privato in forma di diario, cui Gobillot dà lo stesso titolo del romanzo, che c’è qualcosa di conturbante nell’aria. E – diciamolo subito – la conclusione non scontenta il lettore convinto, a buon diritto, che un romanzo debba innanzitutto raccontare una storia, dall’inizio alla fine. “I fatti!” come ricorda più volte a sé stesso Gobillot nel suo dossier. La vicenda, però, non sarebbe niente se Simenon non fosse lo scrittore che è. Se, cioè, non lasciasse poi, a più riprese, affiorare dai fatti l’intrinseca ambiguità che attraversa l’intera storia. Un’ambiguità che intreccia diversi piani: il primo, il più immediato, discende dalle differenze profondissime tra i due protagonisti: d’età, innanzitutto, e di aspetto (Gobillot sottolinea più volte di essere brutto, mentre naturalmente Yvette è bellissima), ma anche di condizione sociale. L’avvocato appartiene all’alta borghesia parigina, è di casa nei salotti meglio frequentati, conosce politici e professionisti di livello e, chiaramente, è ricchissimo.
La ragazza, all’opposto, è una sbandata, non ha nulla, neanche un posto dove stare (sarà Gobillot a trovarle una sistemazione). È, insomma, una relazione asimmetrica: fondata inizialmente su un commercio esplicito (la difesa in cambio della disponibilità sessuale), assume via via una connotazione malsana (l’apice, in questo senso, si avrà con il coinvolgimento nel rapporto tra i due della cameriera Jeanine) che, però, il protagonista cerca in qualche modo, se non di giustificare, di comprendere, di analizzare, nel tentativo di offrire una ragione a quella che si presenta come una vera discesa agli inferi. “Rimane una spiegazione, ma nessuno ci crederà: la volontà di rendere felice qualcuno, di prendersene cura totalmente, qualcuno che ti debba tutto, che fai uscire dal nulla sapendo che ci ritornerà se gli vieni a mancare tu”. Per Gobillot, Yvette è la liberazione degli istinti, l’uscita dalle costrizioni formali cui il suo ruolo, la sua educazione, la sua collocazione nella società lo obbligano, ma l’avvocato non può contenere, proprio in virtù di questi vincoli (e non si dimentichi l’età non più giovane!), gli impulsi vitali della ragazza.
Non li può controllare e nemmeno comprendere fino in fondo, e così non ci può essere salvezza in questa storia sbagliata: i fatti si incaricano solo di accelerare quanto appare inevitabile fin dalle prime pagine del dossier di Gobillot, anzi fin da quel titolo, “In caso di disgrazia”, che suona al contempo come un avvertimento e come un programma, la lugubre anticipazione, per un avvocato di successo, di un fallimento annunciato.
GIUDIZIO: ***

Colin Dexter – L’ISPETTORE MORSE E LE MORTI DI JERICHO (1981)
Di cosa parla: Durante un ricevimento l’ispettore Morse fa la conoscenza di Anne Scott, una donna affascinante che lo colpisce per la sua bellezza e il suo spirito libero. Quando sei mesi dopo, Morse si decide finalmente di andare a trovarla nella sua abitazione nel quartiere di Jericho a Oxford, scopre di essere arrivato troppo tardi. Anne, infatti, è morta: secondo ogni evidenza la donna, quella stessa mattina, si è impiccata nella cucina di casa sua. Le cose però si complicheranno di lì a breve, quando anche un vicino di casa di Anne, particolarmente sgradevole, verrà trovato cadavere e questa volta non paiono esserci dubbi: si tratta di omicidio…
Commento: La borghesia anglosassone è storicamente la destinataria privilegiata della letteratura poliziesca. È facile, dunque, comprendere come, a facilitare il rispecchiamento tra le storie narrate e il pubblico di lettori, sia stata la borghesia anche la classe sociale al centro del romanzo giallo classico. La borghesia, se vogliamo essere precisi, quando era classe dominante, egemone: una classe di individui ricchi, ma che deriva la propria ricchezza dalla gestione di attività redditizie o da rendite familiari. Una classe che può ancora dunque vantare privilegi visibili in termini di tenore di vita, che si esprime nel possesso di case nelle città e tenute in campagna, con tanto di servitù a disposizione, ma anche nella facoltà di potersi dedicare a viaggi esotici, nonché di concedersi il lusso dell’ozio, più o meno creativo. L’ultimo grande esponente del giallo a enigma inglese, Colin Dexter, aggiorna ai suoi tempi (l’ultimo quarto del secolo scorso) il quadro della società: se la upper class è fatta ormai soprattutto di professionisti di alto livello (professori universitari, medici, ecc.), la borghesia ha finito per includere anche una classe media, non altrettanto benestante ma comunque colta e in grado di permettersi standard di vita più che accettabili: Anne Scott, la donna al centro di questo romanzo, incarna per molti versi questa nuova condizione.
Rispetto ad altri romanzi di Dexter, la trama è meno intricata e più agevole da seguire, anche in virtù dei pochi personaggi, al solito ben delineati così come l’ambiente in cui si svolge la storia. Per contro, il mistero appare ben congegnato ma un po’ deludente nello scioglimento: una buona trovata, per quanto non originalissima, non basta a fugare ogni perplessità sul finale. Si conferma, comunque, l’impressione che il punto di forza dei gialli di Dexter stia nella scrittura, curata e piacevole, più che nell’inventiva in sé: dovrebbe essere un pregio per chi non ama più di tanto il giallo classico.
GIUDIZIO: **½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Prima che borghese (o, peggio, piccoloborghese) diventasse un insulto, la letteratura borghese, nella sua accezione più ampia, ha rappresentato anche un formidabile esempio di come l’affermazione sul piano socio-economico di un gruppo possa passare anche attraverso un linguaggio comune, una emancipazione culturale. Nel nome dei consumi, certo: senza il mercato, ossia senza i giornali e i libri, ossia di qualcuno disposto a spendere per leggere, che cosa ne sarebbe stato dell’ascesa della borghesia nell’Ottocento e nel Novecento? Dai consumi al consumismo il passo è stato breve, naturalmente, e la borghesia, appunto, è passata sempre più dall’essere una categoria neutra al diventare il segno della corruzione della stessa società “moderna”. E dire che, molto precocemente, il romanzo borghese si è incaricato di muovere alla stessa borghesia critiche anche radicali, mettendone in discussione gli stessi miti, i valori di riferimento, a partire proprio dall’accumulazione del denaro che quanto più eleva tanto più facilmente può condurre al fallimento, alla rovina, alla catastrofe (i Buddenbrook di Thomas Mann restano, sotto questo profilo, il testo di riferimento).
In Italia, dove l’affermazione di una classe media si impone con ritardo e modalità differenti rispetto ad altri paesi europei, anche in ragione delle vicende storiche e linguistiche, una letteratura borghese non solo stenta ad affermarsi come letteratura di consumo ma, quando pure le critiche alla borghesia si affacciano, tra la fine dell’Ottocento e l’inizio del Novecento (in Verga, Pirandello, Tozzi, Svevo e altri autori ancora), esse appaiono in qualche modo subordinate, sono cioè parte di un quadro in cui gli elementi in primo piano sono altri (l’immobilismo della società, la crisi di identità dell’individuo, ecc.). Sarà solo nel dopoguerra, con il boom economico e la nascita di una vera classe media che, anche in omaggio alle lotte ideologiche che caratterizzano il dibattito culturale, “borghese” diventa quasi automaticamente un modo sprezzante di qualificare l’appartenenza a gruppi sociali, magari eterogenei, ma accomunati dal culto di una modernità identificata pressoché completamente con il consumismo, l’omologazione, il livellamento verso il basso.
Sarà solo nel dopoguerra, con il boom economico e la nascita di una vera classe media che, anche in omaggio alle lotte ideologiche che caratterizzano il dibattito culturale, “borghese” diventa quasi automaticamente un modo sprezzante di qualificare l’appartenenza a gruppi sociali, magari eterogenei, ma accomunati dal culto di una modernità identificata pressoché completamente con il consumismo, l’omologazione, il livellamento verso il basso. Non c’è stato forse intellettuale italiano che più di Pier Paolo Pasolini che abbia incarnato la polemica contro la società borghese, con quelli che – alla lunga – si sarebbero rivelati scivoloni sul piano strettamente ideologico (l’idealizzazione della società premoderna è difficile da sottoscrivere, come se poi la sua presunta purezza fosse estranea a forme di mediocrità, di arretratezza, di fanatismo); il poemetto Le ceneri di Gramsci, alla fine degli anni Cinquanta, segna probabilmente il punto più alto dell’impegno civile contro la nascente società borghese, rispetto alla cui formazione lo stesso narratore si sente vittima e al contempo e inevitabilmente anche complice:
[…] e se mi accade
di amare il mondo non è che per violento
e ingenuo amore sensuale
così come, confuso adolescente, un tempo
l’odiai, se in esso mi feriva il male
borghese di me borghese: e ora, scisso
– con te – il mondo, oggetto non appare
di rancore e quasi di mistico
disprezzo, la parte che ne ha il potere?
Eppure senza il tuo rigore, sussisto
perché non scelgo. Vivo nel non voler
del tramontato dopoguerra: amando
il mondo che odio – nella sua miseria
sprezzante e perso – per un oscuro
scandalo
della coscienza…
Il dilemma civile di Pasolini assume forme fluviali, il suo j’accuse è in realtà una chiamata a correo, espressione della difficoltà di misurarsi col modello di rigore incarnato da Gramsci (anzi dal suo cenere muto con cui egli instaura un dialogo) e della dolorosa consapevolezza dell’intellettuale di non riuscire a incidere sulla società, di subirne anzi le perniciose tentazioni.

Decisamente più fulminante, più secca e più lapidaria la constatazione che leggiamo nelle pagine del Diario degli errori di Ennio Flaiano: qui l’impegno si fa volutamente frammento, impressione, tenendosi lontano da ogni tentazione oratoria. La questione finisce per essere affidata a una sintesi brutale e sentenziosa:
Il borghese capisce tutto, afferra tutto, compra tutto.

Testi citati
Pier Paolo Pasolini – da “LE CENERI DI GRAMSCI” (1957)
Ennio Flaiano – da “DIARIO DEGLI ERRORI” (1966)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi pi˘ negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana