MIO FRATELLO – Daniel Pennac

# 72 – Daniel Pennac – MIO FRATELLO (Feltrinelli, 2018, pag. 121)

Poco dopo la morte di suo fratello Bernard, durante un’operazione chirurgica svoltasi maldestramente, Daniel Pennac decide di portare a teatro una riduzione, recitata da lui stesso, di “Bartleby lo scrivano”, inquietante novella di Melville di cui era appassionato anche suo fratello. Il monologo teatrale, incentrato sui misteri dell’Identità e dell’Altro da sé, si dipana di pari passo con i ricordi del fratello, dall’infanzia agli ultimi anni, funestati dal Parkinson e da un matrimonio infelice, ma impreziositi da un affetto fraterno mai venuto meno e, anzi, rinsaldatosi con gli anni.

Come va considerato “Mio fratello” di Daniel Pennac, all’anagrafe Daniel Pennacchioni, celebre e celebrato scrittore francese di origini corse? È a tutti gli effetti un romanzo? Oppure è un saggio sul lutto e sul mistero stesso dell’esistenza, di cui l’incredibile Bartleby di Melville è una poderosa materializzazione? Oppure non è né l’una né l’altra cosa, ed è piuttosto un libro a sé stante, uno di quei libri indecifrabili che si possono solo “subire”, col loro strano fascino e il loro carico di dolente riflessione?

Beh, iniziamo allora col dire che “Mio fratello” non è una lettura sgradevole, anzi, è delicato e commovente, a tratti ironico, a tratti sconsolato, e si legge – ad andare piano – in un paio di giorni appena: Pennac allinea uno dopo l’altro una serie di capitoli brevi, dedicati alternativamente alla riduzione teatrale di “Bartleby lo scrivano” e alle riflessioni/ricordi di suo fratello Bernard, ingegnere poco convinto del suo lavoro sulle vibrazioni negli aeroplani (“guadagno anche troppo per quello che faccio, ma non abbastanza per quanto mi rompo le palle”) e animato da una lucida, sferzante ironia, vero trait d’union tra questi due fratelli così diversi, così distanti, eppure – come nella fotografia che chiude il libro – appoggiati uno all’altro, uniti fin dagli anni dell’infanzia in un affetto che la morte non ha minimamente scalfito. Senza abbandonarsi a patetismi, Pennac racconta di suo fratello e di Bartleby con lo stesso tono di raffinato e distaccato narratore, che di tanto in tanto cede alla lusinga di uno squarcio lirico, o meglio elegiaco; sera dopo sera, le rappresentazioni di “Bartleby” (durante le quali Pennac è da solo in scena davanti al pubblico) diventano una specie di elaborazione del lutto, una laicissima messa per il defunto Bernard, un’indagine psicologica che – seppur con qualche forzatura di senso – finisce per somigliare sempre di più al rapporto tra questi due strani fratelli, cresciuti senza grandi slanci affettivi ma attraversati da un amore che nemmeno nelle pagine di un libro può trovare adeguata descrizione.

E allora, immancabilmente, il principale difetto di questo piccolo libro personale ed enigmatico di uno scrittore che tante volte, in passato, ci ha fatti ridere quasi alle lacrime, è l’irresolutezza: non si approda a niente, dopo aver letto “Mio fratello”, un po’ come l’enigma di Bartleby non viene realmente svelato da Melville – altrimenti non sarebbe più un enigma; eppure – di Bartleby come di Bernard – qualcosa misteriosamente resta. Che cosa? Una vecchia foto in bianco e nero? Una frase, un ricordo vivido, un pezzo di “lessico famigliare”? Qualcosa di perturbante e allo stesso tempo confortante, che sappiamo di aver visto (e vissuto) ma che non riusciamo a descrivere? Cosa ci lasciano, i nostri morti? In quale misura essi continuano a vivere in noi? Interrogativi forse troppo impegnativi non solo per Pennac, ma per buona parte degli scrittori d’oggi! E “Mio fratello”, dopotutto, può contentarsi di averli sollevati: per le risposte, bisognerà che ogni lettore – diligentemente, o furiosamente – cerchi in sé stesso. Il libro, in questo caso, com’è giusto che sia, non è che un invito.                 

(Recensione scritta ascoltando Snowy White, “Midnight blues”)

PREGI:
breve, conciso e strutturato in modo molto nitido, il libro ha l’aria di non prendersi mai troppo sul serio, e questo è un indubbio pregio quando si scomodano tematiche ardue come il lutto, la perdita e il mistero dell’esistenza   

DIFETTI:
oggetto un po’ enigmatico e impalpabile, minuscola “Recherche” di un “fratello perduto”, il libro non è privo di momenti commoventi ma lascia anche un’impressione di irresolutezza e, tutto sommato, di non perfetta fusione tra le due parti di cui si compone: Bartleby a teatro e la morte di Bernard sono come due racconti che cercano disperatamente di fondersi, di trascolorare l’uno nell’altro, di darsi senso reciprocamente: senza riuscirci più di tanto, a mio avviso   

CITAZIONE:
“Quando mio fratello era vivo non l’ho imitato molto. Era un modello tanto più alto, per me, proprio perché non lo emulavo. Il mio lutto, invece, fu mimetico. Un pomeriggio, girando il cucchiaino nella tazzina del caffè, mi fermai di colpo: Bernard faceva esattamente quel gesto. […] La stessa maniera sognante di girare il cucchiaino, lo stesso tintinnio contro la porcellana, con lo stesso ritmo, quella sonorità precisa e identica… Era il suo gesto. E io ero, pari pari, mio fratello morto intento a girare il cucchiaino nel caffè.” (pag. 57)

GIUDIZIO SINTETICO: **

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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1/2
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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO