LECTIO BREVIS / 223

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 223
LAVORARE STANCA
In fabbrica o in posta, tra nevrosi, alienazione, ritmi ossessivi e richieste assurde

Paolo Volponi – MEMORIALE (1962)

Di cosa parla: Albino Saluggia, nato ad Avignone da genitori italiani poi trasferitisi a Candia, nel Canavese, viene assunto nel 1946 da una grande fabbrica in seguito all’intervento dell’Associazione Reduci. Albino è stato infatti prigioniero in Germania durante la guerra e lì ha contratto una tubercolosi polmonare. Grazie al lavoro, Saluggia, che vive insieme alla madre, spera di liberarsi dei suoi “mali”: non solo dei postumi della TBC, ma anche delle sofferenze psicologiche derivanti dal suo carattere, incline, fin dall’infanzia, a una solitudine tormentata. I suoi auspici si scontreranno ben presto con la realtà della vita in fabbrica, che lo fagociterà e accrescerà ulteriormente le sue nevrosi, destinate ad assumere forme paranoiche e ossessive…

Commento: Il romanzo d’esordio di Paolo Volponi (che, per anni, fu dirigente all’Olivetti e poi, per un decennio, parlamentare comunista) si presta a diversi livelli di lettura. Il più immediato forse è, per così dire, quello ideologico: il tema di fondo, specie nelle prime pagine del libro, è l’alienazione del lavoro in fabbrica. Quest’ultima, nella sua spropositata grandezza, appare agli occhi di Albino un corpo a sé, una sorta di mostro, dominata com’è da leggi e ritmi incompatibili con la vita umana, in grado di fagocitare chiunque e indifferente ai destini dei lavoratori: «dopo un momento il lavoro sembrava tutto uguale; la fabbrica era tutta uguale e da qualsiasi parte mandava lo stesso rumore, più che un rumore, un affanno, un ansimare forte».

A incrinare questo primo livello di interpretazione subentra, però, presto la constatazione della singolarità del punto di vista adottato dall’autore: una volta ammessa, infatti, la natura patologica del lavoro in fabbrica, non si può certo dire che il protagonista-narratore ne sia semplicemente la vittima. La condizione psico-fisica di Saluggia è chiarita fin dall’incipit: «I miei mali sono cominciati tutti alcuni mesi dopo il mio ritorno dalla Germania, quasi che la terra materna, dopo tanto e così crudele distacco, mi rigettasse». Sono proprio i “mali” (non altrimenti precisati) di Albino a inquadrare la vicenda entro una prospettiva nuova, meno schematica: in virtù dei suoi “mali”, l’operaio Saluggia raccoglie l’eredità degli antieroi di Svevo, di Kafka o pure di Pirandello, qualificandosi, da ultimo, come l’ennesima figura del reietto, dell’uomo messo ai margini dai meccanismi spietati della modernità, ma al tempo stesso anche come un autoescluso, un “malato” che sembra compiacersi della sua solitudine, della sua estraneità al mondo di cui fa parte (emblematica, in questo senso, la sua autoreclusione nel sanatorio).

Fa fede della impossibile integrazione di Albino il suo rapporto con la madre, unica donna della sua vita, rapporto segnato, freudianamente, da un’insana relazione di amore-odio, ma anche di reciproca (patologica?) dipendenza. E così, se Saluggia alla fine del romanzo cede a un gesto di ribellione, non è per un’improvvisa guarigione, quanto per un’estrema, disperata forma di rassegnazione, come se la sua lotta contro tutti non potesse che compiersi nel fallimento definitivo, nel ritorno a casa in una solitudine che pare quanto mai inscalfibile. A dispetto forse di una certa sostanziale uniformità tematica, il romanzo regge benissimo al passare degli anni grazie a una lingua vivissima, mai retorica, sempre razionale pur nel racconto del progressivo delirio cui il protagonista va incontro: producendo nel lettore uno straniante senso di partecipazione alle vicende del suo protagonista, Volponi ci ricorda che ogni conflitto è innanzitutto una lotta interiore, dell’uomo con sé stesso, e che il nostro disadattamento, prima che sociale o lavorativo, è irrimediabilmente esistenziale. 

GIUDIZIO: ***½

Charles Bukowski – POST OFFICE (1971)

Di cosa parla: Henry Chinaski fa il postino supplente: tutte le mattine, all’alba, si presenta all’ufficio postale per sostituire i postini assenti. Il suo sovrintendente è particolarmente duro e ammonisce spesso Chinaski quando non tiene i massacranti ritmi previsti per la consegna. Henry, per tutti Hank, vive con Betty, impiegata come dattilografa: nella sua disordinata esistenza, tra notti insonni, bevute e scommesse sui cavalli, non mancano amplessi occasionali consumati anche durante lo svolgimento del suo lavoro, finché Betty, stanca dei suoi tradimenti, lo lascerà. Quando incontrerà Joyce, una ragazza del Texas proveniente da una famiglia ricca e che sposerà a Las Vegas, Hank dovrà farsi assumere dalle poste come impiegato per dimostrare di non dipendere totalmente da lei. Ma anche il nuovo impiego, che manterrà per dodici anni, sarà segnato da spossanti e assurde richieste…

Commento: Il romanzo che segnò l’esordio nel genere di Charles Bukowski è il secondo, sul piano temporale delle vicende narrate, dei tre che vedono come protagonista l’alter ego Henry Chinaski (il primo è Factotum, che sarà pubblicato quattro anni dopo, nel 1975; l’ultimo è Donne, del 1978). Il libro inizia con le “Regole di comportamento” delle Poste di Los Angeles, dove l’autore lavorò davvero a lungo, prima di licenziarsi e dedicarsi alla scrittura. Ma l’incipit vero e proprio della storia dice tutto: «Cominciò per sbaglio». Hank ci racconta di come finì, sotto Natale, a fare il postino: «Che lavoro, pensai. Facile! Leggero! […] tu te la prendevi comoda e dovevi solo infilare tutti quei cartoncini di auguri nelle cassette». Se poi, al secondo giorno di lavoro, arriva un donnone che lo affianca e con il quale Hank finisce a letto («suo marito lavorava su un’isola, lontano, e lei si sentiva sola, capite, e viveva in una stradina laterale tutta sola»), la pacchia sembra completa: «Non potevo fare a meno di pensare, Dio mio, questi postini, non fanno altro che infilare le loro lettere nelle cassette e farsi scopare. Questo è il lavoro che fa per me, oh, sì, sì, sì». Ci metterà poco a ricredersi Hank e non solo perché la vita lavorativa sembra irrimediabilmente in contrasto con le sue abitudini, i suoi vizi, le sue sregolate passioni: sarà il lavoro, infatti, a rivelarsi nella sua natura più autentica di fatica inumana, di umiliazione, di sadico esercizio di potere da parte dei superiori nei confronti dei sottoposti (dal sovrintendente Jonstone in poi non se ne salva nessuno). E se da un lato a essere ignorata è la dignità stessa del lavoratore (emblematico l’episodio del postino anziano che un giorno si sente male, nell’indifferenza pressoché generale), dall’altro il lavoro in sé si connota, fordianamente, come la massima forma di alienazione, di ossessione per la ripetizione identica di gesti da compiere in tempi stabiliti, indipendentemente da ogni logica, da ogni possibilità (le discussioni vane che Hank prova a intavolare su questo tema sono kafkiane dimostrazioni dell’assurdo come unico orizzonte della modernità).

Ma non c’è solo il lavoro a fare di Chinaski quello che è: ci sono le sue relazioni instabili con le donne (oltre a Betty e a Joyce, ci sono anche la collega Vi e la hippie Fay, da cui egli avrà una figlia). Il sesso e l’amore si presentano qui ancora come espressione di un vitalismo irrinunciabile, anche se l’ombra della morte e della disperazione si presenta già (in Donne i toni saranno molto più cupi). Indispensabili sono le donne, come irresistibili sono le bevute e le scommesse sulle corse dei cavalli: tutte facce di un cupio dissolvi mascherato dalla voglia di prolungare indefinitamente la gioventù (in realtà Hank è già un uomo fatto), sorta di compensazione alla necessità di trovarsi un lavoro, detestabile quanto si voglia, ma poi rimpianto quando lo si è lasciato e la libertà voluta ad ogni costo si rivela fonte di un malessere più profondo. È soltanto nel finale del romanzo che si affaccia quella possibile via di uscita che Bukowski metterà al centro della sua vita e di quella di Chinaski, ancora una volta in Donne: la scrittura. Scrittura che, inutile dirlo, è una meraviglia. Perché scrivere è l’unico lavoro che Bukowski sapeva fare, e lo si capisce anche dal consiglio che Hank si ritrova a dare a Janko, il collega che, frustrato dal lavoro, coltiva velleità letterarie: «Senti ragazzo, perché non ti licenzi? Chiuditi in una stanzetta e mettiti a scrivere. Fai solo quello». Janko rifiuta sdegnato, per nostra fortuna invece Bukowski lo ha fatto.      

GIUDIZIO: ***½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Lavorare stanca, certo, e non c’è bisogno di aver letto Cesare Pavese per convincersene. Anche se oggi al lavoro tendiamo ad associare tutto tranne la fatica, ché, anzi, la fatica è indice che già qualcosa non va (per i braccianti nei campi, ai quali pensava Pavese, valgono le stesse considerazioni che il poeta suggeriva negli anni Trenta del secolo scorso, salvo che oggi li riteniamo schiavi sfruttati per i quali indignarci ogni tanto). Alla fatica si sostituisce, semmai, lo stress, quasi a indicare che il lavoro che prendiamo in considerazione seriamente per noi è quello anche solo vagamente intellettuale. Chissà, forse tra i portati della modernità c’è pure, favorita dal venir meno di problemi seri, l’invenzione di lavori sempre nuovi cui possiamo ambire tutti, magari solo per tenerci impegnati. Eppure, come osserva con cruda e dissacrante arguzia Giuseppe Gioachino Belli, bisognerebbe sforzarci di capire il punto di vista di chi non vuole lavorare, se è vero come è vero che in paradiso nessuno lavora, neppure i santi e le sante:

Nun vojjo lavorà: ccosa ve dole?
Pe sta vita io nun me sce sento nato.
Nun vojjo lavorà: mme sò spiegato,
O bbisoggna spregacce antre parole?

A ddiggiuno sò ffiacco de stajole;
E ddoppo c’ho bbevuto e cc’ho mmaggnato,
Tutto er mi’ gusto è dde stà llì sdrajato
Su cquer murello che cce bbatte er zole.

Cuanno che ffussi dorce la fatica,
La vorìano pe ssé ttanti pretoni
Che jje puncica peggio de l’ortica.

Va’ in paradiso si cce sò mminchioni!
Le sante sce se gratteno la fica,
E li santi l’uscello e li cojjoni.

Se, però, di un lavoro proprio non potete fare a meno, converrà darsi da fare per cercarne uno. Non prima di aver ascoltato gli ironici consigli in versi di Wisława Szymborska per scrivere il curriculum:

Szymborska
Wisława Szymborska (1923 2012)

Che cos’è necessario? È necessario
scrivere una domanda, e alla domanda
allegare il curriculum.

A prescindere da quanto si è vissuto
il curriculum dovrebbe essere breve.

È d’obbligo concisione e selezione dei fatti.
Cambiare paesaggi in indirizzi
e malcerti ricordi in date fisse.

Di tutti gli amori basta quello coniugale,
e dei bambini solo quelli nati.

Conta di più chi ti conosce di chi conosci tu.
I viaggi solo se all’estero.
L’appartenenza a un che, ma senza perché.
Onorificenze senza motivazione.

Scrivi come se non parlassi mai con te stesso
e ti evitassi.

Sorvola su cani, gatti e uccelli,
cianfrusaglie del passato, amici e sogni.

Meglio il prezzo che il valore
e il titolo che il contenuto.
Meglio il numero di scarpa, che non dove va
colui per cui ti scambiano.

Aggiungi una foto con l’orecchio in vista.
È la sua forma che conta, non ciò che sente.
Cosa si sente?
Il fragore delle macchine che tritano la carta.

Testi citati
Giuseppe Gioachino Belli – ER LAVORE (1833)
Wisława Szymborska – SCRIVERE IL CURRICULUM, in “Vista con granello di sabbia” – traduzione di Pietro Marchesani (1996)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**½
***
***½
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO