NON È UN PAESE PER VECCHI – Cormac McCarthy

# 219 – Cormac McCarthy – NON È UN PAESE PER VECCHI (Einaudi, 2006, pagg. 251)

Confine fra Texas e Messico, 1980: a dare la caccia all’ingenuo Llewelyn Moss, che si è impossessato, per puro caso, di una valigia di denaro di proprietà dei narcotrafficanti messicani, sono l’anziano e disilluso sceriffo Bell, che non si capacita degli abissi di abiezione che gli esseri umani possono raggiungere e non riconosce più la realtà che lo circonda come quella in cui è cresciuto, e il terribile quanto serafico killer Anton Chigurh, che uccide con una bombola d’ossigeno e affida spesso al lancio di una moneta il destino delle persone che incontra. E in questa partita in cui ci si gioca la vita non sono previsti vinti e vincitori, perché in un certo senso hanno già perso tutti, anche se non lo sanno… 

Cormac McCarthy è uno di quegli Autori che piacciono o non piacciono. Difficile, per non dire impossibile, che i suoi libri lascino indifferenti: possono generare ripulsa, oppure venerazione. O, come nel mio caso, un’ammirazione sincera per l’asciuttezza dello stile e la capacità di raccontare il mondo da angolature sempre originali, mitigata però dalla consapevolezza che il gioco formale (dialoghi senza virgolette né altri segni grafici, disperazione di fondo che si allarga su tutta la materia del romanzo, durezza quasi programmatica di scene e snodi narrativi) a tratti mostra un po’ la corda, e le provocazioni a volte sono più fini a sé stesse che effettive e reali.

Insomma, se sull’ispirazione di un Bukowski non nutro mai il minimo dubbio, su quella di McCarthy a volte ci si trova a vacillare, come se si intravvedesse un che di programmatico nella sua galleria di disgraziati o (ed è il caso dello sceriffo Bell) di disillusi che si trovano a combattere una guerra già persa in partenza, e che purtuttavia non possono smettere di combattere, perché ne andrebbe della loro stessa identità, della loro ragion d’essere, in una parola: della loro vita. Ed è proprio con la vita e con la morte che gioca il terribile Chigurh, atipico killer e personaggio di gran lunga più riuscito di questo romanzo – come del film che ne hanno tratto i sempre geniali fratelli Coen.

Se l’interpretazione cinematografica di Javier Bardem si è meritata un premio Oscar come Migliore Attore non Protagonista, la penna di McCarthy ha saputo tratteggiare un personaggio impressionante, attorno al quale – e attorno alla cui moneta! – ruotano gli impotenti destini di altri personaggi, le cui vicende sembrano già tracciate: pochi dubbi che Llewelyn finirà male, e che lo sceriffo Bell non potrà che constatare per l’ennesima volta la belluinità e l’abbrutimento di quello che una volta era il suo mondo. Ma Chigurh, con il vezzo di affidare al caso (giocando a Testa o Croce) la vita o la morte delle persone che incontra, è il vero asso che spacca il mazzo di una trama per altri aspetti banale, la classica caccia all’uomo con la legge da una parte e i criminali dall’altra, in uno scenario come il deserto tra Texas e Messico, al centro di mille film e altrettanti libri (uno a caso? “Il potere del cane” che peraltro trovate recensito su questo stesso sito!).

Grazie a Chigurh, McCarthy allarga la sua visione e dà respiro al libro, aprendo squarci di (inquietante) metafisica, raccontando un mondo non solo impazzito, ma completamente abbandonato al caso e alla fatalità, un mondo nel quale la peggiore delle previsioni non andrà neanche vicina alla realtà, perché la realtà è – come nel cinema dei fratelli Coen – immensamente più stupida e più banale, e proprio per questo ancora più terribile e inaccettabile. “Non è un Paese per vecchi”, allora, non è altro che “Fargo” con l’aggiunta di una terrificante monetina che, lanciata in aria, decide le sorti delle persone – e del libro.

Sceriffo Bell

E la scrittura stessa di McCarthy, fredda e oggettiva nel registrare le atrocità della vita e del caso, ha l’aspetto di una moneta lanciata in aria, che con la stessa indifferenza può cadere sulla testa o sulla croce, e può determinare la sopravvivenza o la dipartita di qualcuno, una direzione oppure un’altra del tessuto narrativo, come se in fondo non importasse cosa succede, perché nessuno ci può fare niente, tantomeno lo sceriffo Bell, impotente residuo di un mondo che ancora aveva un senso – o che si illudeva di averlo – alle prese con il non-senso di un tempo presente nel quale tanti non sanno più neanche quale sia “la differenza fra stuprare e ammazzare la gente e masticare la gomma in classe.”          

Testa o croce

(Recensione scritta ascoltando Ray Wylie Hubbard, “Dust of the Chase”)

PREGI:
asciuttissimo nello stile, duro e senza sconti nella trama, caratterizzato da alcune sequenze di violenza molto riuscite e da improvvisi squarci lirici, di un lirismo da Frontiera, è un libro che prende alla gola e a tratti mozza il respiro. Straordinario il personaggio di Chigurh, che spicca su tutti per originalità e nichilismo

DIFETTI:
a dispetto della scrittura piana e disadorna, quasi più espositiva che narrativa, il libro soffre qui e là di una certa programmaticità, come se – più che in altre sue opere – McCarthy avesse voluto veicolare un messaggio: in fondo, quella dello sceriffo Bell è una storia “a tesi”, e l’insistenza sulla moneta di Chigurh (materializzazione dell’assurdità del Caso) finisce per iniettare una massiccia dose di simbologia tra le pieghe di una trama che non ne avrebbe avuto bisogno

CITAZIONE:
“Chigurh prese dalla tasca una moneta da venticinque centesimi e la lanciò, facendola roteare sotto il bagliore azzurrognolo delle lampade al neon. La prese e se la sbatté sul dorso dell’avambraccio appena sopra le bende insanguinate. Scegli: testa o croce, disse.
Testa o croce?
Sì.
Per cosa?
Scegli e basta.
Be’, devo sapere cosa c’è in ballo.
Perché, cambierebbe qualcosa?
L’uomo guardò Chigurh negli occhi per la prima volta. Azzurri come lapislazzuli. Scintillanti e al tempo stesso completamente opachi. Come pietre bagnate.
Devi scegliere tu, disse Chigurh. Non posso scegliere io. Non sarebbe onesto. Non sarebbe neanche giusto. Scegli, avanti.
Ma io non mi sono giocato niente.
Sì invece. Te lo stai giocando da quando sei nato. Solo che non lo sapevi.” (pag. 46)

GIUDIZIO SINTETICO: ***

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO