LECTIO BREVIS / 225

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 225
FIGLI E GENITORI
Relazioni complicate, segreti e oscure incomprensioni, ma anche ricordi e celebrazioni di una felicità perduta

Stefan Zweig – BRUCIANTE SEGRETO (1914)

Di cosa parla: Il dodicenne Edgar sta trascorrendo un periodo di convalescenza insieme alla madre al Semmering. Il barone, un uomo che alloggia allo stesso albergo, conquista la fiducia del ragazzino, per procurarsi, in questo modo, un’avventura con la madre. Inizialmente Edgar è favorevolmente colpito dall’atteggiamento amichevole del barone, la prima persona che sembra non trattarlo come un bambino. Ma, a poco a poco, intuirà che dietro quel comportamento, cui corrisponde anche un modo di fare accondiscendente della madre, si cela un segreto da scoprire a tutti i costi…

Commento: «D’un tratto Edgar sentiva di avere a portata di mano come non mai la Cosa Ignota, il grande segreto, a un passo soltanto, ancora sotto sigillo e indecifrato, ma vicino, vicinissimo. Questo lo eccitava e gli conferiva quell’improvvisa, solenne serietà. Perché intuiva inconsciamente d’essere al margine estremo della propria infanzia». Ci voleva Stefan Zweig (viennese di nascita con origini ebraiche) con tutta la sua abilità narrativa per dimostrare come, dopo Freud (viennese d’adozione con origini ebraiche), l’infanzia non è stata più la stessa. La novella – misura consueta per lo scrittore – è innanzitutto il racconto di un passaggio, dell’attraversamento di quella che Conrad, in un romanzo breve pressoché contemporaneo, avrebbe chiamato la “linea d’ombra”. Il “bruciante segreto” che, pudicamente, Zweig non nomina altro non è che la relazione sessuale (il flirt, l’avventura) che il barone vorrebbe con la madre di Edgar e nei confronti della quale quest’ultima sembra mostrare, con il passare delle pagine, un interesse crescente. La volontà dei due adulti di tenere il ragazzo al di fuori del loro mondo, se appare comprensibile dal punto di vista del barone, le cui mire sono esplicite fin dall’inizio, risulta ben più ambigua per la madre, che, trovandosi costretta a inventare scuse per restare da sola con l’uomo, finisce con il recidere il legame esclusivo con il figlio.

L’atteggiamento della donna è inizialmente per Edgar motivo di delusione, ma diventa poi in qualche modo un involontario stimolo di crescita: il ragazzino, spinto dalla necessità a riflettere su quanto gli sta accadendo, prende gradualmente coscienza, se non del significato del “bruciante segreto”, almeno del codice di comportamento, ai suoi occhi tanto nuovo quanto attraente, della vita adulta. Un codice che, di fatto – avrebbe detto Freud – rappresenta l’affiorare, ancora nebuloso, in Edgar della coscienza morale: il ragazzo, trovandosi, per la prima volta, escluso dal rapporto esclusivo con la madre, scoprirà, nella conclusione del racconto, quando si dovrà confrontare con il padre la cui autorità è stata evocata più volte, senza successo, da sua madre, di aver acquisito nei confronti di quest’ultima un potere che gli consente di essere da lei riconosciuto finalmente nella sua nuova, non più infantile, identità. Ma Edgar intuirà anche che è l’ipocrisia a governare i rapporti tra gli adulti: quando i segreti sono noti a tutti, non c’è altro da fare che nasconderli, rimuoverli, censurarli. Perché lo stupore autentico con cui ascoltava il barone raccontare le sue avventure in giro per il mondo (allo scopo di accattivarsene le simpatie in vista di ben altri obiettivi) è ormai relegato per sempre all’ingenuità dell’infanzia; superata la linea di passaggio, l’amore della mamma non è più così scontato, ma si può comunque riconquistare a patto di una qualche malizia in più.  

GIUDIZIO: ***

Georges Simenon – L’OROLOGIAIO DI EVERTON (1954)

Di cosa parla: Nella cittadina di Everton, la vita dell’orologiaio Dave Galloway scorre apparentemente sempre uguale a sé stessa. L’uomo vive con il figlio Ben, di sedici anni, che ha cresciuto da solo dopo che la moglie lo ha abbandonato. Come tutti i sabati sera, Dave ha raggiunto l’amico Musak nella sua abitazione per la consueta partita a jacquet. Al ritorno a casa, però, non trova Ben, che in genere lo aspetta alzato. Con il trascorrere delle ore, la scomparsa del giovane, fuggito insieme a una ragazza, assumerà contorni più chiari e assai inquietanti: per l’orologiaio sarà l’occasione per porsi angosciosi interrogativi sul suo rapporto con il figlio…

Commento: «Quello che non capisco, signor Galloway, è come lei sia vissuto per sedici anni con un ragazzo simile senza accorgersi di nulla». Le parole con cui, verso la fine del romanzo, l’avvocato ingaggiato da Dave per difendere il figlio, potrebbero essere le stesse del lettore superficiale, o meglio del lettore che, non essendosi accorto di essere in un libro di Simenon, si aggrappa al più corrivo sociologismo di fronte alla storiaccia che ha sconvolto l’esistenza dell’orologiaio di Everton. Ma anche il lettore più distratto o avvezzo a leggere un romanzo (e di Simenon!) con gli stessi strumenti con cui, nei talk show televisivi, si sproloquia di cronaca nera, dovrebbe trarre qualche utile considerazione già dall’immediata risposta che lo scrittore si incarica di fornirgli. «Dave aveva quasi voglia di chiedergli scusa. Che cosa ci poteva fare? Tanto meglio se l’avvocato se la prendeva con lui, se tutti se la prendevano con lui. Era più che giusto che lo ritenessero responsabile». Perché – qui sta il punto – a Simenon interessa, come al solito, non fornire spiegazioni, ma scandagliare quelle zone d’ombra dell’essere umano che non possono, appunto, piegarsi a una facile lettura psicosociale. Ecco perché la provincia – quella americana in questo caso – diventa lo scenario privilegiato per indagare la complicazione delle vite di tanti “signor nessuno”.

E così, quando Dave Galloway si rende conto che il rapporto con suo figlio, unico sopravvissuto nella tempesta di un’esistenza anonima e già segnata da un abbandono (la moglie, scomparsa alla chetichella, era in realtà una donna nota per le sue numerose frequentazioni maschili e il matrimonio aveva scandalizzato molti), fa quello che ci si aspetterebbe da qualsiasi padre. Ma, il ritorno alla normalità, nell’ultimo capitolo del libro, non può che avvenire all’insegna di una radicale presa di consapevolezza, di una vera trasformazione: per capire davvero suo figlio, Dave non può limitarsi a cercare di comprendere le ragioni delle sue azioni, ma deve fare un passo più in là e arrivare a inquadrare quel gesto in un più ampio discorso generazionale. È stato, quello di Ben, semplicemente un atto di ribellione, quello che né lui né suo padre hanno mai avuto il coraggio di compiere fino in fondo. Proprio in questa segreta complicità che si crea introno al “segreto degli uomini”, Dave trova, infine, una sorta di riscatto dal grigiore dell’esistenza da orologiaio. Inutile aggiungere che Simenon, essendo Simenon, racconta tutto in centocinquanta pagine, senza nessuna concessione al moralismo e con la secca precisione linguistica che gli conosciamo.       

GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Nella sterminata letteratura dedicata al rapporto tra figli e genitori, si colgono linee diverse e persino contrastanti, com’è ovvio. Nel Novecento le relazioni vengono, facilmente, rilette alla luce di Freud e, anche volendo prescindere dai casi-modello (Svevo, Kafka, Saba, per limitarci ai primi nomi che ci sovvengono), la tentazione di psicanalizzare è forte e andrebbe un po’ tenuta a freno. Per provare a sottrarci a questa lettura, scegliamo due poeti che hanno offerto esempi senz’altro più difficili da inquadrare entro gli schemi edipici più classici. Camillo Sbarbaro, che si ritrovò orfano di madre a soli cinque anni e fu cresciuto di fatto dalla zia, ebbe certo, a leggere le biografie (ne testimoniano anche alcuni testi, ad esempio Esco dalla lussuria), un rapporto complesso e anche problematico con il padre, ma la figura che ne offre in una delle sue liriche più celebri, scritta dopo la morte del genitore, è oggetto di una valutazione ben diversa, che si cristallizza interamente nel ricordo dolce di due episodi dell’infanzia:

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
per te stesso, egualmente t’amerei.
Ché mi ricordo d’un mattin d’inverno
che la prima viola sull’opposto
muro scopristi dalla tua finestra
e ce ne desti la novella allegro.
Poi la scala di legno tolta in spalla
di casa uscisti e l’appoggiasti al muro.
Noi piccoli stavamo alla finestra.

E di quell’altra volta mi ricordo
che la sorella, mia piccola ancora,
per la casa inseguivi minacciando
(la caparbia aveva fatto non so che).
Ma raggiuntala che strillava forte
dalla paura ti mancava il cuore:
ché avevi visto te inseguir la tua
piccola figlia e, tutta spaventata,
tu vacillante l’attiravi al petto
e con carezze dentro le tue braccia
avviluppavi come per difenderla
da quel cattivo che eri il tu di prima.

Padre, se anche tu non fossi il mio
Padre, se anche fossi a me un estraneo,
fra tutti quanti gli uomini già tanto
pel tuo cuore fanciullo t’amerei.

La morte dell’amata madre, Anna Picchi, è all’origine addirittura di una raccolta di Giorgio Caproni, Il seme del piangere: il poeta, livornese di nascita e genovese d’adozione, affida a versi di un nitore stilistico la celebrazione di una lontananza che sa vibrare al contempo della dolcezza della nostalgia (la madre è il ricordo dell’infanzia e anche della città natia) e di una sorta di eternità che promana dall’eleganza, dalla schiettezza (“Annina era così schietta” scrive Caproni in una poesia) della donna. E così, non stupisce che, in questi celebri versi, il poeta evochi la madre con accenti che richiamano, esplicitamente, addirittura Guido Cavalcanti (“Perch’i’ no spero di tornar giammai, | ballatetta, in Toscana, | va’ tu, leggera e piana, | dritt’a la donna mia”), assimilando così Annina, con il suo passar per strada (tema stilnovistico per eccellenza), alle donne oggetto d’amore dei poeti duecenteschi, non però nel segno di chissà quali edipiche allusioni, ma in nome della stessa grazia sovrumana (la poesia si intitolanon a caso Preghiera), della stessa inattingibile distanza che la morte ha come sigillato per sempre:

Anima mia leggera,
va’ a Livorno, ti prego.
E con la tua candela
timida, di nottetempo
fa’ un giro; e, se n’hai il tempo,
perlustra e scruta, e scrivi
se per caso Anna Picchi
è ancora viva tra i vivi.

Proprio quest’oggi torno,
deluso, da Livorno.
Ma tu, tanto più netta
di me, la camicetta
ricorderai, e il rubino
di sangue, sul serpentino
d’oro che lei portava
sul petto, dove s’appannava.

Anima mia, sii brava
e va’ in cerca di lei.
Tu sai cosa darei
se la incontrassi per strada.

Testi citati
Camillo Sbarbaro – PADRE SE ANCHE TU NON FOSSI IL MIO, in “Pianissimo” (1914)
Giorgio Caproni – PREGHIERA, in “Il seme del piangere” (1959)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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½
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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**½
***
***½
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO