LECTIO BREVIS / 227

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 227
MATRIMONI SBAGLIATI
Quando proprio non si può dire: “Sono fatti l’uno per l’altra”

Irène Némirovsky – DUE (1939)

Di cosa parla: Parigi, 1920. La notte di Pasqua, i giovani Antoine Carmontel e Marianne Segré si conoscono per mezzo di alcuni amici comuni e si innamorano. Nei giorni seguenti, la loro relazione prosegue ma se per lui non si tratta di nulla di serio, tanto che nel frattempo frequenta anche un’altra ragazza più grande, lei si sente completamente travolta e vorrebbe anche da parte di Antoine un maggior coinvolgimento. Sentendosi sempre più trascurata, Marianne si allontana dal ragazzo, ma, in seguito alla tragica vicenda amorosa che tocca un’amica di lei, i due si ritrovano e finiscono per sposarsi. Il loro matrimonio però non sarà felice ed entrambi finiranno per cercare una via di fuga nell’adulterio…

Commento: «Non c’è sincerità possibile fra di noi. Il legame coniugale è ancora più forte quando è forgiato nell’ipocrisia e nella costrizione. Marito e moglie, reciprocamente liberi, tolleranti, due coniugi che non cercano rifugio né nel silenzio né nella menzogna, potrebbero essere amanti, ottimi amici, compagni, ma smetterebbero di essere coniugi. Il matrimonio non ha bisogno della persona reale, ma dell’apparenza, della maschera». Le amare riflessioni di Antoine Carmontel sono una sorta di de profundis sul matrimonio borghese. Niente di nuovo, si dirà: da Tolstoj a Flaubert, da Pirandello a Schnitzler, il tema non è certo inedito. Ma forse il pessimismo di Irène Némirovsky è radicale come non mai. Anche perché l’autrice non fa sconti ai suoi personaggi (soprattutto agli uomini), presentandoli come freddi e insensibili o capricciosi e irresponsabili. Le donne sono perlopiù vittime di una morale pubblica che le costringe, in nome dell’ipocrisia, ad assumere comportamenti conformi alle attese, anche se questo comporta prezzi altissimi sul piano personale, come capita ai personaggi di Solange e Evelyne. Il pregio maggiore del romanzo consiste, così, proprio nella coerenza narrativa con cui la scrittrice dipinge quella che si presenta come una crisi irreversibile del modello della famiglia borghese: non fanno una miglior figura le famiglie di provenienza di Antoine e Marianne, segnate anch’esse da malumori, incomprensioni o vere e proprie rotture. La discesa agli inferi dei due protagonisti è accompagnata da una consapevolezza che acuisce la percezione dell’infelicità a cui si sono condannati. La scrittura di Irène Némirovsky si muove sul confine labile tra la sottigliezza dell’analisi psicologica e una certa inclinazione a toni da melodramma, quasi che la spiccata sensibilità dei personaggi si mettesse al servizio di una tendenza didascalica cui l’autrice sembra indulgere come a voler enfatizzare ogni moto dell’animo, ogni riflessione, ogni scambio di battute. Il che rimane, a nostro avviso, il punto debole di questo e di altri suoi romanzi. 

GIUDIZIO: **½

John Dickson Carr – GIDEON FELL E LA GABBIA MORTALE (1949)

Di cosa parla: Il matrimonio tra Brenda White e Frank Dorrance, voluto da Nicholas Young, tutore della ragazza, è imminente: i due giovani non si amano, ma, per una clausola testamentaria, solo sposandosi potranno entrare in possesso di un’ingente eredità. Brenda subisce il fascino di un suo spasimante, l’avvocato Hugh Rowland. Così, quando Frank viene trovato morto ammazzato, lei rischia di finire nei guai, anche perché sulla scena del delitto, un campo da tennis, le uniche orme sembrano essere le sue…

Commento: C’è chi ha sostenuto che i romanzi gialli siano una variante dei romanzi rosa. A dar credito alla tesi, meno ardita di quanto sembri, c’è la ricorrenza insistita, almeno nella letteratura poliziesca dell’Età dell’oro, di sottotrame amorose. Queste, in taluni casi, sono talmente preponderanti da dare adito a perplessità, anzi a sospetti veri e propri. In una prefazione a Poirot sul Nilo di Agatha Christie, Giampaolo Dossena sosteneva che il romanzo contenesse una «storia d’amore un po’ alla Liala […], un po’ campata per aria, un po’ esagerata», ma, nella postfazione svelava il trucco: questa scelta è, in realtà, un colpo di genio, in quanto «l’eccesso di rosa è un indizio». Se c’è un autore di gialli che ha calcato più di tutti la mano sul rosa, però, probabilmente questo è John Dickson Carr: in quasi ogni suo libro si trova traccia di una vicenda amorosa che si delinea fin dall’inizio e che approda a felice conclusione nel finale. Non fa eccezione questo romanzo, anche se con una variante non da poco che, trattandosi di un giallo, non è il caso di svelare. Certo, nulla è più sbagliato del matrimonio di interesse tra Brenda e Frank e, infatti, le cose non possono che finire presto e male. Quanto alla trama criminale, i libri di Dickson Carr si dividono in due gruppi: quelli complicati e quelli cervellotici. Questo rientra nella prima categoria, non perché la soluzione del delitto impossibile sia semplice, ma per la sostanziale linearità della trama. Anche l’atmosfera che si respira, lungi dalle tinte gotiche care all’autore, è quella, più riposante, tipica della tenuta di campagna. Gideon Fell appare quasi solo nel finale.

GIUDIZIO: **½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

«Il tempo che tutto vede tuo malgrado ti scoprì;
e giudica queste nozze che nozze non sono,
e che padre e figli hanno da tempo generato.»

Se mai c’è un modello di matrimonio sbagliato, questo non può che essere quello di Edipo, che fu abbandonato in una foresta da piccolo a causa della profezia dell’oracolo di Delfi secondo la quale il bambino, una volta cresciuto, sarebbe stato fonte di disgrazie: avrebbe ammazzato il padre Laio e si sarebbe congiunto alla madre Giocasta. Naturalmente, nonostante le precauzioni prese dai genitori, le cose andarono esattamente così, ma Edipo lo verrà a sapere una volta raggiunto l’apice del potere, ossia dopo aver sconfitto la Sfinge e essere diventato re di Tebe. Il coro degli anziani cittadini tebani nella tragedia di Sofocle, l’Edipo re, nella quale la verità si rivela, come in un romanzo giallo, a poco a poco (Edipo è dovuto a sua volta ricorrere all’oracolo di Delfi per debellare una pestilenza e questi ha decretato che, per liberarsi del morbo, bisogna scoprire chi ha ucciso Laio, il precedente re di Tebe), il coro – dicevamo – non può che trarre le sue conclusioni: ed è interessante che oggetto della sua condanna ma anche della pietà, nel finale della tragedia, non sia più il parricidio, ma l’incesto di cui Edipo si è macchiato. E così le “nozze che non sono nozze” possono essere scoperte e giudicate solo dal tempo, non possono cioè essere occultate per sempre dagli uomini. Giocasta aveva provato a fermare Edipo dalla sua ricerca della verità: inascoltata, si impiccherà. Le leggi degli dei, insomma, intervengono a porre un argine all’ansia di sapere dell’uomo, ma persino il coro, che del rispetto di quelle leggi si è fatto garante e fautore, non può ammettere in conclusione che sarebbe stato meglio non sapere, perché l’irrazionalità dell’esistere, quella che ha consentito ai Tebani, nel breve volgere di poco tempo, di gioire e di disperarsi per l’arrivo di Edipo, è di per sé un male insondabile e irrimediabile:

«Ahi, o figlio di Laio;
mai, mai ti avessi conosciuto!
Mi dispero come versando lamento
dalla bocca. In verità  
per te riebbi vita,
e per te ho chiuso gli occhi».

Toni accorati ma decisamente meno lirici colorano l’invettiva di una moglie, anche lei portata alla disperazione dal marito per motivi però assai più prosaici, nei versi di Giuseppe Gioachino Belli, la cui penna trova, semmai, proprio nella concretezza della lingua gli accenti più consoni all’espressione di un dramma coniugale che dalla dimensione archetipica del mito classico si è calato nella quotidianità della cronaca della Roma ottocentesca:

Di’, animaccia de Turco: di’, vvassallo:
Di’, ccoraccio d’arpia, testa de matto:
Nun t’abbasta, no, er male che mm’hai fatto,
Che mme voi strascinà ppropio a lo spallo?!

Arzà le mano a mmé!? ddiavolo fàllo!
Pròvesce un po’, cche ddo de mano a un piatto,
E ccom’è vvero Cristo te lo sbatto
Su cquela fronte che cciài fatto er callo.

Nun vòi dà ppane a mmé, bbrutto caroggno?
Portelo ar meno a st’anime innoscente,
Che spireno de freddo e dde bbisoggno.

Tira avanti accusì: ffàlle ppiù bbrutte.
Dio nun paga oggni sabbito, Cremente;
Ma ppoi viè cquella che le sconta tutte.

Testi citati
Sofocle – EDIPO RE – traduzione di Raffaele Cantarella (430 ca. a.C.)
Giuseppe Gioachino Belli – LA MOJJE DISPERATA (1834)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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½
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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**½
***
***½
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO