Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
PUNTATA 226
IL SOGNO È LA REALTÀ?
Tronchi d’albero e neve, città dalle alte mura, ma anche pioggia e altro ancora: come capire se i sogni sono reali
Han Kang – NON DICO ADDIO (2021)
Di cosa parla: Gyeong-ha, da quando si è volontariamente isolata dal mondo, fa un sogno ricorrente nel quale fanno la loro comparsa un cimitero sul mare, dei tronchi d’albero e tanta neve. Improvvisamente, le arriva un messaggio di In-seon, un’amica che non vede da qualche tempo e che si trova ricoverata in un ospedale in seguito a una ferita che si è procurata a una mano. Gyeong-ha la raggiunge e In-seon le chiede un favore: recarsi sull’isola di Jeju per dare da bere al suo pappagallo. Decide di accontentarla, ma, all’arrivo a Jeju, si trova nel pieno di una terribile tempesta di neve: cadendo su un sentiero, Gyeong-ha si ferisce. Ma poco dopo comparirà In-seon, che le racconterà l’orribile storia che, decenni prima, tra il 1948 e il 1949, ha coinvolto l’isola e anche la sua famiglia, allorché trentamila civili furono uccisi e molti deportati in prigione e torturati…
Commento: Dopo la fine della Seconda guerra mondiale e la conseguente divisione della Corea in due stati lungo la linea del 38° parallelo, e prima della guerra scoppiata nel 1950 in seguito all’invasione della Corea del Sud da parte della Corea del Nord, l’isola di Jeju, a sud della penisola coreana, fu teatro di un terribile episodio: la repressione da parte del governo sudcoreano, con l’appoggio degli Stati Uniti, di un tentativo di rivolta comunista. Il massacro, brutale e indiscriminato come tutti i massacri, è al centro dell’ultimo romanzo di Han Kang, la scrittrice premiata col Nobel per la letteratura nel 2024. È la parte più viva e palpitante del libro, quella in cui risuonano gli echi di una pagina della storia poco nota, almeno in Occidente, e rimasta a lungo sommersa anche in Corea, soffocata dalle logiche di convenienza della Guerra fredda.
La vicenda emerge attraverso i ricordi di famiglia e le indagini svolte da In-seon: in particolare affiora la figura chiave della madre della giovane, tramite fondamentale per conservare la memoria di fatti sepolti ormai dal tempo, così come sepolti dalla neve furono i cadaveri all’epoca della strage compiuta dai militari. La ricostruzione storica (che viene riferita con chiarezza e precisione troppo tardi, solo nella parte finale) viene però inserita, come in un gioco di scatole cinesi (o coreane, se si può dire così), nella vicenda che apre il libro, giusto dopo il sogno di Gyeong-ha, ossia il racconto dell’incontro in ospedale delle due amiche e del conseguente viaggio di Gyeong-ha a Jeju, con tutte le difficoltà dovute alla tempesta che si è abbattuta sull’isola. Occorre riconoscere che questa prima sezione del libro non è priva di fascino, ma le attese del lettore vengono spiazzate nella seconda parte, con la sorprendente apparizione a Jeju di In-seon. Qui le cose si complicano, e parecchio: anche perché le voci del racconto, quella di Gyeong-ha, che è la narratrice principale, e quella di In-seon, che ricostruisce le tragedie della propria famiglia al tempo del massacro, si alternano e si intrecciano, creando un primo effetto di spaesamento.
Ma, soprattutto, nell’intero arco del libro, c’è un ulteriore livello con cui fare i conti: è – diciamo così – il livello simbolico, che inizia dal sogno e attraversa le pagine fino alla fine. L’autrice non si accontenta di narrare, ma dissemina il racconto di una serie di elementi allusivi (la neve, gli uccellini, gli alberi), che certamente rimandano a una dimensione più profonda, alla sofferenza o all’“amore estremo” (questo il tema del libro secondo l’autrice) che accompagnano le vicende stesse. La frammentarietà del romanzo (i capitoli sono suddivisi in paragrafi brevi o brevissimi) contribuisce alla resa di quella “intensa prosa poetica” di cui si parla nelle motivazioni del Premio Nobel (a leggere “intensa”, ci prende lo sconforto: anche a Stoccolma la letteratura è diventata una “experience”), ma finisce anche per disorientare e suonare persino monocorde: fatto salvo un certo fascino, soprattutto nella prima parte, restiamo sempre perplessi di fronte alla letteratura che chiede al lettore uno sforzo eccessivo per unire i puntini, facendosi forza della sua capacità di scendere nel profondo. Colpa nostra, senz’altro, della nostra irrimediabile superficialità.
GIUDIZIO: **

Murakami Haruki – LA CITTÀ E LE SUE MURA INCERTE (2023)
Di cosa parla: Due ragazzi, lui diciassettenne, lei sedicenne, che si sono conosciuti a scuola, dove entrambi sono stati premiati in un concorso letterario, riescono a confessarsi il loro amore. Vivono in città diverse e nel corso dei loro occasionali incontri, lei inizia a raccontare a lui di una città circondata da alte mura, caratterizzata da alcune stranezze: un orologio senza lancette nella piazza principale, la presenza di unicorni dal manto dorato e di invisibili uccelli notturni. È in quella città – gli rivela – che lei vive davvero, mentre colei che lui vede davanti a sé è solo un’ombra: là lavora in una biblioteca senza libri insieme al Lettore dei sogni. Secondo la ragazza, questo ruolo sarà presto ricoperto proprio da lui, che possiede i requisiti richiesti. Quando, all’improvviso, lei scomparirà, lui farà di tutto per ritrovarla, persino entrare nella città dalle alte mura…
Commento: «Cosa è reale e cosa non lo è? Tanto per cominciare, esiste davvero, in questo mondo, un muro divisorio fra la realtà e l’irrealtà? Forse sì, mi sono detto. Anzi, esiste senza ombra di dubbio. Ma è infinitamente notevole. Va cambiando consistenza e forma in funzione delle circostanze e delle persone. Come se fosse vivo». A un certo punto, per provare a fare chiarezza, Murakami ricorre persino a García Márquez e al “realismo magico”: come nei romanzi dello scrittore sudamericano la realtà e l’irrealtà convivono, così il protagonista (che è anche il narratore e di cui non sappiamo il nome) cerca di spiegarsi la relazione tra i due mondi che si alternano nella sua vita, dall’adolescenza fino alla maturità. Due mondi che sono, in qualche modo, in un rapporto paragonabile a quello tra la realtà e il sogno, senza però che sia chiaro quale di essi appartenga all’una e quale all’altra dimensione.
Già, perché Murakami, che riprende e sviluppa in questo libro un’idea che aveva dato origine, più di quarant’anni fa, a un romanzo ben più breve pubblicato su una rivista, esplora il confine tra materia e spirito, tra i sensi e il cuore, restando continuamente nei limiti di un realismo rigoroso. Non che manchino – ché, anzi, sono il nucleo pulsante della storia nel suo sviluppo – i fatti inspiegabili sul piano puramente razionale (le scomparse, ad esempio, della ragazza e soprattutto di un altro ragazzo, soprannominato “Yellow Submarine” dall’abitudine di portare una felpa ispirata al celebre film dei Beatles). Ma ciò che appare inspiegabile può, più correttamente, essere catalogato come “misterioso”, nel senso, vagamente sacrale, con cui si intende alludere a quello che, nella vita di tutti, attiene al campo dell’irrazionale in senso lato: i sogni, certo, ma anche i sentimenti. Bisogna, nella lettura, sottrarsi all’ostinazione di far quadrare i conti, perché – chi ha una certa conoscenza dell’autore lo sa – a Murakami non interessa fornire un quadro coerente sul piano strettamente logico: al contrario, il senso della storia sta semmai nel continuo interrogarsi del protagonista, nella sua inesausta ricerca di significato, nel suo faticoso sforzo di affrontare il dolore di quell’amore giovanile, troncato in modo crudele ma rimasto vivo nella memoria e oggetto di rimpianto per tutta la vita, che alla fine sarà impiegata nel tentativo di ritornare indietro.
Se ci si lascia prendere per mano, i mondi e i personaggi che popolano le oltre cinquecento pagine del libro (oltre a quelli già menzionati, meritano una citazione almeno il signor Koyasu, il direttore della biblioteca di cui il protagonista prenderà il posto, e la proprietaria del bar di cui lo stesso narratore si innamorerà) sono in grado di trascinarci con il loro indubbio fascino, spingendoci a proseguire nelle spire di una prosa avvolgente e quasi mai inconcludente. Certo, forse il finale lascia un po’ (troppo?) in sospeso il discorso, ma, una volta chiuso il libro, si ha quasi l’impressione di essere risvegliati da un sogno: non tutto è limpido, ma le immagini che abbiamo visto (letto) non sono irrilevanti a chi abbia una qualche sensibilità. E anzi forse, come dice lo stesso protagonista, non è stato un sogno ma qualcosa che è avvenuto «in fondo al territorio dell’inconscio, ben al di sotto del livello di consapevolezza…». Qualcosa che ci obbliga a ripensare alla vita come allo sforzo inesausto di ritrovare la felicità, anche quando non siamo certi di averla mai raggiunta.
GIUDIZIO: ***

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
La dialettica sogno-realtà attraversa tutta la letteratura, dalle origini. Il primo sogno in assoluto si trova già nel II libro dell’Iliade: è un sogno malefico, di cui è vittima, per volere di Zeus, Agamennone, che viene indotto a credere che ormai tutti gli dei siano sfavorevoli ai Troiani e che sia giunta l’ora della caduta della città. Agamennone ci crede e, al risveglio, dà ordini per un attacco che si rivelerà un disastro (d’altronde Zeus era stato convinto a ingannare Agamennone da Teti, madre di Achille, già ritiratosi dalla guerra dopo la furibonda lite con il capo degli Achei).
Se dunque l’ambiguità dei sogni, che possono essere buoni o cattivi, anzi veritieri e menzogneri, come credevano già i Greci (Omero, per bocca di Penelope, dice nell’Odissea che i primi vengono mandati dagli dei attraverso una porta di corno, i secondi attraverso una porta d’avorio), è chiara all’uomo da sempre, a sfumare i confini tra sogno e realtà ci ha pensato la coscienza moderna, anche prima di Freud. E se una evidente banalizzazione ha finito per fare del sogno e della realtà i due poli, positivo il primo, negativa la seconda, attraverso cui sottolineare gli ostacoli che si oppongono alla realizzazione dei più alti ideali (ma anche dei più bassi desideri) di ciascuno, è pur vero che la letteratura ha anche il compito di ridare espressione all’ambivalenza costitutiva delle cose complesse, sfuggenti, misteriose.
Così a riabilitare i sogni con la consueta limpidezza ci ha pensato, tra i tanti, Wisława Szymborska in una poesia che fin dal titolo (Elogio dei sogni) non lascia spazio a troppi equivoci:
In sogno
dipingo come Vermeer.
Parlo correntemente il greco
e non soltanto con i vivi.
Guido l’automobile,
che mi obbedisce.
Ho talento,
scrivo grandi poemi.
Odo voci
non peggio di autorevoli santi.
Sareste sbalorditi
dal mio virtuosismo al pianoforte.
Volo come si deve,
ossia da sola.
Cadendo da un tetto
so cadere dolcemente sul verde.
Non ho difficoltà
a respirare sott’acqua.
Non mi lamento:
sono riuscita a trovare l’Atlantide.
Mi rallegro di sapermi sempre svegliare
prima di morire.
Non appena scoppia una guerra
mi giro sul fianco preferito.
Sono, ma non devo
esserlo, una figlia del secolo.
Qualche anno fa,
ho visto due soli.
E l’altro ieri un pinguino.
Con la massima chiarezza.
Più sfumata, più ironica, ma anche più complicata, la visione che emerge da un racconto breve di Tommaso Landolfi, che incomincia con una donna che, al risveglio, si rivolge al marito con una domanda apparentemente assurda: «Era tirato da un ragno, no, il nostro cocchio?». Allo stupore del coniuge, la moglie replica che il cocchio tirato da un ragno lo ha visto in sogno e pretende che, in nome dell’amore, lui sappia rispondere alla sua domanda: «Se tu veramente mi amassi, tutti i nostri sogni dovrebbero essere comuni; tutto, dovrebbe essere comune e in comune». L’uomo sarà costretto, per dar prova del suo amore, a inventare i dettagli del sogno della moglie, che gli ha confessato che sul cocchio tirato da un ragno loro due stavano fuggendo da un giovane che le stava facendo la corte. Il marito, dopo aver indovinato alcuni elementi, finirà per cadere sulla pioggia: lui azzarda che nel sogno piovesse ma lei smentisce categoricamente e arriva a minacciarlo che, se lui continuerà così, lei la prossima notte tornerà da lui, dal giovane che la corteggiava. L’uomo arriverà alla conclusione che si sia trattato di un po’ di isterismo («con due bambini piccini!…») ma non potrà non dare ragione alla moglie: «Difatto, se ci si vuol bene, come mai non si sognano le stesse cose nello stesso istante? O, in termini meno assurdi, donde il perenne disaccordo dei nostri umori e perfino dei nostri sentimenti?». L’estraneità della realtà al sogno – suggerisce Landolfi – non è affatto indolore e il risveglio può non essere motivo di sollievo.

Testi citati
Wisława Szymborska – ELOGIO DEI SOGNI, in “Ogni caso” – traduzione di Pietro Marchesani (1972)
Tommaso Landolfi – PIOGGIA (1978)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana