L’IMPERO DEL SOLE – James G. Ballard

# 152 – James G. Ballard – L’IMPERO DEL SOLE (Feltrinelli, 2007, ediz. orig. 1986, pagg. 317)

Jim è un undicenne cresciuto tra gli agi di una ricca famiglia inglese a Shanghai. Quando i giapponesi bombardano a sorpresa Pearl Harbor, trasformando di fatto l’Estremo Oriente e il Pacifico in scenari della Seconda Guerra Mondiale, l’infanzia ovattata di Jim finisce bruscamente, e il ragazzino si ritrova solo, separato dalla famiglia, in una Shanghai in subbuglio che, tra invasori e sbandati, sembra un mondo che ha perso qualunque bussola morale e nel quale l’unica cosa che conta è la sopravvivenza. L’internamento nel campo di prigionia di Lunghua e l’amicizia con l’ambiguo Basie, a sua volta prigioniero dei giapponesi, segneranno indelebilmente la vita (e l’immaginazione) di Jim, dietro il quale non è difficile vedere lo stesso Ballard.

James Ballard è nato a Shanghai nel 1930, da genitori inglesi che vivevano e lavoravano in Cina, e vi è cresciuto, fino allo scoppio della Seconda Guerra Mondiale. Basterebbe questo a qualificare “L’Impero del Sole” come “romanzo autobiografico”, e non c’è dubbio che – almeno in parte – lo sia. Il racconto dell’infernale Shanghai sconvolta dalla guerra e dai bombardamenti, come anche il vivido ritratto del campo di prigionia di Lunghua, emergono direttamente dall’esperienza dello scrittore, allora ragazzino.

Ma “L’Impero del Sole” non è un’autobiografia, è piuttosto un romanzo basato su fatti realmente accaduti, la rielaborazione – giunta solo nel 1986, a più di quarant’anni di distanza dai fatti – di uno snodo cruciale nella vita dell’Autore, come nella vita di tutti, quello dall’infanzia all’adolescenza che però, nel caso di Ballard, ha coinciso con uno sconvolgimento mondiale. Questo libro, insomma, arriva relativamente tardi nella carriera di un Autore che avrebbe avuto tutte le ragioni e tutti i buoni motivi per scrivere prima dei fatti di Shanghai, per scrivere quando essi erano ancora recenti e freschi nella sua memoria. Il fatto è che “L’Impero del Sole” non è un album di ricordi, bensì il frutto di un pensiero andato sedimentandosi per anni, di un lungo e faticoso lavoro di ricerca svolto – coerentemente con le idee letterarie del grande scrittore inglese – su sé stesso o, meglio ancora, in sé stesso.

Il teorizzatore del cosiddetto InnerSpace, la fantascienza rivolta a indagare le profondità dell’animo umano più che le abissali distanze interstellari, con “L’Impero del Sole” non solo tiene fede alle proprie stesse convinzioni teoriche, ma le realizza quasi alla lettera, componendo un romanzo che mette l’Autore stesso al centro, coi suoi ricordi e le sue impressioni, con i lasciti di un’esperienza assoluta come la guerra (e, soprattutto, la prigionia). Il tutto, però, senza sfoggiare una chiave di lettura autobiografica o rievocativa; al contrario, Ballard opta per una narrazione in terza persona al passato, quanto di più distanziante e raggelante si possa pensare, onde mettere la scrittura tra sé e quel periodo incandescente, tra l’undicenne costretto a crescere in un attimo e lo scrittore di successo cinquantaseienne che riflette sul proprio passato. Jim e Ballard non sono la stessa persona, eppure uno si riflette nell’altro, e viceversa; il romanzo, in fondo, non fa che sforzarsi di raccontare che cosa ciascuno dei due veda quando fissa lo sguardo sull’altro, in un gioco di impressioni e di riflessioni stemperato soltanto dall’incalzare del racconto – degno di un libro d’avventura alla Salgari – e dalla girandola di personaggi di contorno, tutti molto efficaci, che l’Autore sa tratteggiare con nervosa maestria.

Molti hanno visto una brusca battuta d’arresto nella carriera di Ballard, con “L’Impero del Sole”, che purtuttavia segnò per lo scrittore un successo senza precedenti, sottolineato dalla versione cinematografica che Steven Spielberg diede del romanzo – Jim interpretato dal quasi esordiente Christian Bale. La verità è che si tratta di un romanzo difficile, nel quale la guerra è prima concettualizzata che mostrata (indimenticabile l’attacco: “Le guerre vennero presto a Shanghai, succedendosi l’un l’altra al modo delle maree che rimontavano rapide lo Yangtze…” e la successiva, lapidaria affermazione: “Jim aveva cominciato a sognare di guerre”) e nel quale ai ricordi si sovrappone lo stile, e alla cronaca di quegli anni terribili si sostituisce spesso – perlomeno, questa è la mia impressione – una rielaborazione dei fatti che, tramite l’atto di scrivere, fa aderire il libro a quella che per Karl Kraus era la definizione di “aforisma”, qualcosa che “non coincide mai con la verità: o è una mezza verità, o è una verità e mezza.” Ecco, “L’Impero del Sole” non è un libro-verità, non è un’autobiografia, non è un album di ricordi di famiglia: è un viaggio nell’idea stessa della guerra come l’ha potuta vivere un ragazzino agiato, la guerra come sconvolgimento di tutti i valori e, allo stesso tempo, come fucina di incredibili amicizie e di slanci di un altruismo, e di un eroismo, inspiegabili senza ricorrere alla metafisica.                             

(Recensione scritta ascoltando gli Audioslave, “Shadow on the Sun”)

PREGI:
lucido e robusto nella costruzione, un libro d’avventura che descrive alla perfezione la sconvolgente esperienza della guerra vista attraverso gli occhi di un ragazzino. Ma, trattandosi di Ballard, c’è di più: una riflessione di sapore metafisico sulla guerra stessa, sull’infanzia e sulla fascinazione del Male

DIFETTI:
apparentemente più “classico” di altri romanzi ballardiani, “L’Impero del Sole” – senza allusioni al film di Spielberg – sembra a tratti un kolossal hollywoodiano diretto, però, da un regista indipendente, fin troppo attento alle sottigliezze psicologiche e narrative per riuscire del tutto nell’impresa, di per sé assai complicata, di trascinare il grande pubblico   

CITAZIONE:
“Dopo cena […] Jim si sforzò di non dormire. Ascoltò il ronzio di un idrovolante giapponese in ammaraggio sul fiume alla Base aeronavale di Nantao; pensò al caccia abbattuto dall’aerodromo di Hungjao, e al pilota giapponese di cui aveva occupato il sedile nel pomeriggio. Chissà che lo spirito dell’aviatore morto non fosse entrato in lui e che i giapponesi non entrassero in guerra dalla parte dei britannici… E sognò della guerra in arrivo, di un cinegiornale in cui lui stava, in tuta di volo, sul ponte di una portaerei silenziosa, pronto a prendere posto accanto agli uomini solitari della nazione isolana del Mar Cinese, trasportato con loro in volo, oltre il Pacifico, dallo spirito del vento divino.” (pagg. 32-33)

GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO