Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 217
SEI UN BUGIARDO!
Le menzogne sono innocue o pericolose? E perché mentire è inevitabile?
Carlo Goldoni – IL BUGIARDO (1750)
Di cosa parla: Venezia. Lelio, figlio del mercante Pantalone, è tornato nella città natale dopo un soggiorno a Napoli, dove il padre lo ha mandato per gli studi. Il giovane è un bugiardo incallito e, sfruttando questa sua abilità nel confezionare quelle che lui chiama “spiritose invenzioni”, decide di corteggiare Rosaura e Beatrice, figlie del dottor Balanzoni, tentando di soppiantare i pretendenti delle due sorelle: lo studente bolognese di medicina Florindo, che per la sua timidezza non si arrischia a dichiararsi, e il cavaliere padovano Ottavio. Con la complicità del suo servitore Arlecchino, riesce quasi a convincere Rosaura e suo padre a combinare il matrimonio, ma le bugie alla lunga finiranno per metterlo nei guai…
Commento: Come prendere un tipo umano convenzionale e trasformarlo in un personaggio, capace di diventare per di più motore dell’azione. Non si finirà mai di ricordare che la grandezza di Carlo Goldoni è consistita, esattamente, nel fare nel teatro quello che, almeno in Italia, non riuscì ai romanzieri per ancora lunghi decenni dopo di lui, ossia iniettare dosi massicce di realismo all’interno di una struttura narrativa perlopiù rigida e fortemente convenzionale. Per essere chiari: Goldoni è il nostro Balzac, in anticipo di un secolo e alle prese con uno strumento, il teatro, meno duttile rispetto al romanzo. La commedia umana che viene a comporsi nelle opere dello scrittore veneziano è un mosaico di caratteri cui viene conferita una tridimensionalità nuova.
Per essere ancora più chiari: forse solo Daniel Defoe, nella prima metà del Settecento, è stato capace di una tale rivoluzione, ma, se si guarda alla lenta evoluzione del romanzo moderno, si capisce come, dopo di lui, ci vorrà tempo perché il realismo guadagni definitivamente terreno. Ancora nel 1764, per dire, il capostipite del romanzo gotico, Il castello di Otranto, è una macchina narrativa farraginosa, che risente semmai di artifici tipici del teatro: altro che verosimiglianza! Leggendo, invece, una commedia di Goldoni come questa – e il soggetto, nel caso specifico, non è nemmeno del tutto originale, visto che, per ammissione dello stesso autore, la fonte di ispirazione è la commedia omonima di Corneille, risalente al 1644, ossia a più di un secolo prima – ebbene, leggendo Il bugiardo, si resta impressionati di fronte alla perfetta naturalezza dell’intreccio e dei dialoghi. Tutto gira a meraviglia e, per quanto non manchino elementi di assoluta convenzionalità, il gioco funziona proprio in virtù della capacità di Goldoni di tratteggiare con nuova vividezza tipi umani del tutto ordinari in ogni epoca.
A partire dal bugiardo Lelio, sorta di alter ego dello scrittore stesso, essendo, con le sue “spiritose invenzioni”, colui che mette in moto i meccanismi stessi dell’azione scenica; quando il padre, mercante e uomo tutto calato nella dimensione pratica del suo mestiere (che esige una solida adesione alla realtà, alla verità), gli dice: “Par che ti me conti un romanzo”, ecco che si svela la natura del suo agire stesso. Ma altrettanto efficace è Florindo, il pretendente di Rosaura che non vuole rivelarsi: la sua timidezza è abilmente sfruttata da Lelio, che si impadronisce persino di un suo sonetto, stravolgendone i riferimenti in una delle scene più divertenti della commedia. Goldoni, insomma, lascia trapelare l’idea che, se le bugie a fin di male vanno punite (Lelio è un seduttore seriale, e come tale destinato al fallimento, secondo i canoni della morale teatrale), senza di esse non c’è intreccio, non c’è storia, non c’è letteratura. La realtà, per riscattarsi dalla noia dell’utilitarismo, ha bisogno di “spiritose invenzioni”, ossia di qualcuno, come Lelio o come Goldoni, che sappia raccontarla come un romanzo, rendendola meno prevedibile, meno schematica, più viva e più vivace.
GIUDIZIO: ***

Emanuel Carrère – L’AVVERSARIO (2000)
Di cosa parla: Il 9 gennaio 1993 a Prévessin, un comune francese vicino al confine svizzero, Jean-Claude Romand ha ucciso la moglie Florence e i suoi due bambini. Il giorno successivo ha ammazzato anche i suoi genitori. Ha poi tentato il suicidio, ma è sopravvissuto all’incendio che lui stesso aveva appiccato alla sua abitazione. Durante le indagini si è scoperto che, per anni, Romand ha ingannato e truffato parenti e amici, facendo loro credere di essersi laureato in medicina e di lavorare presso l’OMS di Ginevra, nonché intascando e spendendo per sé i risparmi affidatigli. La generale fama di uomo tranquillo di cui godeva ha attratto l’attenzione, dopo i tragici fatti, dell’autore che lo ha contattato con l’intenzione di scrivere un libro su di lui…
Commento: “Impossibile pensare a questa storia senza immaginare che sotto ci sia un mistero, una spiegazione nascosta. Il mistero, però, è che non esistono spiegazioni, e che per quanto inverosimile possa sembrare, questo è ciò che è accaduto”. È un romanzo-documentario, come lo definisce lo stesso Carrère, che ha avuto ben presente il modello di A sangue freddo di Capote e con il capolavoro dello scrittore americano (il quale parlava di non-fiction novel) ha dovuto confrontarsi prima, durante e dopo la stesura di questo libro. È un romanzo-non romanzo, come altri libri dell’autore francese, basato com’è su una storia verissima. Se il confronto con Capote è il più ovvio e immediato (ma anche impossibile, considerate la mole e la riuscita complessiva dei due libri), Carrère però cita, a un certo punto, anche Aristotele e la sua idea che la tragedia sia superiore alla storia nel restituire al lettore la verità umana di una vicenda suscitando in lui pietà e terrore. Sono pagine che non lasciano indifferenti quelle che ricostruiscono, a ritroso, cioè a partire dagli omicidi, la vita di un uomo che non solo i vicini di casa ma gli amici più stretti avrebbero definito esemplare e persino invidiabile: ed è proprio il punto di vista dell’amico e compagno di università Luc Ladmiral, anche lui medico, anche lui sposato con bambini, che Carrère sceglie per inquadrare, all’inizio, l’incredibile epilogo di una storia tanto inquietante quanto paradigmatica.
Perché se la personalità di Romand sembra fatta apposta per campeggiare nei titoli sensazionalistici dei giornali o per diventare l’oggetto privilegiato delle analisi di sedicenti esperti che ne tratteggiano il profilo a beneficio del pubblico dei tanti talk show televisivi dediti alla pornografia dell’orrore, a colpirci, scorrendo le pagine che ricostruiscono la biografia del protagonista, sono anche le ingenuità (è lecito definirle così?) di cui sono state vittime, per una ragione o per l’altra, le persone vicine al futuro pluriomicida. Dalla moglie ai genitori, dagli amici all’amante (scampata peraltro anche lei alla morte per mano dell’uomo), la rete di menzogne tessute da Romand è tanto impressionante da interrogarci nel profondo e sgomentarci davvero. Così come il percorso di riabilitazione in carcere dell’assassino è fonte di turbamenti per lo stesso Carrère. Il quale, con il rigore della sua scrittura, asciuttissima ma in fondo anche titubante, sembra al contempo esprimere il suo atto di fede nella letteratura e denunciarne il suo inevitabile carattere di finzione. Una finzione necessaria, magari, e persino dolorosa: una finzione spiegabile. Ma, proprio per questo, forse e drammaticamente, non così diversa dalle menzogne che hanno scandito la vita di Jean-Claude Romand. Il che spiega, una volta di più, le esitazioni dello scrittore Carrère e il nostro sconcerto di lettori, e di uomini.
GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
“Ma certo, ti dirò ogni cosa con tutta franchezza.
Di Alibante io sono, dove abito illustre dimore,
figlio del signore Afidante Polipemonide:
il mio nome è Eperito; dalla Sicania
un dio mi deviò finché giunsi qui, controvoglia:
la mia nave è questa alla fonda fuori città, verso i campi.
È già il quinto anno, questo, da quando
Odisseo partì e lasciò la mia patria,
infelice: ma gli uccelli per lui volavano fausti
da destra; allietato da essi, lo congedai,
ed egli era lieto partendo: speravamo di cuore di unirci
ancora da ospiti e scambiarci splendidi doni.”
Eperito: chi era costui? Se, letti questi versi, siete colti da dubbi degni di don Abbondio, non preoccupatevi: Eperito non esiste. È un’invenzione, l’ultima in ordine di tempo, di Odisseo, il quale, ormai tornato a Itaca, si è riappropriato del trono facendo strage dei Proci ed è riuscito a vincere anche le ultime resistenze di Penelope. Manca solo di rincontrare il vecchio padre, Laerte, e quando Odisseo lo va a trovare in campagna, dove ormai l’anziano genitore si è ritirato, non trova niente di meglio che rifilargli l’ultima delle sue bugie. Non solo non si rivela immediatamente ma, dopo che il padre gli ha fatto capire di credere morto suo figlio, addirittura si inventa un’altra identità che sembra avvallare, in base a quanto racconta, la versione di Laerte. Solo di fronte allo stato di angoscia in cui quest’ultimo precipita al sentire queste parole, finalmente Odisseo, commosso, gli confesserà la verità. Quella verità che, con una formula topica, aveva giurato di dire prima di mentire.
Odisseo, lo sappiamo, si è salvato grazie alle menzogne (dall’incontro con Polifemo al ritorno alla reggia sotto le mentite spoglie di un mendicante), ma qui è come se le bugie, inutili (e crudeli, almeno secondo la nostra sensibilità!), siano diventate parte ineliminabile del suo essere: è come se Omero ci lasciasse intendere che il carattere dell’eroe di Itaca sia qualificabile solo in quella intelligenza multiforme che, attraverso l’ambiguità della parola, può essere fonte di salvezza e di disperazione, di diletto e di dolore. Nessun potere può plasmare la realtà come la parola. E così il poeta stesso viene indirettamente celebrato nella sua statura eroica: in fondo, quando mette in scena Demodoco, l’aedo cieco alla corte di Alcinoo (allusione allo stesso Omero?), l’autore dell’Odissea, per la prima volta nella letteratura, ci fa capire che la realtà esiste solo in quanto racconto. Il che, però, getta più di un’ombra proprio sulla storia che, sulla scia di Demodoco, lo stesso Odisseo riferirà ai Feaci: è l’unica sezione dell’Odissea in cui il narratore esterno cede la parola al suo protagonista, ma è anche una sezione fondamentale del poema, in quanto solo qui noi veniamo a sapere le ragioni per cui Odisseo non è ancora tornato in patria nonostante siano ormai trascorsi dieci anni. Ma chi ci garantisce che tutte quelle avventure in terre fantastiche, popolate da mostri e esseri sovrannaturali siano vere? Chi può affermare, al di là di ogni sospetto, che anche qui Odisseo non stia inventando, non stia raccontando, come suo solito, solo un cumulo di bugie?
Se, insomma, per Omero la poesia è di per sé invenzione, ma – avrebbe aggiunto, probabilmente – è una finzione di cui sono garanti gli dei, invocati fin dall’inizio come ispiratori unici del canto, possiamo un po’ azzardatamente sottoscrivere quanto, secoli dopo, ci assicurerà il più bugiardo dei poeti contemporanei, Fernando Pessoa, che sul tema si è espresso a più riprese, in modo inequivocabile:
Il poeta è un fingitore.
Finge così completamente
che arriva a fingere che è dolore
il dolore che davvero sente.
E quanti leggono ciò che scrive,
nel dolore letto sentono proprio
non i due che egli ha provato,
ma solo quello che essi non hanno.
E così sui binari in tondo
gira, illudendo la ragione,
questo trenino a molla
che si chiama cuore.

Testi citati
Omero – ODISSEA, canto XXIV – traduzione di G. Aurelio Privitera
Fernando Pessoa – AUTOPSICOGRAFIA – traduzione di Antonio Tabucchi (1932)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana