PALUDE – Antonio Pennacchi

# 187 – Antonio Pennacchi – PALUDE (Baldini&Castoldi, 2013, ediz. orig. 1995, pagg. 238)

Latina non è una città come tutte le altre: fondata programmaticamente, col nome di Littoria, durante il ventennio fascista, fu inizialmente osteggiata da Mussolini (che preferiva, com’è noto, l’Italia “rurale” delle campagne e dei villaggi, un popolo con la zappa in mano) ma poi, a quanto pare, amata alla follia, al punto che Lui… vive ancora lì! O meglio, il suo fantasma si aggirerebbe per l’agro pontino a cavallo di una moto Guzzi, e ne combinerebbe di cotte e di crude. E se a Pennacchi, oltre alle leggende sul fantasma del Duce, date in mano anche un (vero) sindaco di Latina che è un vecchio fascista convinto, chiamato da tutti “il Federale”, e un operaio rosso che più rosso non si può, chiamato da tutti “Palude”, potete star certi che il romanzo che ne uscirà sarà perlomeno scoppiettante! Fra cuori trapiantati, aneddoti pontini, epocali litigate e altrettanto epocali riappacificazioni, “Palude” non è la storia di un solo individuo, ma di un’intera comunità trapiantata su un terreno argilloso su cui non attacca niente, se non – forse – favole, miti e leggende.  

C’è un che di unico, nei libri di Antonio Pennacchi (scomparso, ahinoi, da pochissimo), belli o brutti che siano, e questo “Palude”, diciamolo subito, non è un capolavoro. Ma non importa, al giudizio ci arriveremo. Intanto, occupiamoci del libro, che è vario e magmatico quant’altri mai nella produzione di questo ex-operaio, prima fascista e poi comunista, laureatosi a cinquant’anni e reinventatosi scrittore.

Caratterizzato dal solito stile “pennacchiano” fatto di arguzia e umorismo (anche un po’ di grana grossa), capace di far coesistere tragedia e commedia (degli equivoci), “Palude” prende le mosse come una specie di “storia romanzata di Latina/Littoria” in cui personaggi reali figurano e agiscono sotto forma di caricature (la più efficace è quella di Ajmone Finestra, sindaco missino di Latina dal 1993 al 2002, per tutti “il Federale”: straordinario il suo intercalare, “ecco è vero”!) e personaggi immaginari paiono più veri del vero, più plausibili persino di quelli reali (su tutti, il fantasma di Mussolini, che molti raccontano di avere incontrato nell’agro pontino!). Un po’ prendendone le distanze (“Io non ci ho mai creduto a queste storie”) e un po’ gettandocisi dentro con tutto sé stesso, Pennacchi tira fuori un libro – ancora una volta, come sarà successivamente per “Canale Mussolini” – ambiguo ma innegabilmente divertente, letteratura popolare a tutti i livelli, fatta di chiacchierate al bar e comizi sindacali, aneddoti sulla vita di fabbrica e sdrammatizzazioni della politica italiana, raccontata con una verve e con un distacco ironico non comuni, in un Paese come il nostro in cui, quando si scomodano Fascismo e Comunismo, si tende a prenderli (e a prendersi) fin troppo sul serio.

Ecco, se c’è una cosa che Pennacchi non fa mai è proprio prendersi troppo sul serio, e questo è indubbiamente un pregio. A volte, però, si ha l’impressione che questo suo arroccarsi dietro al disimpegno, questo nascondersi dietro a fantasmi e leggende, questa passione per la caricatura fine a sé stessa siano armi a doppio taglio, e che in fondo Pennacchi culli il sogno di una sorta di rappacificazione definitiva col periodo unanimemente (o quasi) giudicato il più buio della storia italiana recente, il Ventennio. Sogno lecito, per carità; resta da vedere se esso è davvero realizzabile per via letteraria e, in particolare, attraverso una letteratura un po’ vernacolare, fatta di gente comune descritta in modi non comuni, calata anzi in intrighi e viluppi tra storia e mito che farebbero tremare i polsi anche a studiosi di prim’ordine. Pennacchi non ha paura di nulla e si lancia in un racconto che non teme il ridicolo involontario pur mescolando il Duce in motocicletta lungo la via Appia e il triangolo amoroso, tra la moglie Bice e l’amante Lauretta, cui finisce in mezzo il povero, infartuato Palude e, ancora, Santa Maria Goretti che gioca a pallone (!) e il Federale che si dibatte nel tentativo di risollevare Latina nella classifica delle città più vivibili d’Italia compilata, negli anni ’90, dal “Sole24Ore”.

Insomma, c’è un po’ di tutto in questo romanzo vischioso come un terreno di palude, e infatti tra le pagine si finisce, in qualche modo, per venir catturati, anche se non si sa bene perché. Peccato solo per l’ultima parte, oggettivamente meno efficace, tutta ambientata nel mondo “di là”, tra fantasmi litigiosi che cercano in tutti i modi di far tornare le paludi nell’agro pontino e altri fantasmi che invece lottano per salvaguardare quanto di buono fatto dal Duce e dalla sua combriccola: forse una chiusa migliore avrebbe portato a un voto più alto. Così com’è, “Palude” è un romanzo divertente ma squilibrato: un po’ come il suo Autore, pace all’animaccia sua!

(Recensione scritta ascoltando Toto Cutugno, “L’Italiano”)

PREGI:
un umorismo a tratti un po’ greve ma indubbiamente efficace, soprattutto per chi ama quel misto di cultura veneta e romana che ha trovato sede nell’agro pontino, e una serie di personaggi decisamente riusciti, a partire dal Federale fino a Palude, al povero Nino Delorto e allo stesso Mussolini motorizzato (e incazzato). Infine, non manca qualche tocco “hot” il giusto!

DIFETTI:
squinternato e un po’ casereccio, è un romanzo che sembra scritto al tavolo di cucina mentre tutt’attorno la famiglia è affaccendata in mille occupazioni. I personaggi sono vividi ma anche improbabili e, a furia di buttarla sul farsesco e sul caricaturale, va a finire che il lettore non crede più a niente di quel che legge. Ultima parte, poi, bruttina anche a livello di ritmo narrativo   

CITAZIONE:
“Non c’è podere, a tutt’oggi, in cui non ci sia la foto del Duce sulla trebbia, con qualche uomo di famiglia che gli passa i covoni di fianco. Le foto, invece, con lui in maniche di camicia che mangia a capotavola nella cucina sono, normalmente, conservate nei cassetti. Non sembra bello difatti – a cinquant’anni di distanza – attaccare al muro le immagini di nonna e delle zie che sembrano scoparselo con gli occhi.” (pag. 102)

GIUDIZIO SINTETICO: **

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il sistema Mereghetti, che va da 0 a 4 stelline: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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0
1/2
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*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi ìclassiciî di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
****
ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO