MEMORIA DELLE MIE PUTTANE TRISTI – Gabriel García Márquez

# 190 – Gabriel García Márquez – MEMORIA DELLE MIE PUTTANE TRISTI (Mondadori, 2005, pagg. 141)

Deciso a regalarsi, in occasione del suo novantesimo compleanno, una notte d’amore con una ragazzina vergine, il protagonista – giornalista e critico musicale, nonché autore di una rubrica molto seguita sulle pagine culturali del “Diario de La Paz” – si mette in contatto con l’anziana tenutaria Rosa Cabarcas e la incarica di dare corpo alla sua fantasia proibita e… proibitiva! Tra screzi e ironie, dubbi e ripensamenti, alla fine la ragazzina viene individuata: non ne sappiamo il vero nome, ma il protagonista la battezza “Delgadina” e, lungi dal limitarsi al capriccio di un’ultima, tardiva scopata, finisce per innamorarsene come solo un uomo anziano può innamorarsi di una ragazzina, senza freni e con pura venerazione. In lunghe nottate durante le quali si limita a sdraiarsi accanto a lei e ascoltarne il respiro, l’anziano giornalista ripensa alla sua vita, al rapporto con sua madre e alle sue tante fugaci storie con le donne. E così, anche il fatidico novantesimo anno trascorre, e la prospettiva di arrivare a cento finirà per non sembrargli più così triste e impensabile…

Ultimo romanzo del grande scrittore colombiano, pubblicato nel 2004 (nei dieci anni successivi García Marquez non avrebbe più dato nulla alle stampe), “Memoria delle mie puttane tristi” è un piccolo libro tanto brioso e lieve quanto sotterraneamente percorso da un inarginabile senso di morte, fine e disfacimento.

Portandosi in avanti, quasi a prevedere un’età successiva (nel 2004 non aveva ancora neanche ottant’anni), García Marquez fa i conti con la vecchiaia e con la morte sfoderando le sue armi di sempre: una lucida ironia che diluisce il peso di ogni decisione (anche quella di per sé sconvolgente di far l’amore, a novant’anni suonati, con una ragazzina vergine) e una leggerezza di tocco nella scrittura che fa sì che il libro non diventi un lungo lamento, ma che sia, al contrario, un inno alla vita e ai suoi errori, ai suoi fraintendimenti e alle sue opere incompiute. Perché, sembra dire García Marquez, nessuno se ne va contento, ma se si impara a giocare con la morte come si gioca con le parole (o con le donne…), il commiato può diventare qualcosa di più accettabile, un passaggio obbligato come la prima scopata, o il primo vero amore, o il primo articolo pubblicato. E la caratteristica più ammirevole di questo piccolo libretto estremo è proprio la sua leggerezza, il fatto che a tratti riesca a strappare risate a scena aperta (la festa d’addio al giornale, quando il protagonista decide di andare in pensione, finalmente, e chiudere la sua pluridecennale rubrica, ma anche i dialoghi al vetriolo con la “vecchia puttana” Rosa Cabarcas, impenitente e impertinente) e che non si accartocci mai attorno all’ossessione della fine imminente, ma si apra sempre allo stupore della vita – incarnata, ovviamente, dalla giovane e indifferente Delgadina, dapprima rifiutata dal protagonista e poi disperatamente cercata come unica ragione per restare ancora un po’ in questo mondo folle e squinternato.

Ammirevole per la sapienza (e il coraggio) della scrittura, “Memoria delle mie puttane tristi” non è d’altronde un libro epocale, non è la chiusa “col botto” di una carriera strepitosa che ha regalato capolavori come “Cent’anni di solitudine”, “Cronaca di una morte annunciata “ e “L’amore ai tempi del colera”; è, anzi, una chiusa volutamente in tono minore, non priva di pregi, come abbiamo detto, ma certo impossibile da paragonare – per importanza e profondità – ai libri maggiori dell’Autore, Premio Nobel per la Letteratura nel 1982. Non che García Marquez dia l’idea di volersi misurare coi suoi stessi capisaldi: come il suo protagonista, che si accontenterebbe di un’ultima folle notte d’amore, egli sembra scivolare sulla scrittura come uno che l’abbia praticata così a lungo e così a fondo da non avere più alcun bisogno di cercare alcunché, di inventare alcunché. Le parole escono leggere, libere da preoccupazioni (come nell’ultima puntata della rubrica del protagonista, sul “Diario de La Paz”, nella quale comunica di volersi ritirare dal giornalismo), ancora una volta vitali e fiorite, ironiche e graffianti (soprattutto per i benpensanti e i moralisti, di cui oggi, paradossalmente, c’è più abbondanza che in passato), magari meno profonde e incisive che in altre occasioni, ma è di tutta evidenza che anche un García Marquez pronto all’addio (alla vita e alla letteratura) vale di più di tanti mediocri scrittori che a lasciare la penna non ci pensano nemmeno. 

(Recensione scritta ascoltando Johannes Brahms, “Sonata n. 1 in Sol maggiore per violino e pianoforte”, Op. 78)

PREGI:
fresco e vitale, è un libro che si legge in fretta e col sorriso (un po’ amaro) sulle labbra. Ancora capace di stupire e di spiazzare per il coraggio di certe scelte (si pensi alla frase d’attacco: “L’anno dei miei novant’anni decisi di regalarmi una notte d’amore folle con un’adolescente vergine”), García Marquez si conferma Autore tra i più importanti del ‘900 sudamericano  

DIFETTI:
in sé nulla di epocale, “Memoria delle mie puttane tristi” è un libro oscillante e un po’ ripetitivo, nel quale, nonostante la brevità, si finisce un po’ per perdere l’orientamento, soprattutto nell’ultima parte, dedicata alle peripezie del protagonista per ritrovare Delgadina

CITAZIONE:
“Svegliala, scopatela anche nelle orecchie con quell’uccellone che il diavolo ti ha dato in premio per la tua codardia e la tua meschinità. […] Non morire senza aver provato la meraviglia di scopare con amore.” (pag. 123)

GIUDIZIO SINTETICO: **

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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1/2
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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO