LECTIO BREVIS / 231

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 231
L’ECCEZIONE DELL’ESTATE
Ozi, languori, vacanze e illusioni della stagione anomala

Distesa estate,
stagione dei densi climi
dei grandi mattini
dell’albe senza rumore –
ci si risveglia come in un acquario –
dei giorni identici, astrali.

Stagione la meno dolente
d’oscuramenti e di crisi,
felicità degli spazi,
nessuna promessa terrena
può dare pace al mio cuore
quanto la certezza di sole
che dal tuo cielo trabocca.

Stagione estrema, che cadi
prostrata in riposi enormi,
dai oro ai più vasti sogni,
stagione che porti la luce
a distendere il tempo
di là dai confini del giorno,
e sembri mettere a volte
nell’ordine che procede
qualche cadenza dell’indugio eterno.

Serve la apparente facilità di un grande poeta come Vincenzo Cardarelli per cogliere appieno le luci dell’estate, per dipingere con precisione il senso stesso di una stagione che, pure, come tutte le cose, può colorarsi agli occhi umani delle tinte più diverse. Stagione di immobilità, quindi di languori, ozi, riposi più o meno forzati, più o meno rituali. Perché è nella forza delle abitudini e nel rischio della routine che si specchiano le nostre più neghittose tentazioni. Ogni consuetudine contiene così in sé la possibilità dell’eccesso, come se sottrarsi alla noia non potesse che sfociare nella coltivazione di forme ancor più convenzionali di svago. L’estate è l’eccezione che apre alla perturbante immersione in un’altra (più libera? più felice?) immagine di sé. Stagione di apertura, dunque, di spazi ampi, di esperienze che ci sembrano irrinunciabili anche quando o forse proprio in quanto sono ripetute, reiterate secondo schemi noti, ciclici appunto come il tempo delle stagioni. C’è un richiamo di infanzia nei nostri sogni più ingenui e spensierati: sono le immagini più pure che abbiamo dell’idea di festa. Di quella festa che abbiamo ribattezzato vacanza, a lasciare intendere che l’accettazione del vuoto è essa stessa parte della vita, persino nei casi in cui, impossibilitati a fare i conti con ogni residuo di horror vacui, ci riduciamo ad affollare l’esistenza di esorcistiche superstizioni che abbiamo deciso di chiamare giustamente al plurale: vacanze.    

Ora, sulle vacanze e sulle vacanze al mare nello specifico, tutto quello che ancora oggi vale per molti lo scriveva, da par suo, più di un secolo fa Thomas Mann, quando le vacanze erano ancora un lusso per pochi, come per Tony Buddenbrook che i suoi genitori decidono di mandare a trascorrere un periodo di villeggiatura nella località di Travemünde, sul mar Baltico, dopo che la ragazza ha respinto seccamente una proposta di fidanzamento. Il periodo rigenera Tony, che si innamora, ricambiata, di Morten, il figlio del comandante presso la cui casa è ospite. Così Mann ci descrive le vacanze di Tony:

«Fu così che cominciarono per Tony Buddenbrook alcune belle settimane estive, le più divertenti e piacevoli che avesse mai trascorso a Travemünde. Rifiorì, nulla più la opprimeva; le sue parole e i suoi gesti tornarono a essere impertinenti e spensierati. […] Tony prendeva il sole, faceva il bagno, mangiava salsicce arrosto con salsa alla noce moscata e faceva lunghe passeggiate con Morten: sulla strada maestra che portava al paese vicino, lungo la spiaggia fino al Seetempel che per la sua posizione elevata offriva un’ottima visuale sul mare e la campagna, o su al boschetto dietro il Kurhaus, in cima al quale era appesa la grande campana della table d’hôte… Oppure attraversavano la Trave in barca a remi fino al Priwal, dove si poteva trovare l’ambra…»

D’altronde, quando la compagnia è buona – si dirà – le vacanze possono farci apparire tutto bellissimo, come ammettono, verso la fine della stagione, Tony e Morten: «È strano come al mare sia impossibile annoiarsi, Morten. Se le capitasse in qualsiasi altro posto di rimanere steso sulla schiena per tre o quattro ore senza far niente, senza inseguire neppure un pensiero…»
«Già, è così…  Comunque devo ammettere che prima a volte mi annoiavo, signorina Tony; ma parlo di qualche settimana fa…»

Occasione di conoscenze nuove e anche di innamoramento è il soggiorno estivo anche per il narratore de All’ombra delle fanciulle in fiore. Il periodo trascorso al Grand-Hôtel della località balneare di Balbec (il nome è di fantasia, l’identificazione è con Cabourg, in Normandia, dove Marcel Proust soggiornò più volte) sarà l’occasione di conoscenza di Albertine. Così lo scrittore francese descrive le sensazioni che la sola vista del paesaggio dalla finestra dell’albergo riesce a suscitare nel protagonista: «Ma la mattina seguente, – dopo che un domestico fu venuto a svegliarmi e a portarmi l’acqua calda, mentre facevo toeletta e cercavo inutilmente di trovare le cose di cui avevo bisogno nel mio baule dal quale tiravo fuori alla rinfusa solo quelle che non potevano servirmi a nulla, – che gioia, pensando già al piacere della colazione e della passeggiata, vedere nella finestra e in tutti i vetri della libreria, come negli oblò della cabina di bastimento, il mare nudo, senza ombre e tuttavia all’ombra per metà della sua distesa, delimitata da una linea sottile e mobile, e seguire con gli occhi le onde che si slanciavano l’una dopo l’altra come saltatori su un trampolino. Ogni momento, tenendo in mano l’asciugamano rigido ed inamidato su cui era scritto il nome dell’albergo e con il quale facevo inutili sforzi per asciugarmi, tornavo vicino alla finestra a gettare ancora uno sguardo su quel vasto anfiteatro abbagliante e montagnoso e sulle vette nevose dei suoi flutti d’uno smeraldo qua e là levigato e trasparente, i quali, con placida violenza e un corrugamento leonino, lasciavano che i loro pendii, cui il sole aggiungeva un sorriso senza volto, salissero fino al culmine e precipitassero giù.»


Nessuna stagione, dunque, come l’estate assolve, letterariamente parlando, la funzione simbolica di segnare un passaggio, una maturazione, una presa di coscienza: chiedere ad Arturo o ad Agostino, protagonisti dei romanzi di Morante e Moravia. Ma anche a Ginia, la giovanissima operaia di campagna de La bella estate di Cesare Pavese: la sua amicizia con Amelia, una ragazza più grande che lavora come modella per pittori la porta a frequentare gli ambienti, a lei del tutto alieni, dove si svolge la vita artistica della città. Sarà travolta da esperienze più grandi di lei, Ginia, e la sua ingenuità finirà per essere definitivamente perduta. Le sue speranze iniziali, però, suonano come l’ennesima apertura di credito verso l’estate, l’ennesima dimostrazione che solo questa stagione può favorire i sogni più sfrenati:

«Quell’anno faceva tanto caldo che bisognava uscire ogni sera, e a Ginia pareva di non avere mai capito prima che cosa fosse l’estate, tanto era bello uscire ogni notte per passeggiare sotto i viali. Qualche volta pensava che quell’estate non sarebbe finita più, e insieme che bisognava far presto a godersela perché, cambiando la stagione, qualcosa doveva succedere.»
Ancora più cocente, dunque, sarà la sua delusione alla fine:
«Quando fu sola nella neve le parve d’essere ancor nuda. Tutte le strade erano vuote, e non sapeva dove andare. Tanto poco la volevano lassù, che non si erano neanche stupiti di vederla a quell’ora. Si divertiva a pensare che l’estate che aveva sperato, non sarebbe venuta mai più, perché adesso era sola e non avrebbe mai più parlato a nessuno ma lavorato tutto il giorno, e così la signora Bice sarebbe stata contenta.»

Decisiva è un’estate anche per il protagonista di Ferito a morte di Raffaele La Capria: quella del 1954, su cui si incentra buona parte del romanzo, che narra le vacanze di un gruppo di amici della borghesia napoletana. È un’estate di indolenza, di chiacchiere e giochi: è, anche, l’ultima estate della giovinezza, poi la vita chiederà a tutti (e otterrà solo da alcuni) uno sforzo definitivo di crescita. Così, l’autore riporta, nel quarto capitolo, le riflessioni cui si abbandona, durante un bagno in mare il protagonista, Massimo, che alla fine dell’estate partirà per Roma:
«Con lo sguardo Massimo sfiora di scorcio il proprio corpo disteso, la pancia cava sotto lo sterno che ancora sussulta per lo sforzo della nuotata, la pelle che splende di sole e acqua – e chiude gli occhi così. Quando li riapre appena, rientra nello scenario. A larghe spirali si dissolve il panorama intorno a lui nei vapori del mezzogiorno, il cielo e il mare, tutto bello, irrimediabile, non se ne può più! Possibile che tutto sia uguale e tutto sia cambiato? Sì è possibile. Possibile che nessun segno preannunci il cambiamento?»

È questo dissidio tra l’immobilità indefinita dell’estate e il cambiamento che ci investe, senza che ce ne accorgiamo, a suggerire che quello che accade sia già accaduto, che il tempo della vacanza non possa essere mai squarciato, perché – come si legge poco oltre – «la vacanza è una specie di rottura con la realtà, una evasione dalla Storia, e solo la Storia ha senso». 
E, dunque, non resta che abbandonarsi all’estate, alle sue pigre abitudini, senza obblighi e senza sensi di colpa, seguendo l’invito luminoso di Sandro Penna

Come è bello la sera d’estate
in un caffè all’aperto chiacchierare,
o meglio ancora con qualche languore
beatamente ascoltare.
In tutto questo non è disonore.

Testi citati:
Vincenzo Cardarelli – ESTIVA, in “Poesie” (1942)
Thomas Mann – I BUDDENBROOK – traduzione di Silvia Bortoli (1901)
Marcel Proust – ALL’OMBRA DELLE FANCIULLE IN FIORE – traduzione di Franco Calamandrei e Nicoletta Neri (1918)
Cesare Pavese – LA BELLA ESTATE (1949)
Raffaele La Capria – FERITO A MORTE (1961)
Sandro Penna – COM’È BELLO LA SERA D’ESTATE, in “Stranezze” (1976)

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

?
°
½
*
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**½
***
***½
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO