LECTIO BREVIS / 95

Testi, pre-testi, divagazioni e spunti minimi intorno a libri letti, riletti, sfogliati

A cura di Roberto Mandile

PUNTATA 95
TORTURE, CRUDELTÀ, PERVERSIONI CRIMINALI
Il doloroso confine tra letteratura e realtà nella rappresentazione del disumano

Ian McEwan – CORTESIE PER GLI OSPITI (1981)

Di cosa parla: Colin e Mary sono una coppia inglese in vacanza in una città di mare straniera. Una sera, nel tentativo di raggiungere un posto per mangiare, si perdono per stradine buie e tortuose, finché incontrano casualmente Robert, un uomo che, in un ottimo inglese, offre loro il suo aiuto e li porta in un bar. Robert racconta loro alcuni episodi traumatici della sua infanzia, vissuta all’ombra di un padre autoritario e violento. Trascorre così quasi l’intera notte, tanto che Colin e Mary non tornano nemmeno in albergo, ma ancora non sanno che il mattino dopo Robert fingerà di rincontarli e farà di tutto per portarli a casa sua, dove vive con la moglie Caroline. I due finiranno per scoprire a poco a poco quanto ambigua sia l’ospitalità della coppia…

Commento: Il secondo romanzo di McEwan, così come il primo, Il giardino di cemento, è un’indagine sulla violenza insospettabile e improvvisa che si nasconde nel quotidiano. In questo caso, l’autore mette l’accento sulla sottile linea che separa la normalità dalla perversione criminale, puntando sulla contrapposizione tra le due coppie protagoniste della storia. È un gioco sottilissimo la cui efficacia è data dalla condizione in cui si trovano Colin e Mary, turisti stranieri in una città (che fa di tutto per assomigliare a Venezia) di per sé avvolgente e capace di annientare l’identità dei suoi visitatori nelle spire della sua bellezza sfuggente e inafferrabile. È pertanto facile comprendere il loro cedimento al fascino ambiguo di cui anche Robert, come la città, sa ammantarsi e che, di fatto, è la facciata rispettabile di una depravazione destinata (ma ancora una volta in modo quasi estenuante ed estetizzante) a esplodere solo nel finale, che per più di un aspetto è lasciato in sospeso e svuotato di ogni spiegazione razionale. La misura della narrazione (siamo dalle parti del romanzo breve) è pienamente funzionale alla riuscita e alla credibilità della storia. È l’innocenza la vera vittima della crudeltà, come d’altronde illustra alla perfezione il racconto nel racconto della propria infanzia fatto da Robert o quello che Caroline dirà a Mary della sua relazione con il marito. I carnefici possono sopravvivere solo alla propria aberrazione.

GIUDIZIO: ***½

Giorgio Pirazzini – LA NOTTE RACCOLGO FIORI DI CARNE (2011)

Di cosa parla: Praga. Un gruppo di crudeli assassini passa il tempo sequestrando prostitute e barboni per rinchiuderli in un sotterraneo e sottoporli per puro gusto sadico a una tortura sui generis: li rinchiudono in valigie e poi li “archiviano” in una stanza, lasciandoli morire lentamente. Hanno catturato anche uno scrittore, al quale hanno affidato il compito di raccontare le loro gesta. A un certo punto quest’ultimo riesce a uccidere due dei killer, ma, una volta rimasto solo con gli altri due, scoprirà il piacere di unirsi ai loro perversi divertimenti…

Commento: Partiamo dalle basi: per scrivere un horror bisognerebbe tenere a bada il rischio del ridicolo. Ad ogni pagina, ad ogni riga. Ora, che uno scrittore venga rapito da un gruppetto di sadici (uno dei quali è un conte francese dall’improbabile nome di Gerald) è già di per sé discutibile (quale sarebbe il piano, una volta prodotto il capolavoro? contattare un editore e proporre il best-seller come se fosse un libro qualunque?); ma se poi, e siamo solo all’inizio del romanzo, allo scrittore sequestrato si chiede “una cosa alla Hemingway” (“Io sono impallidito – confessa lo scrittore – perché ho paura che saranno delusi”), si capisce che la serietà con cui i sequestratori prendono la loro attività fa il paio con quella con la quale l’autore tratta i suoi lettori (ho paura che saranno delusi pure loro). Lettori che, comunque, se sapranno soprassedere sull’uso disinvolto della lingua italiana, sull’assurdità dei dialoghi, sulle tante ridicolaggini della trama e le goffe offese al buonsenso (i fuochi d’artificio arrivano nel finale, con il novantaquattrenne che ha trascorso trentanove anni legato a un letto, ma ha la mente lucida, mentre il suo corpo è “evaporato via”) avranno modo di imparare tante cose: ad esempio, ad amputare arti con un colpo secco (“L’ascia cade, ineluttabile. La gamba schizza via”) o a cauterizzare ferite di una certa importanza con un ferro incandescente, ma anche, più modestamente, a preparare una gustosa salsa di accompagnamento che “non dovrebbe nascondere il sapore astringente della carne” di un polpaccio umano “infilato in uno spiedo”. Preso come romanzo, magari il libro non varrà un granché, ma come manuale for dummies, con i suoi consigli pratici per il fai da te, potrebbe rivelarsi prezioso in tante circostanze.

GIUDIZIO: °

PRE-TESTI, DIVAGAZIONI
E SPUNTI MINIMI

Giochino letterario: individuare quale tra i due seguenti passi si riferisce a una vicenda realmente accaduta e quale è frutto dell’immaginazione dell’autore.

Passo numero 1: “Quell’infernale sentenza portava che, messi sur un carro, fossero condotti al luogo del supplizio; tanagliati con ferro rovente, per la strada; tagliata loro la mano destra, davanti alla bottega del Mora; spezzate l’ossa con la rota, e in quella intrecciati vivi, e alzati da terra; dopo sei ore, scannati; bruciati i cadaveri, e le ceneri buttate nel fiume; demolita la casa del Mora; sullo spazio di quella, eretta una colonna che si chiamasse infame; proibito in perpetuo di rifabbricare in quel luogo. E se qualcosa potesse accrescer l’orrore, lo sdegno, la compassione, sarebbe il veder que’ disgraziati, dopo l’intimazione d’una tal sentenza, confermare, anzi allargare le loro confessioni, e per la forza delle cagioni medesime che gliele avevano estorte. La speranza non ancora estinta di sfuggir la morte, e una tal morte, la violenza di tormenti, che quella mostruosa sentenza farebbe quasi chiamar leggieri, ma presenti e evitabili, li fecero, e ripeter le menzogne di prima, e nominar nuove persone. Così, con la loro impunità, e con la loro tortura, riuscivan que’ giudici, non solo a fare atrocemente morir degl’innocenti, ma, per quanto dipendeva da loro, a farli morir colpevoli.”
Passo numero 2: “Capii chiaramente quale sorte mi era stata preparata e mi congratulai con me stesso per il tempestivo incidente che mi aveva permesso di evitarla. Un altro passo prima della caduta e il mondo non mi avrebbe più visto. E la morte evitata di misura era proprio del tipo che io avevo ritenuto inventa e inverosimile nei racconti sull’Inquisizione. Alle vittime della sua tirannia era offerta la scelta tra la morte tra le più terribili sofferenze fisiche e quella tra le peggiori sofferenze morali. A me era stata riservata quest’ultima. Le lunghe sofferenze avevano distrutto i miei nervi, sì che tremava al suono della mia stessa voce ed ero divenuto a tutti gli effetti una vittima ideale per i tipi di torture che mi attendevano.”

Soluzione del giochino (in realtà non così difficile): la storia vera è la prima, la racconta Alessandro Manzoni in quel fenomenale libretto che è la Storia della colonna infame, uno dei primi esempi di ricostruzione letteraria di un evento realmente accaduto. Manzoni, nipote di Cesare Beccaria, l’autore del saggio Dei delitti e delle pene che contiene una delle prime condanne della tortura, si rifà a un altro celebre illuminista milanese, Pietro Verri, che aveva pubblicato nel 1777 un altro trattato fondamentale, le Osservazioni sulla tortura. La vicenda è quella di Guglielmo Piazza e Gian Giacomo Mora, commissario di sanità e barbiere, che nel 1630 a Milano, nell’infuriare della terribile epidemia di peste, furono processati e costretti con la tortura a proclamarsi untori.

La storia inventata è la seconda, che curiosamente fu pubblicata solo un paio di anni dopo in un luogo, gli Stati Uniti, e da uno scrittore, Edgar Allan Poe, che non potrebbero essere più distanti dall’Italia di Manzoni. Il racconto, tra i suoi più celebri e oggetto di riprese, adattamenti e imitazioni, è Il pozzo e il pendolo. La vicenda, del tutto immaginaria, è quella di un anonimo prigioniero che viene sottoposto dall’Inquisizione spagnola a una serie di torture terribili in una cella buia ma piena di pericoli mortali: ci sono, naturalmente, un pozzo profondissimo e un pendolo con una lama tagliente che oscilla pericolosamente, ma non mancano anche i topi e i muri incandescenti che si avvicinano restringendo le pareti della stanza.

Domanda conclusiva: che cosa distingue dunque, nella rappresentazione del male estremo inflitto a un altro essere umano, la realtà dalla fantasia? Se la letteratura è degna di questo nome, la differenza non si percepisce. Tanto che Poe fa molta più paura di Manzoni. Ma la sola idea che, nel 1600, a Milano accadesse quello che racconta la Storia della colonna infame dovrebbe farci rabbrividire e indignare ora e sempre. Dallo scrupolo illuminista di Manzoni, ha tratto spunto, ad esempio, Leonardo Sciascia nel denunciare le tante forme di crudeltà che il nostro Paese ha conosciuto nella sua storia (e lo stesso scrittore siciliano racconta una vicenda analoga a quella della colonna infame in Morte dell’inquisitore). Dalla fantasia tenebrosa di Poe nascono invece molte distopie letterarie novecentesche che hanno raffigurato, spesso in anticipo, gli orrori di tanti regimi totalitari: nella Stanza 101 di 1984 George Orwell, ad esempio, ritroveremo gli stessi topi di Poe intenti a torturare Winston Smith, all’interno di un programma di rieducazione voluto, nientemeno, che dai solerti funzionari del Ministero dell’Amore.   

Testi citati:
Alessandro Manzoni – STORIA DELLA COLONNA INFAME (1840)
Edgar Allan Poe – IL POZZO E IL PENDOLO (1842)