Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 216
DONNE SOLE
Effetti e conseguenze di amori finiti, interrotti, mai iniziati, impossibili
Peter Handke – LA DONNA MANCINA (1976)
Di cosa parla: Marianne è sposata da dieci anni con Bruno, rappresentante di una ditta di porcellane. I due hanno un figlio di otto anni, Stefano. Al ritorno in Germania del marito, reduce da un viaggio di lavoro in Finlandia, la donna gli comunica di volerlo lasciare, nonostante lui le dichiari il suo amore. Marianne si dedica, dunque, alla sua nuova vita. Riprende il suo lavoro di traduttrice, interrotto durante il matrimonio, e si dice intenzionata a coltivare una “solitudine estrema”…
Commento: È il romanzo della svolta, dicono gli attenti lettori dello scrittore austriaco (ma anche drammaturgo, saggista, poeta, reporter di viaggio, sceneggiatore e regista, ci ricorda con la consueta pedante acribia wikipedia). Svolta rispetto alle opere e alle posizioni critiche precedenti, all’insegna dell’avanguardia e soprattutto della polemica feroce contro gli autori tradizionalisti, quelli che si ostinano a raccontare storie. La rivoluzione arriva, appunto, con questo romanzo (romanzo breve, a voler sfogare anche noi la nostra dose di puntigliosità), nel quale la limpidezza stilistica è al servizio di una vicenda molto lineare e del tutto convenzionale. Materia giudicata buona dallo stesso scrittore per un film che egli si incaricò di dirigere un paio di anni dopo. Tutto bene quel che finisce bene, dunque, almeno per chi crede più nella letteratura che nelle provocazioni? Sì e no, dipende da cosa ci si aspetta da un romanzo.
Per chi cerca un’indagine sull’universo emotivo (per di più femminile), il ritratto di una donna qualunque, un po’ maldestra o stramba (questo il significato del “mancina” del titolo, citazione di una canzone cara alla protagonista) osservata con fredda lucidità dallo sguardo distaccato dell’autore, il libro offre di che bearsi. Se poi non disprezzate gli squarci lirici, le aperture poetiche, Handke sa soddisfare anche queste richieste, per quanto – va detto – in modi meno ingenui e plateali di tanti altri e offrendo persino esempi non disprezzabili nell’ambito del genere.
Qualora, però, vi affanniate a rintracciare, nella novantina di pagine che costituiscono il romanzo, una storia, il rischio è che dobbiate fermarvi al riassuntino che abbiamo premesso, corrispondente alle prime dieci pagine a occhio: per le restanti ottanta, l’indagine si sforza di mettere a fuoco le conseguenze della scelta di solitudine della protagonista attraverso le sue interazioni e i suoi dialoghi con gli altri personaggi, i quali, ahimè, oscillano tra l’insignificante e l’inconsistente (la palma va al bambino Stefano, che parla, pensa e agisce in tutto e per tutto come un adulto borioso). Tutto sfuma nell’indistinto: le indicazioni temporali sono (volutamente) generiche, del genere “era una chiara mattina d’inverno” o “era notte”, e i luoghi sono altrettanto vaghi. Secondo Anna Maria Carpi, traduttrice della prima edizione del libro, “forse Handke è un narratore un po’ aberrante, un lirico che perlopiù scrive romanzi”, eppure – conclude – se si può dubitare di Handke come narratore, le sue impennate liriche sono talmente limpide da essere indiscutibili. E di fronte al successo, di pubblico e di critica, che cinquant’anni fa il romanzo riscosse, ci coglie il dubbio di non aver capito, di essere, come minimo, sfasati o, peggio, insensibili. Non possiamo non riconoscere che il libro è scritto bene, ma il bellettrismo non ci ha mai persuaso, specie quando è al servizio di una storia “intensa”. L’autore ha vinto il Nobel per la letteratura nel 2019 “per la sua opera influente che, con ingegno linguistico, ha esplorato le periferie e le specificità dell’esperienza umana”. Stavano sulle generali, a Stoccolma, dove l’astrazione fa premio sulla letteratura…
GIUDIZIO: **

Simona Vinci – STANZA 411 (2006)
Di cosa parla: Una donna – non ne conosciamo il nome – ripercorre, nella stanza di un albergo di Roma, vicino al Pantheon, la sua vicenda d’amore con l’uomo che condivide con lei la camera. In una sorta di lungo monologo interiore che assomiglia anche a un esame di coscienza, ecco rievocati i momenti fondamentali, dall’attrazione iniziale all’evolversi di un rapporto dominato da una passione totalizzante, almeno per lei, che si interroga tormentosamente su quanto quella specifica relazione sia l’emblema stesso di tutte le relazioni tra un uomo e una donna…
Commento: “Questa storia è già finita”. Così incomincia l’ultimo capitoletto del libro, anzi dello scritto: così lo definiva l’autrice centoventi pagine prima, in quella che suonava una premessa-promessa: “Questo scritto ti dispiacerà da subito. Dall’inizio provocherà in te irritazione. Ti disturberà. Dovrai leggerlo fino in fondo lo stesso. Perché dice la verità”. Ora, buona regola della letteratura resta, a nostro avviso, quella di promettere poco e affidarsi il più possibile all’imprevedibilità. E se non possiamo nascondere che, in effetti, una certa irritazione ci ha colti, il senso di disturbo – vogliamo pensare che l’autrice ne parlasse in senso positivo – proprio non siamo riusciti a provarlo. Intanto, la storia già finita, a voler ben vedere, non è mai davvero cominciata. Il “romanzo” – così lo vende, nella quarta di copertina Einaudi – non l’abbiamo visto. Niente di male, si dirà: non vorrete mica credere ancora che per avere romanzo ci voglia una storia, una trama! Nel XXI secolo! Qui c’è l’introspezione, e la narrazione si frantuma nei riflessi della coscienza della narratrice. Insomma, il libro sarebbe una riflessione sull’amore sotto forma di lettera (così ne parla la scrittrice stessa, sempre nella premessa al lettore; e d’altronde le citazioni in esergo dalle Eroidi di Ovidio sembrerebbero avallare questa lettura). Confessiamo, come sempre in questi casi, il nostro disorientamento: siamo fermi alle forme e non badiamo al contenuto.
E però, anche a volerci arrendere al contenutismo, dobbiamo riconoscere che il libro ci è parso di una banalità, di una ripetitività, di una confusione e soprattutto di una pretenziosità rare. Perché, dopo tortuose circonvoluzioni mentali sul senso dell’amore (d’altro non si parla, se non di come è fatto il Pantheon), leggere, in conclusione o quasi del discorso: “Se non avessi conosciuto questo amore, e dunque te, sarei più libera, oppure lo sarei meno? Forse semplicemente continuerei a non sapere niente dell’amore. E invece, qualcosa lo so. So che passa. So che finisce. Che si delude. Illude. Corrode. Che evapora […] Che è cattiveria. Dolcezza. Che credi sia finito e poi torna. Che è indistruttibile. […] So che è imprendibile. E che non si può dire”, ebbene, leggere cose come queste, è un passo avanti? È – lo dice sempre Einaudi, questa volta nel risvolto di copertina – “una educazione sentimentale per l’età che aveva rinunciato ai sentimenti”? A noi pare, tutt’al più, il punto di arrivo di una seduta di autocoscienza. Altro che irritazione! Di fronte al temino svolto con tanta convinzione, e corredato di citazioni più o meno centrate (c’è tanto di bibliografia in calce), ogni palpito, letterariamente parlando, viene anestetizzato, soffocato dalla melassa della noia, dalla riduzione al simbolismo più prevedibile. Un filo di irritazione, semmai, l’abbiamo provata di fronte a certe scelte stilistiche, come la tendenza all’elenco inutile e un certo gusto metaforico: quando la narratrice si paragona, in quanto donna, a tutti gli elettrodomestici e altri oggetti di casa, il nervosismo è stato mitigato, però, da un sano divertimento (“Sono perfetta come una lavastoviglie, igienica come un detersivo biodegradabile, funzionale come una lavatrice modello sussurro, essenziale come un frigorifero di ultima generazione, economica come un microonde comprato all’Ipercoop, seducente come una tovaglia ricamata a mano dalla nonna”). Il finale, comunque – ossia le altre cinque righe dopo quelle che abbiamo citato in apertura – quello sì, è irritante.
GIUDIZIO: *

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Tramontata è la luna
E le Pleiadi, è mezza
Notte, è passata l’ora:
giaccio sola nel letto.
Schiere di traduttori illustri si sono cimentati con uno dei più celebri frammenti di Saffo: da Foscolo a Leopardi, che lo dilatarono raddoppiandone l’estensione da quattro a otto versi (la versione di Leopardi, poi, è a dir poco assai libera), da Quasimodo a Pavese, che abbiamo scelto per l’estrema fedeltà al dettato originale.
Lasciando agli esperti le discussioni in merito alla compiutezza o meno della lirica, che forse era parte di un componimento più ampio, non c’è dubbio che la fortuna dei versi si spieghi da sola, in virtù della grazia con cui si evoca una corrispondenza basata su una sorta di inquieto abbandono tra percezione della natura e sentimento individuale. E d’altronde, come ebbe a scrivere Manara Valgimigli, “il fascino di questi frammenti, i quali dal loro stesso esser frammenti ricevono impronta così moderna, e, direi, romantica” sta tutto in una raffinatezza giocata sul risparmio di mezzi espressivi, ma anche su una cura ammirevole per le parole e per la loro disposizione (gli enjambement non si chiamavano ancora così e la punteggiatura l’abbiamo aggiunta noi, ma Saffo sapeva perfettamente cos’era il ritmo di un verso).
Alla solitudine di Saffo, le cui vicende biografiche, pur nella loro nebulosità, hanno sempre calamitato la curiosità dei lettori lungo i secoli, fa da contraltare, in tutt’altro contesto, il senso di sfuggente e doloroso abbandono che attraversa la vita, breve e tormentata, di un’altra poetessa, Antonia Pozzi.
Si può dire che la solitudine sia stata per lei una sorta di forzata vocazione: la solitudine dei monti intorno alla villa di famiglia di Pasturo, nel lecchese, unico luogo che, in vita, abbia rappresentato un rifugio al vuoto creatole intorno dalla rigida educazione paterna, e, per naturale conseguenza, anche luogo destinato ad accoglierla nel suo piccolo cimitero dopo la morte per suicidio a soli ventisei anni.
Nel suo corpus poetico, rimasto inedito fino alla morte, si contano almeno due poesie intitolate Solitudine, composte a quattro anni di distanza. La prima risale al 1929: Antonia aveva diciassette anni e il destinatario è il suo professore di latino e greco al liceo “Manzoni” di Milano, Antonio Maria Cervi, l’amore per il quale, contrastato in ogni modo dal padre, lascia traccia in versi disperati nei quali già si annunciano le tragiche ombre che segneranno tutta la sua vita:
ad A.M.C.
Ho le braccia dolenti e illanguidite
per un’insulsa brama di avvinghiare
qualchecosa di vivo, che io senta
più piccolo di me. Vorrei rapire
d’un balzo e poi portarmi via, correndo,
un mio fardello, quando si fa sera;
avventarmi nel buio, per difenderlo,
come si lancia il mare sugli scogli;
lottar per lui, finché mi rimanesse
un brivido di vita; poi, cadere
nella più fonda notte, sulla strada,
sotto un tumido cielo inargentato
di luna e di betulle; ripiegarmi
su quella vita che mi stringo al petto –
e addormentarla – e anch’io dormire, infine…
No: sono sola. Sola mi rannicchio
sopra il mio magro corpo. Non m’accorgo
che, invece di una fronte indolenzita,
io sto baciando come una demente
la pelle tesa delle mie ginocchia.
Milano, 4 giugno 1929

Testi citati
Saffo – frammento 168b Voigt – traduzione di Cesare Pavese (VII-VI secolo a.C.)
Antonia Pozzi – SOLITUDINE (1929)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana