Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati
A cura di Roberto Mandile
PUNTATA 229
LA TERRA E ALTRI PIANETI
Viaggi nello spazio e ritorni: tra mondi trasformati e sconosciuti, guerre di invasione e scoperte scientifiche, l’uomo è ancora padrone dell’universo?
Stanisław Lem – RITORNO DALL’UNIVERSO (1961)
Di cosa parla: Hal Bregg torna sulla Terra dopo una spedizione a bordo del Prometeo: ha quarant’anni, ma per via del tempo trascorso nello spazio, dalla partenza sono trascorsi più di centoventi anni. Il pianeta su cui rimette piede è radicalmente trasformato, non solo per via delle innovazioni tecnologiche che hanno modificato l’aspetto delle città, ora costruite su più livelli. A essere cambiati sono soprattutto gli uomini che hanno dato realizzazione a una società del tutto pacificata, priva di passioni, tutta votata alla conservazione di un’eterna giovinezza; esonerati da ogni lavoro – per quello ci sono robot efficienti – i nuovi abitanti della Terra rappresentano, inizialmente, degli estranei agli occhi di Bregg che, in preda a rimorsi per alcuni episodi accaduti durante la spedizione, dovrà fare i conti anche con le dolorose contraddizioni del nuovo mondo, a partire dalla difficoltà di relazionarsi con le donne…
Commento: «Era un mondo chiuso al pericolo, chiuso alla minaccia della guerra, a qualsiasi tipo di violenza, per la quale non c’era posto. Era un mondo di mitezza, di forme e di abitudini molli, di gradazioni indefinite, di situazioni non drammatiche». Il bilancio che traccia Hal Bregg – siamo verso la fine del romanzo – è una sintesi efficace di quanto il lettore ha già avuto modo di osservare nel corso del racconto delle vicissitudini che il protagonista ha attraversato fin dal suo ritorno sulla Terra. Sposando totalmente il punto di vista di Bregg, cui viene affidato anche il compito di fare da narratore, Stanisław Lem mette in chiaro fin da subito (le pagine iniziali sono occupate da una lunga descrizione delle difficoltà incontrate dal protagonista a orientarsi nella nuova città dopo il suo arrivo) come la vicenda stessa al centro del romanzo debba essere letta: si tratta, innanzitutto, della storia di un disadattato, di un uomo che ha perso i suoi riferimenti e che è destinato a non trovarli più. Ma, a differenza di tante distopie, il mondo nuovo in cui Bregg si ritrova non si presenta, almeno in apparenza, con tratti minacciosi e dichiaratamente inaccettabili. Eppure, quello che di disturbante si cela in esso – e che Bregg scopre fin dal primo dei tre incontri con le donne che scandiscono il suo vagabondare – sta già nel linguaggio parzialmente rinnovato, che suona estraneo e incomprensibile allo stesso astronauta.
Ma sarà soprattutto la scoperta della pratica della betrizzazione, una sorta di anestetizzazione delle emozioni che viene praticata ormai da anni su tutti gli uomini fin dalla nascita e a cui Bregg, per ragioni di età, è rimasto immune, a segnare la distanza decisiva: perché, come egli stesso presto arriverà a constatare, un mondo che ha eliminato le passioni non è, naturalmente, diventato peggiore sul piano della cattiveria, ma si è chiuso in un eterno presente (nessuno invecchia perché tutti mettono in atto strategie per conservare un aspetto esteriore perennemente giovanile) che tende a guardare con diffidenza o comunque a non capire il passato. Espulsa anche la memoria, resta soltanto un’impressione superficiale, un rispecchiarsi continuo in sé stessi (nelle città, costruite su più strati, viene perfino proiettato su delle sorte di maxischermi il cielo, a dare un’idea del mondo al di sopra). Come dice un personaggio, «abbiamo eliminato l’inferno delle passioni, ma nello stesso momento ci siamo accorti che anche il cielo aveva cessato di esistere. Ora tutto è tiepido». Il romanzo, al netto di qualche lentezza, sa svolgere con ammirevole coerenza le premesse mettendo in scena la crisi di un uomo alle prese con un mondo che ha perso umanità e che, travolto dalla smania di raggiungere un’utopica felicità collettiva, ha sacrificato l’individuo sull’altare dell’omologazione (significativo come l’unico accenno di ribellione provenga non dagli uomini ma dai robot nella bellissima scena in cui Bregg visita il “magazzino dei robot” dismessi). È chiaro, infine, che non tutti i riferimenti a luoghi e fatti realmente esistiti sono casuali (per gli echi autobiografici rimandiamo alla postfazione di Francesco M. Cataluccio all’edizione Sellerio).
GIUDIZIO: ***

Pierre Boulle – IL PIANETA DELLE SCIMMIE (1963)
Di cosa parla: Jinn e Phillys stanno trascorrendo un periodo di vacanza nello spazio quando s’imbattono in una bottiglia contenente un messaggio. Si tratta del racconto in prima persona delle straordinarie avventure vissute da Ulysse Mérou, giornalista francese che nel 2500 aveva accettato l’invito a partecipare a un viaggio interstellare con destinazione il sistema astrale di Betelgeuse. Approdati sul pianeta Soror, molto simile alla Terra, Mérou e i suoi compagni hanno scoperto che esso è dominato da scimmie parlanti (gorilla, orangutan e scimpanzé) che hanno ridotto gli uomini in uno stato di sottomissione: questi ultimi, infatti, privi della capacità di parlare e rinchiusi in gabbia, sono oggetto di caccia e anche di esperimenti scientifici da parte della civiltà superiore delle scimmie. Mérou, catturato e costretto nelle stesse condizioni dei suoi simili, si innamora di una donna bellissima, che lui chiama Nova, ma per provare a tornare a casa avrà bisogno dell’aiuto di Zira, una scimpanzé che sembra nutrire una particolare curiosità nei suoi confronti…
Commento: Difficile parlare del romanzo a fronte dei film che hanno fatto del pianeta delle scimmie una delle saghe più celebri nella fantascienza cinematografica. Eppure, tutto deriva proprio da questo libro di un autore francese che al cinema deve soprattutto la propria fortuna (il suo primo libro, Il ponte sul fiume Kwai, basato sulla sua esperienza di agente segreto in Asia durante la Seconda guerra mondiale, diventò uno dei film più visti e premiati nella storia di Hollywood, con i suoi sette Oscar). Provando a stare dunque al romanzo (e dichiarando il nostro debito nei confronti di quanto scritto da Salvatore Proietti nell’approfondimento pubblicato nella recente ristampa nella collana Urania di Mondadori), la prima osservazione che viene da fare è che Boulle, più che alla fantascienza, si ispira alla satira di viaggio più nota della letteratura, quella di Gulliver scritta da Swift. Il mondo alla rovescia del pianeta Soror, dominato dalle scimmie e con gli uomini sottomessi, richiama la terra degli houyhnhnm, i cavalli dotati di ragione e parola, ben distinti dagli yahoo, i bipedi rozzi e brutali in tutto e per tutto uguali, nell’aspetto fisico, agli esseri umani. In modo meno raffinato rispetto a Swift ma con apprezzabile coerenza, Boulle lascia intendere chiaramente come la presunta superiorità degli uomini sia un mito fragile, ma d’altra parte la civiltà delle scimmie non è immune a molti dei difetti tipici della razza umana, a partire da certi eccessi di crudeltà nei riguardi degli uomini, particolarmente evidente negli atroci esperimenti scientifici cui essi vengono sottoposti (e qui Boulle strizza l’occhio al Wells dell’Isola del dottor Moreau).
La vicenda del protagonista è, a sua volta, il tentativo ostinatamente razionalista di comprendere la nuova civiltà e di farsi comprendere e accettare da essa: il fatto che egli, pur appartenendo alla razza inferiore degli umani, se ne distingua in quanto dotato di “logos”, cioè di intelligenza e di linguaggio, circostanza che lo rende al contempo oggetto di curiosità e diffidenza da parte delle scimmie, non è privo di una intrinseca ambiguità. Non solo perché anch’egli cede agli istinti con la bella Nova, ma anche perché la conoscenza più approfondita del mondo delle scimmie lo porta a convincersi della necessità di andarsene e di tornare sulla Terra. Ma per l’Ulysse di Boulle, a differenza che per quello di Omero, il ritorno non sancisce affatto l’uscita dall’anormale, deforme, terribile devianza rappresentata da Soror e dai suoi abitanti, come chiarisce il finale (sotto questo profilo, più fedele al libro è la versione cinematografica di Tim Burton del 2001 e non quella di Frankiln J. Schaffner del 1968). Difficile parlare di un romanzo che abbia prodotto un immaginario così fecondo e duraturo, limitandosi a cogliere pregi e difetti del libro in sé: il merito maggiore di Boulle sta forse proprio nell’aver cristallizzato un’idea – quella della relazione tra l’uomo, il pianeta Terra e le altre specie viventi – che, per quanto non certo inedita nella fantascienza, si presta però a molteplici e ogni volta nuove letture (nel rapporto tra noi e gli altri ognuno può attribuire agli altri il volto che preferisce).
Tra i difetti, ci sono da annoverare senz’altro qualche ingenuità che oggi appare un po’ datata nella visione stolidamente antropocentrica di cui Mérou si fa interprete e una sostanziale indifferenza alle questioni tecnologiche, quasi del tutto trascurate, eppure così decisive in rapporto a molti dei temi cruciali del romanzo. Ma se la lettura regge ancora, a distanza di più di sessant’anni, è segno che c’è qualcosa di più profondo che Boulle ha saputo toccare e che, nonostante decenni di relativismo in materia, ci rende ancora sensibili all’idea di non essere noi i padroni del mondo.
GIUDIZIO: **½

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI
Di uomini impegnati in missioni nello spazio, alla ricerca di pianeti nuovi o di civiltà aliene, è piena la fantascienza. E altrettanto numerose sono le storie di extraterrestri giunti sulla Terra, in incognito o meno, con intenzioni più o meno bellicose. A questa seconda categoria appartiene, ad esempio, Ettil, il protagonista di un racconto di Ray Bradbury inserito nella bellissima antologia Il gioco dei pianeti (nota anche col titolo L’uomo illustrato). Ettil è un marziano, e non ha nessuna intenzione di far parte dell’Esercito Marziano, che progetta l’invasione della Terra. Tutti lo considerano un vile, anche la moglie e il suocero. Finché viene arrestato: l’accusa è di detenere libri di fantascienza, libri terrestri e, come tali, proibiti. Eppure, spiega Ettil, proprio grazie a quei libri lui ha maturato la decisione di non arruolarsi: in essi, infatti, l’invasione marziana della Terra finisce sempre in un disastro. E Ettil si è convinto che i Terrestri, grazie a queste storie, affronterebbero lo scontro con i Marziani con un morale, uno stato d’animo sufficienti a respingere l’attacco e a riportare la vittoria. E così, di fronte all’ennesimo rifiuto, a Ettil non resta che accettare la morte (bruciato vivo insieme ai libri): all’ultimo, però, la vista del figlio “coi suoi grandi occhi gialli pieni di dolore e di paura” gli fa cambiare idea. Unitosi all’Esercito e sbarcato sulla Terra, Ettil troverà una situazione ben diversa rispetto alle aspettative: i Terrestri, che da tempo hanno ripudiato la guerra, accolgono i Marziani a braccia aperte, intenzionati a costruire rapporti di amicizia. «Il pianeta è vostro. – dicono loro – Chiediamo solo clemenza a voi, buoni e misericordiosi invasori». Ma l’incontro con un regista cinematografico rivelerà a Ettil che le vere intenzioni dei Terrestri sono ben altre e a lui non resterà che cercare un modo per tornare sul proprio pianeta. Ci riuscirà?
Se Bradbury, capovolgendo il punto di vista, offre l’ennesima variante di un tema topico della fantascienza, l’osservazione della volta celeste è da sempre motivo ispiratore per scrittori e poeti. Diversi spunti in questo senso si trovano nell’opera di Eugenio Montale, che, a partire dagli anni Sessanta, quando, in concomitanza con la conquista dello spazio, i discorsi sull’universo finiscono per scadere a luogo comune, spesso ironizza sul tema. Con un linguaggio dimesso, il poeta sembra registrare l’inevitabile cortocircuito tra la proiezione dell’uomo oltre i confini del suo modesto pianeta e il ridicolo tentativo di esprimere questo discorso sovradimensionato, di renderlo alla portata di tutti nella società massificata che, nel frattempo, prende piede. Ecco, quindi, prevalere, nei versi di Montale, uno scetticismo relativista anche rispetto alle scoperte scientifiche: così, ad esempio, scriveva nel 1979, dopo la morte di Raffaele Bendandi, sismologo e sedicente scienziato, e le nuove rivelazioni su Giove rese possibili dalle sonde spaziali americani Voyager I e Voyager II che ripresero le prime immagini ravvicinate dell’atmosfera del pianeta:
Di giorno in giorno cresce l’importanza
del pianeta Giove.
Saremo declassati, inscritti d’ufficio
in serie B.
Più tardi in serie C D e così via.
Saremo ancora qualcosa ma può importare
a chi?

Testi citati
Ray Bradbury – LA BETONIERA, in “Il gioco dei pianeti” (1951)
Eugenio Montale – DOPO BENDANDI, in “La casa di Olgiate e altre poesie” (scritta nel 1979, pubblicata nel 2006)
LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

Recensioni di Libri e Film, Racconti e Saggi... a cura di Matteo Fontana