LECTIO BREVIS / 228

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 228
ESSERE O DIVENTARE VECCHI
Attese perenni, arzille attività, pericoli e crisi di chi non è più giovane

Gabriel García Márquez – NESSUNO SCRIVE AL COLONNELLO (1961)

Di cosa parla: Un anziano colonnello attende da quindici anni la pensione che gli spetterebbe per aver partecipato, a suo tempo, alla guerra civile del suo Paese. Intanto, vive in ristrettezze insieme alla moglie, malata d’asma, nel ricordo del loro unico figlio Agustín, ucciso qualche mese fa dalla polizia per motivi politici durante un combattimento tra galli. Per sopravvivere, il colonnello, che ogni settimana si reca al porto dove viene recapitata la posta che arriva via mare, dovrebbe vendere il gallo da combattimento lasciatogli dal figlio, ma continua a rimandare, aspettando di trarne un guadagno grazie alle scommesse…

Commento: Prima di Cent’anni di solitudine, l’universo di Macondo si materializza in questo romanzo breve e nei racconti, composti nello stesso giro di anni, della raccolta I funerali della Mamá Grande. Ma, se nel romanzo destinato a conferire a García Márquez gloria internazionale e un posto tra i giganti della letteratura del Novecento tutto acquista le forme e le dimensioni di un’epopea barocca dove realtà e magia si fondono (e confondono il lettore), qui il passo corto per cui lo scrittore opta (una settantina di pagine in tutto) dà alla narrazione un respiro ben diverso, più aderente alle cose che tocca, meno divagatorio e magniloquente (e, a nostro sacrilego avviso, più digeribile). La vicenda ruota intorno a pochissimi personaggi. Il colonnello, innanzitutto, la cui statura tragica si esprime tutta nella perenne attesa di cui sembra sostanziarsi la sua stessa esistenza: bloccato nel passato (quello della guerra civile, ma anche quello precedente alla morte del figlio), egli è chiaramente fuori posto nel mondo in cui gli tocca vivere. La sua indecisione è però solo una faccia del suo distacco dalla realtà con le sue dure necessità, quelle che la moglie sembra ricordargli quotidianamente con le sue crisi d’asma e i suoi inviti a vendere il gallo per procurarsi di che mangiare: il colonnello si oppone alla verità con un’ironia banale che riduce il dramma a una commedia perpetua, fatta di gesti ripetuti e di risposte preconfezionate, sempre le stesse. In questo, però, egli assume anche una statura a suo modo eroica, senz’altro accentuata dalla solitudine a cui si condanna.

Oltre al colonnello e a sua moglie, quasi una controfigura, l’unico altro personaggio di fatto è Don Sabas, opportunista dirigente del partito sconfitto nella guerra civile ma sfuggito abilmente alle persecuzioni e arricchitosi a dismisura: il suo cinismo non risparmia neanche il colonnello, quando a quest’ultimo, ormai quasi deciso a vendergli il gallo, fa un’offerta ben più bassa rispetto a ciò che gli aveva fatto credere in precedenza, con l’intento nascosto di rivendere a sua volta l’animale a prezzo maggiorato a un acquirente disposto a spendere di più. Al gallo, d’altra parte, il colonnello affida, quasi materialmente, le uniche speranze che gli restano per continuare a credere di non poter essere del tutto schiacciato dalla Storia. Perché se è vero, come dice alla moglie, che “l’illusione non si mangia, ma alimenta”, il gallo, come la pensione che non arriva, non sono solo il simbolo di un avvenire di riscatto che non giungerà mai, ma rappresentano anche il solo legame con un passato intriso di violenza che è bene non seppellire: a chi, come il vecchio colonnello, sta dalla parte degli sconfitti, non rimane che aggrapparsi a ciò che è stato per confidare ingenuamente in ciò che potrebbe essere, pur di sottrarsi a un presente di stenti e monotonia.

GIUDIZIO: ***

Agatha Christie – LE PORTE DI DAMASCO (1973)

Di cosa parla: I coniugi Tommy e Tuppence Beresford, ormai anziani, sono alle prese con gli inconvenienti del trasloco. Mettendo ordine nella soffitta della dimora in campagna che hanno acquistato, si imbattono in una pila di libri per ragazzi. Sfogliandone uno, trovano un messaggio cifrato, che si ricava da alcune lettere sottolineate in rosso: “Marie Jordan non è morta di morte naturale. L’ha uccisa uno di noi. Io so chi è stato”. Il libro è appartenuto in passato a un ragazzo morto giovanissimo di leucemia, tale Alexander Parkinson. Tommy e Tuppence non riescono a frenare la loro curiosità e avviano, tra gli anziani del villaggio, un’indagine che risale niente meno che ai tempi della Prima guerra mondiale, ma i cui sinistri echi sembrano ancora riverberarsi nel presente…

Commento: Il quarto e ultimo romanzo che vede protagonisti, nelle vesti di detective, la coppia formata da Tommy e Tuppence (vero nome Prudence), è anche l’ultimo libro di Agatha Christie (Sipario, l’ultima avventura con Poirot, per quanto pubblicato pochi mesi prima della morte della scrittrice, era stato scritto diversi anni prima). L’autrice, la cui inesauribile vena è notissima, aveva ottantatré anni e qualcosa come più di sessanta romanzi alle spalle (per tacere dei racconti), pubblicati nell’arco di una carriera più che cinquantennale. Si comprende, dunque, l’aria tra il nostalgico e il passatista che si respira nel romanzo, popolato da una folla di vecchietti quasi tutti arzilli, cui si contrappone, per quanto assai fugacemente, il manipolo di ragazzini che collabora a un certo punto alle indagini. La scena iniziale, con Tommy e Tuppence alle prese con i libri per ragazzi trovati casualmente nella soffitta della loro nuova casa ha toni persino elegiaci, configurandosi come un omaggio alla letteratura per l’infanzia, vista come un filo capace di legare tra loro le generazioni.

A rileggere oggi i titoli, Stevenson a parte (ma La freccia nera, ancora popolare negli anni Sessanta – la Rai ne ricavò una serie, allora si chiamavano sceneggiati, di grande successo – oggi chi lo legge più?), sembra che i cinquant’anni trascorsi siano cinquanta secoli. Se Agatha Christie si conferma imbattibile nell’idea iniziale, non originalissima magari in questo caso ma comunque sufficientemente stimolante, bisogna anche riconoscere che il romanzo esaurisce il suo interesse nella messa in scena e nel ritratto, tutto sommato ancora interessante, dei personaggi, a partire dai due coniugi-detective. È chiaro infatti che l’autrice, per poter dare un’ultima volta le carte alla sua maniera, è costretta ad alcune scelte che, se non sono propriamente forzature, suonano però senz’altro old style: a partire dall’ambientazione in un villaggio sperduto nella campagna, luogo non toccato da nessun refolo di modernità, anche perché popolato quasi esclusivamente da vecchi (c’è anche un Circolo per pensionati). E poi, naturalmente, c’è la storia, una storia di spie, scambi di documenti e rischi seri per la tenuta democratica, una storia banale come poche, che non può che appartenere a un passato tanto remoto che persino la Christie sembra non credere nel tentativo di vivacizzarla agganciandola al presente (basti vedere la spiegazione finale, quanto mai frettolosa e di fatto inconcludente).

Il romanzo, insomma, non è certo memorabile, ma è pur vero che testimonia di uno sforzo di coerenza unico, quello di un’autrice che, senza mai cedere davvero allo spirito di tempi che pure – lo intuiamo da alcune osservazioni del romanzo – non dovevano piacerle più di tanto (ma come attendersi altro da una signora della sua età?), ha saputo imprimere al romanzo poliziesco, anche nella variante della spy story, il marchio di uno stile inconfondibile (si veda l’efficacia dei dialoghi, che sono amplissima parte del libro). L’età può inasprire i caratteri o smussarne le asperità: il testamento letterario di Agatha Christie, al di là della sua riuscita, è un’opera vispa e nostalgica, un inno alla tradizione del genere che riesce a tenersi lontano dalle mode giovaniliste ma anche da pericolose cadute reazionarie. Il titolo italiano, ripreso da una poesia di Flecker citata in esergo e abbondantemente ripresa nel romanzo, è comunque fuorviante.     

GIUDIZIO: **

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Roberto Saggini, quarantasei anni, una notte si ferma con la sua automobile a pochi passi da un bar tabaccheria per comprare delle sigarette. Lascia nella macchina una ragazza, sua passeggera. All’improvviso un gruppo di giovani, spuntati da chissà dove, esce allo scoperto per assalire l’uomo, al grido di “Dagli al vecchio!”. Come scampare al pericolo, che si è ormai fatto una piaga sociale da quando gli ultraquarantenni sono diventati il bersaglio di brigate di giovani che hanno deciso di impadronirsi del mondo eliminando i “vecchi”, forti dello slogan “L’età è una colpa”?

A rileggere, a distanza di più di sessant’anni, il racconto di Dino Buzzati Cacciatori di vecchi saltano all’occhio due dati: l’età del protagonista, quarantaseienne ma già vecchio, e la considerazione amara (che sarà ancor più evidente dal finale) dell’inutilità dei vecchi. Certo, siamo all’inizio degli anni Sessanta, quando i giovani ci sono e sono tanti, e nessuno – tanto meno uno scrittore visionario come Buzzati – si fa scrupolo di trattarli con il riguardo che si deve alle specie in via d’estinzione. E quindi i giovani sono cattivi, aggressivi, sovversivi nel senso più pieno del termine: rivoluzionari, prima che il Sessantotto, rendendo familiare il termine, finisse per annacquarne il concetto. Bastano dunque i quarantasei anni del protagonista a renderlo, agli occhi dei giovani, un vecchio: è vecchio in quanto adulto e i giovani ribelli si guardano bene dal dileggiarlo (magari, come farebbero oggi, dandogli del boomer: a ben vedere, sono loro, i giovani, i boomer in senso proprio) per poi tenerselo caro (vivere di rendita, da necessità è diventata per molti una scelta di comodo di cui lamentarsi). Perché Buzzati sa bene che, in ogni epoca, i veri esclusi, i veri emarginati, non sono mai i giovani, la cui energia, la cui stessa età è una risorsa sufficiente per fronteggiare qualunque crisi (e d’altra parte, ogni epoca è, da sempre, un’epoca di crisi); a rischio sono i vecchi, specie da quando – e qui Buzzati si conferma lo scrittore visionario che è – abbiamo fatto del progresso, del cambiamento, della “rivoluzione” il motore della società.

Dello stesso 1962, anno in cui Buzzati pubblica il suo racconto (verrà poi raccolto in volume quattro anni dopo), è anche la silloge in cui appare una poesia di Leonardo Sinisgalli che offre un commovente ritratto dei vecchi, dal quale traspare l’aspetto più ovvio, e più rimosso, di quella che eufemisticamente ci ostiniamo a chiamare “terza età”, ossia l’essenza di una stagione della vita che deve fare i conti non con la percezione soggettiva ma con il senso stesso dell’esistenza che, più va spegnendosi, più si espone alla fragilità, alla precarietà, alla crisi:

I vecchi hanno il pianto facile.
In pieno meriggio
in un nascondiglio della casa vuota
scoppiano in lacrime seduti.
Li coglie di sorpresa
una disperazione infinita.
Portano alle labbra uno spicchio
secco di pera, la polpa
di un fico cotto sulle tegole.
Anche un sorso d’acqua
può spegnere una crisi
e la visita di una lumachina.

Testi citati
Dino Buzzati – CACCIATORI DI VECCHI (1962)
Leonardo Sinisgalli – PIANTO ANTICO, in “L’età della luna” (1962)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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½
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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**½
***
***½
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO