LECTIO BREVIS / 230

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 230
VIVERE IN CAMPAGNA
Gioie e fatiche della vita rurale, tra natura, cultura, idilli e misteri

Carlo Goldoni – IL FEUDATARIO (1752)

Di cosa parla: A Montefosco c’è fermento: i deputati e i sindaci della comunità sono in agitazione per l’imminente, annunciata visita del marchese Florindo, il nuovo feudatario. La successione che lo ha portato ad acquisire i possedimenti è tuttavia macchiata da una colpa: egli ha infatti acquistato il feudo approfittando della decadenza economica del precedente proprietario. Ora la figlia di quest’ultimo, Rosaura, nata dopo la morte del padre e allevata benevolmente da Pantalone, è pronta a rivendicare i suoi diritti. A comprenderne le ragioni è la stessa madre di Florindo, la marchesa Beatrice, che, disapprovando la fatuità del figlio, in preda a un’ossessione insana per le donne, capisce che l’unica soluzione consisterebbe nel matrimonio tra i due giovani…

Commento: «Sarebbe un far torto agli abitatori della campagna il non crederli degni di comparir sulla scena, come se non avessero anch’essi il proprio ridicolo particolare. […] Non sono assolutamente da disprezzarsi, né in ordine alla natura né in ordine alla società, poiché malgrado all’educazione, alla quale la Provvidenza li ha destinati, hanno anch’essi la loro filosofia, e sono suscettibili di tutte quelle passioni orgogliose, delle quali vorrebbono i Cittadini avere il jus privativo». Le parole che Goldoni indirizza al lettore, in un’edizione a stampa del 1765 della commedia il cui esordio in scena data a tredici anni prima, a Venezia, verrebbero oggi accusate di appropriazione culturale. Come si permette, un cittadino fatto e finito come il signor Goldoni, di prendere in giro noi campagnoli dandoci degli ignorantelli perché non sapremmo vestirci e ricevere con i dovuti onori i signoroni di città?

E dire che lo scrittore veneziano, più che sulla contrapposizione tra campagnoli e cittadini, gioca sul più tipico meccanismo comico, quello degli equivoci, e a venire semmai schernito è il cerimoniale vuoto e retorico di chi alle forme dà più valore che alla sostanza: cerimoniale che, scimmiottato dai rustici abitanti di Montefosco all’inizio della commedia, finisce per rivelarsi in tutta la ridicolaggine di cui è, di per sé, intriso. Gli equivoci non nascono cioè dalla dinamica città-campagna se non in quanto essa è espressione della differenza di classe che, da che mondo e mondo, e da che teatro è teatro, ha sempre offerto motivi di divertimento, con un occhio però sempre benevolo nei confronti dei più umili (come non pensare, per citare un memorabile esempio, a Miseria e nobiltà, il film del 1954 con Totò e Sophia Loren, ricavato da una commedia di Eduardo Scarpetta del 1887, e girato proprio come una commedia teatrale?). Il vero bersaglio di Goldoni, infatti, è Florindo, giovane sventato e preda di una giovanile esaltazione per le donne che, però, lo conduce a superare la misura: a fargli passare le fantasie ci penserà uno dei campagnoli, che non esiterà a imbracciare lo schioppetto quando il marchese si metterà a insidiare sua moglie.

Ma, come al solito, Goldoni sa stemperare gli eccessi grotteschi per proporci, pur nelle forme stilizzate della commedia, un più realistico quadro di umanità. E, come sempre, più che l’intreccio, che risente di certe inevitabili forzature, è il linguaggio la vera spia della modernità dello scrittore: si veda, ad esempio, il primo scambio di battute, nel primo atto, tra Florindo e Rosaura. Per respingere le rozze avances di lui, convinto che, solo in virtù della propria nobiltà, lei dovrebbe concederglisi senza fare tante storie (“ma allora lui è un molestatore, anzi uno stalker! Che orrore!”), Rosaura gli ricorda che, proprio in virtù della sua condizione sociale, il cavaliere le dovrebbe parlare diversamente. E quando il marchese si adatta a fare uno sforzo («Siete il mio tesoro; siete l’idolo mio. Ah! Che ne dite? Va bene così?»), lei lo liquida bruscamente («Scioccherie, adulazioni, menzogne»), lasciando così intendere che il linguaggio non è affettazione, messa in bella copia, ricercatezza (l’errore di Florindo è speculare, in questo, a quello dei membri della comunità di Montefosco quando provano a darsi un tono per accogliere degnamente il feudatario). Il linguaggio – chiarisce Goldoni – deve essere un impegno di chiarezza, un tentativo di adesione alla realtà, di verità persino. Ragion per cui non finiremo di tessere le lodi del commediografo veneziano, che, ancora prima di Manzoni (per non dire di Calvino!), ha smascherato il barocchismo della nostra lingua in nome di un’istanza nuova, persino rivoluzionaria: dare agli Italiani una lingua che tutti possano maneggiare, una lingua che agli equivoci si presti il meno possibile e che comunque lo faccia solo per gioco, non per soddisfare la prepotenza dei pochi che non vedono l’ora di farne uno strumento di oppressione. Persino oggi che dell’ignoranza si mena vanto, sarebbe il caso di ricordarsene: la cultura non è appropriazione di un codice settario, ma un tentativo inesausto di comprendere e di farsi comprendere.   

GIUDIZIO: ***

Gertrude Mary Wilson – MI HANNO ASSASSINATO (1937)

Di cosa parla: Miss Purdy è una scrittrice di romanzi gialli. Per trovare ispirazione per il suo prossimo libro, ha deciso di abbandonare Londra e cercarsi un posto tranquillo in campagna: la sua scelta è infine caduta su un grazioso cottage nel Norfolk, sulle rive di un fiume. Appena preso possesso del villino, però, si accorge di qualcosa di strano: avverte, infatti, in esso le tracce della presenza di un fantasma, che le gioca brutti scherzi, come impossessarsi della sua macchina per scrivere e lasciare messaggi inquietanti. Si tratta della precedente abitante del cottage, Lilian Kemp, scrittrice come lei, e annegata, in circostanze a dir poco misteriose, nel fiume, pochi mesi prima. Quando Miss Purdy riceve da parte di Lilian la rivelazione “Mi hanno assassinato”, le sue apprensioni si fanno sempre più vive: inizia dunque a indagare sugli abitanti del maniero che sorge poco lontano dal cottage…

Commento: Nonostante la ricca produzione (venticinque romanzi) e la versatilità dimostrata in diversi campi (fu anche fumettista), Gertrude Mary Wilson resta uno dei tanti nomi dimenticati della letteratura poliziesca anglosassone dell’Età dell’oro. Le mode cambiano, e senz’altro molti dei gialli di quella fortunata stagione appaiono oggi datati per molti versi: sul piano dell’ambientazione e dei personaggi, innanzitutto, e spesso anche per i metodi di indagine. Quello che, tuttavia, perlopiù resta ancora apprezzabile è la solida inventiva delle trame. E in questo, occorre ammettere che anche la nostra autrice mostra una buona consapevolezza delle regole del gioco. Se non fosse per quello che risulta essere il suo marchio di fabbrica: l’inserimento nelle storie di un che di sovrannaturale. Qui, nello specifico, si tratta delle modalità con cui il fantasma di Lilian (una sorta di presenza incombente, non esattamente un’apparizione con tanto di lenzuolo) si manifesta a Miss Purdy (e non solo a lei) per guidarla a condurre le indagini che mettono in moto la vicenda principale del romanzo. E se è vero che le deduzioni che conducono alla soluzione dei misteri (ci sarà un secondo annegamento dopo quello di Lilian) si fanno strada essenzialmente attraverso le vie più canoniche dei libri gialli (e della vita razionale), è pur vero che all’elemento occulto è data un’importanza che, in genere, è estranea alla tradizione del genere.

Anche quando, infatti, quest’ultimo viene introdotto, esso si rivela sempre come il prodotto di un trucco, di un inganno, di un gioco di prestigio che può e deve essere smascherato come tale nel corso delle indagini. Eccezion fatta per questa caratteristica originale (ma di dubbia regolarità: S.S. Van Dine avrebbe forse levato un sopracciglio), la storia in sé è molto convenzionale; il personaggio di Miss Purdy, che compare anche in altri romanzi dell’autrice, è il più interessante (più che accostarla al suo più celebre collega scrittore-detective Ellery Queen, ci sentiamo di considerarla una Jessica Fletcher ante litteram, non foss’altro per l’inseparabile macchina per scrivere: e poi anche Angela Lansbury era inglese); la scrittura ha comunque il pregio di evitare inutili fronzoli.

GIUDIZIO: **

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

«Altri a palate faccia quattrini di oro zecchino 
e tenga a terreno arato ettari innumerevoli;
ma, quando il nemico è vicino, un incessante terrore lo assilli
e i clangori delle trombe di guerra gli rompano il sonno.
A me la scarsezza di mezzi procuri un’esistenza tranquilla,
purché il focolare sfavilli di una fiamma che mai non si spegne.
Vorrei di persona piantare nel mese più adatto le tenere viti
e, contadino, innestare con mano abituata le piante dai frutti polposi;
la Speranza non mi tradisca, ma via via mi conceda covoni
di biade e mosto che sciropposo trabocca dal tino ricolmo.»

Beati i tempi in cui, per sfuggire alle ansie delle guerre, bastava rifugiarsi in campagna! Il pacifista Tibullo, nel I secolo a.C., mentre infuriano le guerre civili che portano al collasso della repubblica romana e alla sua evoluzione nel principato di Augusto, tratteggia, nelle sue elegie, un ideale di vita che ha il suo fulcro nel culto della pax agreste. È un mondo idilliaco, venato di una nostalgia utopica, quello in cui immagina di rifugiarsi il poeta latino: un idillio che risale a un imprecisato passato in cui la natura trionfava con la sua semplicità, in cui la civiltà umana non aveva ancora insozzato con la sua impronta il paesaggio. È anche, nella sua idealità, un mondo nel quale è facile scorgere incrinature, contraddizioni, forzature: e tuttavia, anche a dispetto delle delusioni amorose cui Tibullo va incontro, la sostanziale coerenza – almeno sul piano poetico – fa dell’autore un campione della resistenza alla visione dominante che, in quegli anni, va imponendo Augusto, che pure propugna un ideale di ritorno ai valori di una volta, ma pretende che se ne riconduca l’origine alla sua stessa azione politica (e militare!). La pax augustea, che si colora anch’essa degli stessi motivi agresti cari a Tibullo, è però il frutto di un’operazione propagandistica del nuovo regime, una sorta di forzata compensazione della fine delle guerre che lo stesso imperatore ha procurato.

L’ideale della vita agreste ha cozzato per secoli con la durezza del lavoro che la campagna richiede, con tutti gli incerti del caso peraltro. Eppure, la celebrazione della civiltà contadina, prima di diventare una moda, una scelta esistenziale (il “taglio netto” che Fruttero & Lucentini satireggeranno ne Il palio delle contrade morte: un “esemplare dedizione ai pomodori, ai conigli e alle mosche”), è stata un Leitmotiv della poesia per secoli. Il cantore più attento, più scrupoloso, più tassonomico della campagna è stato senz’altro Giovanni Pascoli: probabilmente nessuna opera come la sua può essere scorsa anche come un catalogo naturale in versi, rappresentativo di quella che oggi chiameremmo la biodiversità dell’ecosistema rurale. Un esempio su tutti: la sezione “Alberi e fiori” della raccolta Myricae testimonia della precisione botanica della poesia pascoliana.

Fu lui, tra l’altro, a rimproverare Leopardi per la donzelletta a cui faceva recava dalla campagna “un mazzolin di rose e di viole”, fiori che – osservava Pascoli – non fioriscono nella stessa stagione! Per il poeta romagnolo la campagna rappresentò sempre un rifugio, il tentativo di ricostruire il nido familiare della sua infanzia devastata dalla morte del padre; essa è, al tempo stesso, depositaria di un mistero che non è consolatorio, ma semmai simbolicamente evocativo di un potere altro, di una forza primigenia, “panica” (come avrebbe approfondito, con altri accenti, in quegli stessi anni un suo illustre collega, Gabriele D’Annunzio). Così, ad esempio, ecco riaffiorare, in versi di estrema esattezza terminologica, il senso di turbato smarrimento che non può non coglierci “in campagna” (così si intitola la sezione di Myricae in cui la poesia è inserita):

Errai nell’oblìo della valle
tra ciuffi di stipe fiorite,
tra quercie rigonfie di galle;

errai nella macchia più sola,
per dove tra foglie marcite
spuntava l’azzurra vïola;

errai per i botri solinghi:
la cincia vedeva dai pini:
sbuffava i suoi piccoli ringhi
argentini.

Io siedo invisibile e solo
tra monti e foreste: la sera
non freme d’un grido, d’un volo.

Io siedo invisibile e fosco;
ma un cantico di capinera
si leva dal tacito bosco.

E il cantico all’ombre segrete
per dove invisibile io siedo,
con voce di flauto ripete,
Io ti vedo!

Testi citati
Albio Tibullo – ELEGIE, I, vv. 1-10 – traduzione di Francesco Della Corte (26 a.C. circa)
Giovanni Pascoli – NELLA MACCHIA, in “Myricae” (1891-1911)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

?
°
½
*
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**½
***
***½
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO