PAGINE DI UN DIARIO VENEZIANO. GLI ANNI DELLE IMMAGINI PERDUTE – Valerio Zurlini

# 423 – Valerio Zurlini – PAGINE DI UN DIARIO VENEZIANO. GLI ANNI DELLE IMMAGINI PERDUTE (Mattioli 1885, 2022, ediz. orig. 1983, pagg. 226)

Il regista cinematografico Valerio Zurlini (1926 – 1982) affida a un diario, tenuto negli ultimi mesi di vita, tra il novembre del 1981 e il maggio del 1982, le sue riflessioni perlopiù amare sulla vita e sul cinema, sul tempo e sulla storia. Zurlini stila un bilancio del suo lavoro di artista ed è costretto ad ammettere, nonostante alcuni innegabili successi, di aver molte volte fallito, non riuscendo a trasformare le proprie idee in immagini. Ma in questi fallimenti, e in particolare nella mancata realizzazione di tre film che Zurlini avrebbe voluto firmare, il regista chiama in correità il sistema produttivo italiano, avaro e poco coraggioso, poco disposto a investire su film complessi e di non facile interpretazione. Spaziando dal cinema alla pittura, altra sua grande passione, e dai ricordi della guerra (Zurlini combatté nelle unità partigiane) a quelli della sua carriera cinematografica, l’Autore ci regala un libro commosso e trattenuto, un congedo dal mondo senza autocompiacimento e senza eccessi, un diario garbato e raffinato, l’ultima opera di un intellettuale poco o punto glamour, che si è sempre tenuto defilato rispetto alla cultura mainstream. E che alla fine ha pagato proprio la sua natura schiva e la sua onestà intellettuale.

Di Valerio Zurlini ricordo in particolare la trasposizione cinematografica de “Il deserto dei Tartari” di Dino Buzzati, romanzo difficile da cui il regista bolognese, grande amico del conterraneo Giorgio Morandi, che reputava uno dei pittori più importanti di tutti i tempi, trasse un film altrettanto difficile e lento, ondivago e contemplativo. La carriera di Zurlini, in realtà, annovera vari altri successi, ma ammetto onestamente di non padroneggiarla nella sua interezza: ho vaghi ricordi delle “Ragazze di San Frediano”, il film d’esordio, tratto da un racconto di Vasco Pratolini, mentre non ho mai visto “Estate violenta”, il film che, nel 1959, rivelò Zurlini nel panorama del cinema italiano ed europeo.

Devo questa lettura alla gentile segnalazione di un amico, che ringrazio: il libro è bello, delicato, tenue, intelligente e sussurrato, mai sopra le righe, mai volgare, mai furbetto come sanno essere furbetti, a volte, i diari. Anzi, l’aspetto più propriamente diaristico è pretestuale: le date delle annotazioni rappresentano, per il lettore, giusto un accenno di découpage, un montaggio di sequenze (sia narrative che riflessive) che potrebbero benissimo reggere da sole, a sé stanti, senza una connotazione temporale.

A fare da sfondo, l’ambientazione veneziana, città nella quale Zurlini ha vissuto negli ultimi anni della sua vita, nel sestiere di Dorsoduro, a pochi passi dalla Basilica della Salute. Aprendo il diario proprio con un ricordo veneziano (l’incontro con il poeta americano Ezra Pound, ormai molto anziano), Zurlini ci immerge fin da subito nell’atmosfera vischiosa e traslucida di Venezia, di questa millenaria città senza tempo che meglio di qualunque altra si è prestata a ospitare delle riflessioni sul tempo, sul passato, sul cinema e sull’arte. La scrittura di Zurlini è raffinata senza essere supponente, certo chiede al lettore attenzione e concentrazione, ma soprattutto curiosità, la voglia di ascoltare dei racconti attraversati dal soffio della verità, per quanto possano essere definiti veri i ricordi. In cambio, ci si immerge in un viaggio nei panorami ovattati della memoria, un viaggio che spazia dai ricordi di guerra ai momenti intimisti, dalla rievocazione delle disavventure produttive dei film che Zurlini ha realizzato al rammarico per quelli che, invece, non ha potuto girare, stretto nelle maglie di un sistema produttivo che ha più di qualcosa in comune con quello attuale dell’editoria: neanche un’ombra di coraggio nel proporre qualcosa di innovativo e disturbante, e tanto impegno profuso, invece, nel dare al pubblico esattamente ciò che esso sembra desiderare, storie insipide e tutte uguali, film (e libri) fatti in serie, per nulla originali, asserviti al sentir comune e al politicamente corretto.

Ecco, Zurlini sfugge a tutto questo, e sarebbe già sufficiente a dare del libro un giudizio positivo, cui si aggiungono le belle pagine in cui viene rievocata la figura di Giorgio Morandi, pittore ammiratissimo dall’Autore, nonché una quantità di altri artisti – da Masaccio a Carpaccio, dal Tintoretto a Giotto – sui quali le osservazioni di Zurlini sono sempre lucide e puntuali, mai troppo venate di accademismo, ma neppure (per fortuna) troppo naÏf.

E poi c’è il cinema, ovviamente. Il cinema con le sue storture e la sua congenita meraviglia, il cinema dei grandi Autori (Visconti, Antonioni) e il cinema di piccolo cabotaggio, povero e intelligente (Zurlini esordì come documentarista, prima di passare al cinema di fiction), il cinema nel suo misero splendore, nella sua aneddotica spesso sconfortante. E qui, forse, questa riedizione del diario di Zurlini commette il suo unico, vero, grande peccato: la scelta di non pubblicare le tre sceneggiature che l’Autore aveva allegato alla prima edizione (in tiratura limitata) del 1983. “La zattera della Medusa”, “Verso Damasco” e “Il sole nero” sono tre film mai nati, sono immagini perdute perché mai uscite dalla mente di Zurlini, sono tre cocenti delusioni che solo chi ha provato (come il sottoscritto) a fare il cinema può comprendere appieno. Sono anni di lavoro finiti in nulla, chiusi nel cassetto di una scrivania anziché proiettati sugli schermi di tutta Italia o del mondo, ma sono anche esperienze di vita e di scrittura, riflessioni e pensieri, passaggi di crescita e acquisizioni di consapevolezza.

Zurlini era troppo intelligente per caricare di eccessivo valore i suoi film non fatti, le sue immagini perdute. Mi viene in mente la frase che Jep Gambardella oppone alla fumosa artista che, nella “Grande bellezza”, dà delle testate agli antichi acquedotti romani, e che professa l’indispensabilità della propria esperienza artistica. “Ma indispensabile a chi?” domanda il sarcastico Jep. Allo stesso modo, Zurlini sa benissimo che i suoi film non possono rivestirsi di supponente indispensabilità, e infatti ne scrive con ironia, col giusto distacco, con lucidità. Peccato, però, non poter leggere nulla di queste tre sceneggiature, perché per mantenere contenuta la lunghezza del libro, l’editore ha scelto di non includere i copioni. Decisione comprensibile, per carità: leggere tre sceneggiature intere non fa per tutti. E la validità delle annotazioni di Zurlini non ne esce ridimensionata. Per gli appassionati di cinema, però, è un gran peccato non poter dare neppure un’occhiata a questi ectoplasmatici copioni, evocati per tutto il libro, descritti, sviscerati, analizzati ma alla fine neppure assaggiati.

E così, al netto di qualche lungaggine e di qualche passaggio un po’ troppo arzigogolato, il diario zurliniano resta una bella, per quanto mutila, esperienza di lettura, uno sguardo al passato per recuperare la figura di un Autore misconosciuto, che avrebbe meritato maggior successo, ma che, in fondo, non si è mai pianto addosso e se n’è andato, ahinoi, troppo presto.   

(Recensione scritta ascoltando Wolfgang Amadeus Mozart, “Concerto per pianoforte n. 13 in Do maggiore K 415”)


PREGI
Una scrittura semplice e profonda, delicata e melanconica, rievocativa, riflessiva ma anche, a tratti, squisitamente narrativa, che trova nella forma del diario la sua espressione più consona  


DIFETTI
Intimista e forse complessivamente poco incisivo, il libro è la riedizione senza le sceneggiature dei film mai realizzati di una prima versione pubblicata in tiratura limitata nel 1983, pochi mesi dopo la morte dell’Autore. Pubblicazione meritevole, senza dubbio, anche se è un peccato non poter neppure “assaggiare” i tre film non girati!


CITAZIONE
“Se il cinema italiano ha raggiunto ‘the undiscovered country from whose bourn no traveller returns’ non è imputabile a carenza di idee dei suoi autori, ma all’orrenda mediocrità dei suoi imprenditori e alla premeditata volontà della classe al potere di soffocare una voce scomoda e spesso ribelle.” (pag. 77)


GIUDIZIO SINTETICO: **½

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

?
°
½
*
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
**
**½
***
***½
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO