LECTIO BREVIS / 214

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 214
CHI È LA REGINA DEL MISTERO?
Excursus non esaustivo sulle scrittrici britanniche di polizieschi, tra villaggi di campagna, indizi veri e piste false, senza dimenticare i maggiordomi

Dorothy L. Sayers – CINQUE PISTE FALSE (1931)

Di cosa parla: Nel villaggio scozzese di Kirkcudbright la vita scorre apparentemente placida; gli unici passatempi contemplati dalla gente del posto sono la pesca e la pittura. Certo, la presenza di Sandy Campbell, pittore di talento, ma anche insopportabile attaccabrighe, è mal tollerata da molti. Così, nessuno può davvero stupirsi della lite furibonda che costui attacca una sera, in un pub, con un altro pittore, l’inglese Michael Waters. E anche l’indomani, quando Campbell viene trovato morto in fondo a una scarpata, sono in molti a non spargere lacrime: dal rinvenimento del cavalletto in cima alla collina sembra chiaro che si sia trattato di un incidente. Ma, per Lord Peter Wimsey le cose non tornano: il quadro che Campbell stava dipingendo infatti è stato chiaramente finito da qualcuno dopo la sua morte. Per fortuna nella zona non mancano i pittori ed è tra loro che si deve cercare il responsabile di quello che, con ogni evidenza, è stato un omicidio studiato nei minimi particolari…

Commento: Si può scrivere bene e annoiare? Il dilemma è di facilissima risoluzione, a giudicare dalla lettura del sesto dei dodici gialli di Dorothy L. Sayers, la più colta delle gialliste inglesi, ma anche la più prolissa. È difficile sostenere che l’autrice non conoscesse il mestiere e, dunque, il romanzo è, al solito, un trionfo di belle frasi: descrizioni curatissime, dialoghi cesellati, attenzione maniacale ai dettagli. E però, quattrocento pagine per un’indagine su un delitto sono, in tutta franchezza (e almeno in questo caso), un po’ troppe. Soprattutto perché, dopo un avvio azzeccato per la capacità di tratteggiare con efficacia l’ambientazione scozzese e di introdurre con tempestività la vittima e il delitto (che avviene già nel secondo dei 29 capitoli), quello che mette a dura prova la pazienza del lettore è la lunghissima fase delle indagini. Non aiutano ad orientarsi l’eccessiva somiglianza tra i sospettati e, bisogna aggiungere, la pedanteria con cui tutti gli investigatori (e Lord Wimsey in particolare) fanno a gara ad analizzare e rianalizzare le false piste del titolo.

Peccato, perché poi il romanzo riprende fiato nel finale (al capitolo 26, per la precisione) con la scoperta del colpevole e la ricostruzione, minuziosa e chiarificatrice, della verità. Qui la Sayers dà prova, al contempo, di concretezza e, nel pieno solco del giallo a enigma, riesce a rimettere tutto a posto in modo abbastanza soddisfacente (abbastanza, perché la confessione conclusiva e il resoconto del verdetto emesso dalla giuria nei confronti dell’assassino non sono del tutto corretti secondo le regole del gioco). I romanzi della Sayers (che si sono attirati anche critiche in alto loco, come quella di Auden) soffrono spesso, paradossalmente, di quello che molti hanno imputato a tanti autori di letteratura gialla: se questi ultimi sono accusati di mancare di uno stile, i polizieschi della scrittrice inglese dimostrano che averne, a tutti i costi, uno non è necessariamente meglio.    

GIUDIZIO: **

Agatha Christie – È TROPPO FACILE (1939)

Di cosa parla: Luke Fitzwilliam è appena tornato in Inghilterra dopo un periodo passato all’estero. Sul treno che lo sta portando a Londra incontra Lavinia Pinkerton, un’anziana signorina, che gli rivela che è diretta a Scotland Yard. Intende informare la polizia di una serie di morti sospette che, da qualche tempo, si sono verificate nel piccolo villaggio di campagna di Wychwood-under-Ashe, dove vive. La donna dice di avere la certezza che si sia trattato di delitti e di aver intuito chi sia il colpevole. Fitzwilliam si mostra scettico, ma si ricrederà quando l’indomani scoprirà leggendo il giornale che la signorina Pinkerton è stata investita da un’automobile. Decide così di recarsi a Wychwood per vederci meglio…

Commento: Si può scrivere così così e riuscire ad appassionare? Una delle critiche più correntemente mosse ad Agatha Christie riguarda la qualità della sua prosa. Sciatta, trascurata, dozzinale, secondo i più severi; ordinaria, monocorde, incolore, per i più indulgenti. Ma è proprio vero che la più letta, tradotta e popolare delle scrittrici del mistero (e non solo, verrebbe da aggiungere) non brilla per lo stile della sua prosa? Il dilemma è facilmente sciolto, appena si prenda anche un romanzo minore (per fama, almeno) come questo: il libro è il terzo dei quattro che vedono nelle vesti di investigatore il personaggio del sovrintendente Battle, che però entra in scena tardi e non ha di fatto nessun ruolo nello scioglimento del mistero. Il romanzo mescola felicemente le due anime della Christie (che fu anche autrice di libri rosa, con lo pseudonimo di Mary Westmacott): alla storia gialla si intreccia infatti la vicenda amorosa che coinvolge Fitzwilliam.

Ma quel che più conta è, come accade spesso nelle opere della scrittrice inglese, il modo mirabile in cui viene a costruirsi, fin dalle prime pagine, il mistero intorno a cui ruota la trama. Qui la triste fine della signorina Pinkerton diventa subito il motore di tutta l’azione. E la Christie si conferma imbattibile nel disseminare indizi e nel non fare sconti ai suoi personaggi. I dialoghi hanno la secchezza del parlato, ripulito dalla sciatteria, ma anche da certi inverosimili virtuosismi tipici di tanta letteratura gialla. La prosa è scarna, vero, e talora persino ripetitiva. Ma se riuscire a concentrare tutto nello spazio di duecento pagine, con un buon senso del ritmo e senza perdere di vista la solidità della storia, non è avere uno stile, non sapremmo che cosa si cerchi da un romanzo giallo. Nel nostro caso, comunque, gli indizi non mancano, ma per arrivare alla soluzione bisogna fare un notevole sforzo: il colpevole resta uno dei più diabolici nella pur ricca bibliografia della scrittrice.

GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Non c’è forse campo della letteratura come il poliziesco di scuola anglosassone (e britannica, in particolare) in cui siano abbondate le scrittrici. Sarà che, da Jane Austen alle sorelle Brontë, da Mary Shelley a Virginia Woolf, non c’è stata forse letteratura come quella inglese che abbia saputo esprimere un numero così notevole di scrittrici di fama e (quasi sempre) di alto livello. Sarà, anche, che per scrivere un giallo occorre avere occhio per l’ambiente sociale, i personaggi e, beninteso, pure per il lato oscuro insito nell’uno e negli altri: fatto sta che è davvero imponente il numero di scrittrici britanniche nel genere. Una buona sintesi è offerta da un volume antologico, edito da Einaudi qualche anno fa, dal titolo didascalico Signore in giallo, nel quale la parte del leone è riservata proprio alle autrici britanniche, cui si devono sei degli undici racconti raccolti. La trovata su cui è costruita l’antologia, però, è che donne sono pure le investigatrici, le vittime e le assassine (queste le tre sezioni in cui è suddiviso il libro): ci sono, ad esempio, una domestica troppo perfetta, una notte al museo delle cere con statue che sembrano vive, una ragazza che non si fida della sua coinquilina, una moglie che ama disfarsi dei mariti. Tra le autrici, spiccano i nomi delle più famose (Agatha Christie, Ethel Lina White, Daphne du Murier, Patricia Highsmith, Ruth Rendell, Fred Vargas), ma ce ne sono anche di meno note (ottime scoperte si rivelano senz’altro Mary Cholmondeley, inglese, e Mary E. Wilkins Freeman, statunitense).

Al poliziesco si dedicò anche Georgette Heyer, scrittrice inglese che si ritagliò larga fama nella letteratura popolare dedicandosi a un genere misto di romanzo storico e romanzo rosa. Nei dodici gialli pubblicati (pochissimi in rapporto al grosso della sua opera), il campionario dei clichés britannici è sfruttato ampiamente. Il suo secondo libro, L’omicidio di Norton Manor, li riassume alla perfezione. La storia inizia con un’auto ferma lungo una stradina di campagna di sera. Un avvocato, che si trova a passare di lì, non può non notarla e fermarsi a sua volta, anche perché nei pressi c’è una bella ragazza. Quando scopre che al volante dell’auto c’è il cadavere di un uomo, ammazzato con un colpo di pistola, deve decidere in fretta cosa fare. Convinto che la giovane non sia responsabile dell’omicidio, la lascia andare. Ma finirà per essere coinvolto nel caso, anche perché la vittima è il maggiordomo di una tenuta vicina alla casa alla quale è diretto, ospite dei suoi zii. Il romanzo coniuga un’indagine solida, anche se senza particolari sussulti, a una discreta caratterizzazione psicologica dei personaggi, nel pieno solco della tradizione del giallo classico di scuola anglosassone, a partire dall’ambientazione in campagna (La morte nel villaggio di Agatha Christie, l’eccellente esordio letterario di Miss Marple, è di appena tre anni prima), con tanto di tenuta e un’abbondanza di maggiordomi che si avverte fin dal titolo originale (Why Shoot a Butler?).

Testi citati
AA.VV. – SIGNORE IN GIALLO (pubblicato nel 2015)
Georgette Heyer – L’OMICIDIO DI NORTON MANOR (1933)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO