Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 224
IO SONO UN ASSASSINO
Come ammazzare qualcuno e non vivere felici: quando l’omicida è al centro dell’attenzione
Anthony Berkeley – UN ERRORE GIUDIZIARIO (1937)
Di cosa parla: Mr Todhunter è un gentiluomo impeccabile, mite e un po’ maniacale nelle sue abitudini. Quando scopre che, a causa di un aneurisma, gli resta poco da vivere, non si scompone, ma decide di impiegare il tempo che gli rimane in maniera da fare qualcosa di utile per l’umanità. In seguito a una discussione a cena con alcuni suoi amici, si convince che potrà adempiere al suo proposito uccidendo qualcuno che meriti di morire. Dopo l’opportuna ricerca della sua vittima, la individua in una odiosa attrice, Miss Norwood. Passa così all’azione: è convinto di aver fatto tutto perbene, ma, quando, poco tempo dopo, la polizia incrimina per l’omicidio della donna un innocente, Todhunter è costretto a rivedere i suoi piani. Non gli resta che convincere Scotland Yard di essere lui l’assassino: ma nessuno sembra disposto a credergli…
Commento: Nel 1926 Agatha Christie, pubblicando L’assassinio di Roger Ackroyd, dimostrò che le regole del giallo a enigma sono fatte per essere aggirate. La scrittrice inglese era solo al sesto romanzo della sua lunghissima carriera (e dei cinque precedenti un paio non sono catalogabili neppure tra i gialli classici) e appena al terzo con Hercule Poirot. Sulla stessa strada si mosse più volte Anthony Berkeley, che, accanto a romanzi tradizionalissimi, sperimentò anche forme meno canoniche nel campo della letteratura poliziesca: nel 1931, ad esempio, con L’omicidio è un affare serio, pubblicato con lo pseudonimo di Frances Iles, diede un contributo decisivo allo sviluppo di quel sottogenere conosciuto come “giallo alla rovescia” (o inverted story), quello in cui l’assassino è noto fin dall’inizio. In questo romanzo, di qualche anno più tardi, Berkeley gioca con gli elementi tipici del poliziesco classico, proponendone una variante curiosa e senz’altro originale.
Anche qui, in apparenza, tutto avviene sotto gli occhi del lettore che assiste alla progettazione del delitto da parte del protagonista e ne segue le vicende anche dopo che il crimine sarà stato commesso. Con un paradosso ulteriore: quello del processo che Mr Todhunter sarà, in qualche modo, costretto a intentare contro sé stesso allo scopo di salvare dalla forca un innocente che, nel frattempo, è stato condannato per lo stesso omicidio (è senz’altro la parte più interessante e riuscita del romanzo). Ma Berkeley è troppo consapevole delle regole del gioco (fu tra i più importanti critici letterari del genere poliziesco) per non sapere che, in ogni giallo, il finale è fondamentale. E così, l’epilogo regala un immancabile colpo di scena che ribalta alcune delle certezze maturate nel corso dei capitoli precedenti. E, per quanto non si possa dire che tutto sia propriamente inaspettato, bisogna riconoscere che il libro sa riuscire nel suo intento e, a dispetto di una certa prolissità (l’innesco della storia ad esempio è lento) e a patto di digerire quel che c’è di datato nella rappresentazione della società dell’epoca, la lettura può risultare senz’altro piacevole. Berkeley fu tra i fondatori del Detective Club, la nota associazione londinese di scrittori di gialli: Agatha Christie, anch’essa tra le fondatrici, è colei che ne ha detenuto più a lungo la presidenza.
GIUDIZIO: **½

Albert Camus – LO STRANIERO (1942)
Di cosa parla: Meursault è un francese che vive e lavora come impiegato ad Algeri; indifferente a tutto e impassibile persino di fronte alla notizia della morte della madre, ricoverata in un ospizio fuori città, l’uomo è insensibile anche di fronte all’amore di Marie, che vorrebbe sposarlo. Invitato insieme alla donna da Raymond, suo vicino di casa e violento sfruttatore di donne, a trascorrere una giornata in spiaggia, Meursault, senza capire come, si troverà a uccidere un arabo, fratello di una giovane che, pochi giorni prima, Raymond aveva maltrattato e picchiato. Meursault affronterà, con lo stesso senso di estraneità, le conseguenze del suo gesto: il carcere e il processo…
Commento: Il dramma, assurdo, dell’esistere in poco più di cento pagine. Scandito, con estremo rigore, in due parti di pressoché uguale lunghezza, la prima delle quali si conclude con l’omicidio dell’arabo, la seconda con l’annunciata condanna a morte del protagonista, il romanzo cela, dietro la perfezione formale, l’inquietudine dei mille interrogativi che solleva. La scelta di narrare la vicenda in prima persona, attraverso la voce dello stesso protagonista, è all’origine del senso di straniamento che coglie il lettore fin dall’inizio e lo trascina, senza lasciargli scampo, complice la brevità del libro, verso la più fatale delle conclusioni. Com’è possibile che un uomo qualunque, caratterizzato dalla sua mediocrità, dalla sua mancanza di ambizioni (rifiuta il trasferimento per lavoro a Parigi perché la vita è uguale dappertutto), dalla sua accondiscendente ma innocua inettitudine, a finire per essere travolto così?
Meursault non manterrà, ovviamente, la sua innocenza, commettendo l’omicidio, ma la rassegnazione con cui arriverà ad accettarne le conseguenze (nessun tentativo di difendersi o di attenuare le proprie responsabilità) è perfettamente coerente con le premesse del suo modo di essere, che ci sono state illustrate attraverso i fatti precedenti al delitto, a partire dalla reazione alla notizia della scomparsa della madre, di cui non sa né quando sia morta di preciso (“Oggi la mamma è morta. O forse ieri, non so” è il tanto celebre quanto formidabile incipit), né quanti anni avesse. Meursault incarna, nella forma più radicale, il massimo livello di autocoscienza dell’esistere: ogni suo gesto, ogni suo pensiero sembra nascere dall’inutilità di affannarsi per uno scopo o per un obiettivo, in quanto tutto è sottoposto alla necessità inevitabile della vita, ossia alla consapevolezza della morte. Negando qualunque forma di ipocrisia (anche quando, durante il processo, viene accusato di insensibilità nei confronti della madre) e aderendo alla verità in modo assoluto, tanto da rifiutare anche l’estremo conforto della religione offertogli da un prete, Meursault evita di scegliere e, laddove è portato a decidere su dei cambiamenti, ragiona con lo stesso criterio, accettando quelli indifferenti, come la proposta di matrimonio di Marie o la lettera che scrive per conto di Raymond alla donna che lui picchierà, e respingendo quelli che non gli sembrano necessari, come il trasferimento a Parigi per lavoro. E, infatti, anche l’omicidio dell’arabo ci viene raccontato da lui stesso come una sorta di fatale costrizione: non un gesto volontario, ma il frutto di una serie di circostanze derivante dai fattori ambientali (il sole, la luce, il caldo) del luogo e del momento.
Camus porta all’estremo la rappresentazione del “male di vivere”, che è stato il Leitmotiv del primo Novecento: lo fa con un racconto disarmante, senza una parola fuori posto e senza nemmeno un’ombra di psicologismo. Il male è un fatto, non un atteggiamento: come tutti i fatti, contiene un assurdo che non è riducibile ad altro se non alla natura umana. Quando il libro esce, nel 1942, la Seconda guerra mondiale non ha ancora svelato tutto il campionario dei suoi orrori, ma Camus, con un piccolo romanzo, svela in Meursault il dramma umano in tutta la sua nudità. A volerlo guardare, c’è ancora da chiedersi se lo “straniero” non continui ad abitare in ciascuno di noi, nonostante gli sforzi infiniti che mettiamo in atto per esorcizzarlo, per edulcorarlo, per darci una ragione che ci consoli almeno un po’.
GIUDIZIO: ****

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
«Dopo averla uccisa con un colpo della piccola mazza di piombo sotto la quale lei teneva la carta da pacco, Louis era a disagio». È l’incipit, azzeccatissimo, di un racconto breve di Colette, la scrittrice e attrice francese che scandalizzò la società parigina dei primi decenni del secolo scorso con il suo anticonformismo, di cui resta traccia anche nella sua attività letteraria. Eppure, in questo suo racconto, intitolato L’assassino, lo scandalo, se si può parlarne in questi termini, sta nello scegliere il punto di vista di un giovane che ammazza la sua amante, una ragazza che gestisce una merceria-cartoleria. All’autrice non interessa indagare il movente e nemmeno l’identità della vittima, di cui non viene detto neanche il nome: la sua attenzione è tutta concentrata sulla reazione dell’assassino, che si allontanerà indisturbato dal luogo del crimine ma dovrà fare i conti con la tentazione di conoscere le conseguenze del suo atto, con quella che Colette si guarda bene dal chiamare la propria coscienza. Anche perché Louis non sembra responsabile delle proprie azioni, tanto che finirà per tornare al negozio, a distanza di giorni, e accoglierà l’arresto come una liberazione: «Durante l’interrogatorio, Louis confessò che si pentiva del suo crimine, ma che il momento in cui aveva avvertito sulla spalla la mano liberatrice lo “aveva ricompensato di tutto” e che poteva paragonare quell’istante solo a quello in cui, disse, aveva “scoperto l’amore”».
Se dunque Colette si tiene lontana da ogni tentazione “poliziesca”, non può fare a meno di restare dentro il perimetro delle regole del romanzo di genere Agatha Christie: in Sono un’assassina? però la scrittrice dà prova della volontà di giocare con le possibili varianti del giallo classico. La storia inizia con la visita che Poirot riceve nel suo appartamento da parte di una ragazza che si annuncia al maggiordomo dell’investigatore affermando confusamente di non potere escludere di aver commesso un omicidio. Non appena però si trova faccia a faccia con il detective, la giovane, vestita con una minigonna, decide di andarsene confessando al suo attonito interlocutore: «Lei è troppo vecchio. Nessuno mi aveva detto che era così vecchio. Proprio non voglio offenderla ma… è così: troppo vecchio. Mi scusi!». Inutile dire che Poirot andrà a fondo, con la complicità della sua amica e scrittrice di gialli Ariadne Oliver della questione e che, alla fine (molto alla fine, parlando in termini di pagine del romanzo), l’omicidio si scoprirà essere davvero avvenuto, anche se naturalmente le cose non stanno proprio come sembravano. Il romanzo, tra i più criticati della Christie, se da un lato rappresenta l’ennesimo tentativo di giocare con i fondamentali del romanzo poliziesco (ma anche qui i detrattori hanno ragione nel dire che l’intreccio è un discreto pasticcio), dall’altro è anche la più esplicita testimonianza della difficoltà che l’autrice incontrò ad adattarsi ai nuovi tempi: il libro esce nel 1966, nel pieno della rivoluzione dei costumi che, in Inghilterra e a Londra in particolare, aveva fatto emergere le istanze del “mondo giovanile” in termini di mode e comportamenti anticonformisti se non apertamente di protesta.
E così, i giovani, a partire dalla ragazza in minigonna che si presenta da Poirot, sono oggetto nel libro, per bocca dello stesso Poirot e della sua amica Ariadne Oliver (nella quale non è difficile vedere l’alter ego della stessa autrice) di giudizi ben poco lusinghieri, che riflettono le diffidenze tipiche dei più vecchi (la Christie aveva, all’epoca, 76 anni) nei confronti delle nuove generazioni. Dopo la sua performance in questo romanzo, Poirot comparirà ancora in un paio di libri prima dell’addio definitivo in Sipario, che uscirà con pochi giorni d’anticipo sulla scomparsa della sua inventrice, ma la cui stesura risaliva a molti decenni prima.

Testi citati
Colette – L’ASSASSINO (data incerta)
Agatha Christie – SONO UN’ASSASSINA? (1966)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana