PASTO NUDO – William S. Burroughs

# 147 – William S. Burroughs – PASTO NUDO (Adelphi, 2009, ediz. orig. 1959, pagg. 273)

In un mondo forse futuro, forse alternativamente contemporaneo, un uomo – Lee, nome “classico” degli alter ego burroughsiani – è in fuga dalla legge per questioni di droga. Lasciata avventurosamente New York, Lee viene avvicinato da misteriosi agenti governativi che gli danno incarichi di reclutamento e di spionaggio, nella guerra fredda tra le immaginarie nazioni di Anexia e Terra Libera. Ma sarà nella misteriosa Interzona, sorta di territorio franco in cui circolano droghe (e individui) di tutti i tipi, che Lee scoprirà la Carne Nera, micidiale sostanza allucinogena che sembra assommare in sé le caratteristiche di tutte le droghe conosciute. Dunque, tutte le sue mirabolanti avventure sono reali o sono il frutto di un’assuefazione a questa sostanza allo stadio terminale?

Quando Allen Ginsberg e Jack Kerouac trovarono il loro amico e mentore William Burroughs in una stanza d’albergo a Tangeri, completamente “fatto” e attorniato da decine e decine di pagine di un romanzo tanto affascinante quanto apparentemente incomprensibile, capirono subito di essere in presenza di un genio – e del suo capolavoro.

Sotto l’effetto delle sostanze più disparate, Burroughs (scappato dal Messico dopo aver accidentalmente ucciso sua moglie, una tossicomane sposata per puri motivi d’interesse) aveva passato settimane chiuso in stanza, a Tangeri, a trascrivere gli effetti e le manifestazioni della “Malattia”, per usare il termine a lui caro per definire la tossicodipendenza. Il risultato, seppur destrutturato e privo di una trama propriamente detta, sarebbe diventato “Pasto nudo”, non un semplice romanzo, bensì un libro assoluto, una di quelle pietre miliari la cui lettura cambia per sempre chi la effettua. Di pochi libri si può dire: dopo averlo letto non sono più la stessa persona di prima. “Pasto nudo” è uno di questi, assieme alla “Recherche”, all’ “Uomo senza qualità”, a “Crash”, ai “Fratelli Karamazov”, al “Maestro e Margherita” e via dicendo. Cerchiamo di spiegare perché. Insomma, come può un romanzo senza trama (o con una trama talmente sottile da far invidia allo strato di ozono) e costruito, per giunta, su uno stile delirante e indecifrabile, sub-corticale per come procede più per accostamenti visivi e sensoriali che per nessi logici, come può – dicevo – un romanzo simile essere considerato un caposaldo della letteratura americana e mondiale del ‘900?

Il fatto è che “Pasto nudo” riesce, come nessun altro testo, a far fare al lettore un viaggio sconvolgente all’interno della tossicodipendenza, quella stessa afflizione che nel pur importante “La scimmia sulla schiena” Burroughs aveva raccontato “da fuori”, oggettivizzandola e razionalizzandola, per quanto possibile. In “Pasto nudo” non solo viene meno qualunque razionalizzazione, ma anche l’identità del protagonista esplode in mille pezzi e in mille facce, i frammenti di un Io decostruito, perché “uno scrittore può scrivere soltanto di una cosa: di quello che c’è davanti ai suoi sensi al momento di scrivere.” Così scrive Burroughs stesso, nella geniale “Prefazione atrofizzata” posta in calce al romanzo, pazientemente ricomposto proprio grazie all’aiuto di Kerouac, che ne avrebbe anche trovato il titolo: “Pasto NUDO – l’istante, raggelato, in cui si vede quello che c’è sulla punta della forchetta.”

Tutto è NUDO nella scrittura di Burroughs, la scrittura stessa è nuda, priva di raccordi, passaggi logici, elementi di genere. Priva di tutto quello che costituisce la narrativa classica, codificata e rassicurante. Le sinapsi attorcigliate del tossicodipendente sono perfettamente riprodotte da questa scrittura sensoriale (e sensuale) che racconta sempre “quello che c’è sulla punta della forchetta” un attimo prima che venga messo in bocca, che passa da un luogo a un altro, da un tempo a un altro, da un’identità a un’altra con estrema nonchalance, senza preoccuparsi di nulla, perché l’unica cosa di cui si preoccupa il tossico è avere un’altra dose, poter continuare a farsi, restare nel proprio mondo scollegato eppure – a suo nodo – anche così incredibilmente razionale e sensato! Un modo in cui misteriosi agenti di potenze straniere tessono trame oscure, e folli medici assuefatti alla droga operano a passo di danza usando ventose sturagabinetto e scatolette di sardine arrugginite (mi riferisco, ovviamente, allo straordinario personaggio del dottor Benway, protagonista di alcune delle pagine più belle che abbia mai letto). Il libro, allora, diventa un flusso unico e godibile, “una pera” a tutti gli effetti, che entra in circolo direttamente nelle vene del lettore, aggirando la sua componente logico-razionale per attaccare quella emotiva e sensoriale, avvolgendola e blandendola con immagini tra le più straordinarie che la letteratura abbia mai prodotto, immagini violente e oscene ma anche comiche, in grado di far inorridire come anche di far ridere fino alle lacrime.

Tra sensuali Moscibecchi che danzano e accarezzano, donne stuprate e uomini impiccati, tra eiaculazioni forzate e raffinate torture, i sogni di droga si inanellano uno nell’altro a formare una catena ondivaga e oscillante della quale non è più possibile – se mai lo è stato – rintracciare l’inizio, come anche la fine.  “Pasto nudo” va oltre anche il flusso di coscienza, e diventa piuttosto un pozzo all’interno del quale la coscienza sprofonda, un mistero letterario senza eguali che cattura il lettore in un atroce e sensuale viluppo, come se la lettura fosse essa stessa la Malattia – o la dipendenza – e ogni parola una stilla di droga pura e adamantina. Tra omosessuali, ruffiani, agenti segreti di potenze aliene, creature misteriose o mitologiche, pervertiti, drogati e prostitute, Burroughs costruisce un mondo impressionante e osceno, indecidibilmente sospeso tra fantasia e realtà, tra dimensione fattuale e dimensione mentale, tra racconto e delirio. Scaturito direttamente dalla più sconvolgente esperienza di alterazione sensoriale che uno scrittore abbia mai sperimentato, e pubblicato in prima battuta, e in sordina, da una piccola casa editrice a Parigi nel 1959, “Pasto nudo” non ha impiegato molto a diventare, meritatamente, un “cult”. Primo tassello di una tetralogia che prosegue con “La macchina morbida”, “Il biglietto che esplose” e “Nova Express”, questo libro visionario e allucinato, difficile e bellissimo, rappresenta – a patto che si abbia la pazienza di portarlo a termine – una di quelle esperienze che segnano nel profondo, e che ci cambiano per sempre.               

(Recensione scritta ascoltando Vangelis, “One more kiss, dear”)

PREGI:
troppi per elencarli tutti! Tra la visionarietà estrema di certe scene e l’aggettivazione inarrivabile (cifra stilistica del miglior Burroughs), in “Pasto nudo” la tecnica del cut-up, il “montaggio” di frasi con parole casuali che assumono significati inaspettati, tocca il suo apice. Ma il pregio principale del libro resta la sua natura di trascrizione fedele (e impressionante) del mondo interiore e allucinato del tossicodipendente, privo di barriere logiche o fisiche, in cui la mente, il pensiero, la fantasia dominano su tutto – con risultati che vanno, senza soluzione di continuità, dal comico all’inquietante. L’impressione è che l’ispirazione di tanti scrittori successivi (in primis Gibson e Dick, ma anche Ballard) sia in debito con William Burroughs, e in particolare con “Pasto nudo”   

DIFETTI:
senza giri di parole: libro assolutamente non adatto a chi cerca narrazioni lineari e immediatamente comprensibili. Ma chi, al contrario, avesse voglia di perdersi in un labirinto dalle pareti molli, non potrebbe scegliere libro migliore

CITAZIONE:
“Tutte le vie della città digradano tra canyon sempre più profondi fino a un’ampia plaza reniforme fitta di tenebre. […] A ogni livello si intersecano ponti, passerelle, teleferiche. Giovani catatonici vestiti da donna in abiti di tela ruvida e stracci putridi, la faccia bistrata con un trucco crudo, a tinte forti […] sfiorano i passanti con silenziosa, appiccicosa insistenza. […] Trafficanti di Carne Nera […] mostrano crostacei paralizzati in tasche mimetizzate della Plaza visibili soltanto ai Mangiacarne. Seguaci di impensabili commerci obsoleti, che scarabocchiano in etrusco, tossicodipendenti da droghe non ancora sintetizzate, uomini del mercato nero della Terza Guerra Mondiale, estirpatori di sensibilità telepatica, osteopati dello spirito, investigatori di infrazioni denunciate da miti giocatori di scacchi paranoici, portatori di mandati frammentari di stenografia ebefrenica che denunciano ineffabili mutilazioni dello spirito, broker di squisiti sogni e nostalgie sperimentati sulle cellule sensibilizzate di chi è in astinenza e barattati in cambio di materie prime della volontà, bevitori del Liquido Pesante sigillato nell’ambra traslucida dei sogni. ” (pagg. 63-64)

GIUDIZIO SINTETICO: ****

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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1/2
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*1/2
NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
***
***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO