PIOGGIA NERA – Georges Simenon

# 135 – Georges Simenon – PIOGGIA NERA (RCS, 2015, ediz. orig. 1941, pagg. 121)

Il piccolo Jérôme, sei anni, vive coi genitori in una casa-bottega (la madre gestisce un negozietto di tessuti, il padre gira per mercati) sulla piazza principale di un imprecisato, grigio e piovosissimo paesino francese. L’arrivo della acida e scontrosa zia paterna, Valérie, “vecchia foca” anziana, scorbutica e arrabbiata col mondo (e coi parenti acquisiti, che accusa di averle sottratto la casa con l’inganno) sconvolge la routine di Jérôme, che ama passare le giornate giocando coi suoi pupazzetti e le costruzioni, e soprattutto sbirciando dalla finestra, la vita del paese tutta contenuta nella piazza del mercato, e la casa di fronte, dove vivono una donna anziana e un bambino, Albert, malaticcio e timido, che Jérôme – anche se non l’ha mai incontrato – considera suo amico. Ma quale segreto nascondono Albert e sua nonna, la signora Rambures? E perché zia Valérie è così aspra e malvagia?

In uno scenario da “Finestra sul cortile” in salsa francese, Simenon costruisce uno dei suoi romanzi più strani, tanto per l’approccio narrativo (a raccontare è Jérôme che, ormai adulto, rievoca la sua infanzia con sua mamma anziana) quanto per la materia stessa del racconto, ondivago più di molti altri. Qual è il centro narrativo? L’arrivo della perfida zia Valérie, che va ad aggiungersi alla nutrita schiera di personaggi simenoniani sgradevoli e cattivi? Il segreto nascosto in casa di Albert? L’inconfessato lutto che ha colpito la famiglia dello stesso Jérôme? Oppure, ancora, la lotta (a colpi di carta bollata) di zia Valérie contro i parenti che le avrebbero sottratto la casa di campagna, costringendola – lei così altera e sprezzante – a chiedere ospitalità ai nipoti?

Il gioco di interessi intrecciati, paure, segreti e misteri è un tratto tipicamente simenoniano, che ben emerge da questa trama un po’ informe, e molto indecisa sulla direzione da prendere, al punto che alla fine il libro non ne prende nessuna, di direzione, e si limita a galleggiare irrisolto su una serie di personaggi, al solito, piuttosto ben tratteggiati, e sulla dolcezza melanconica dei ricordi d’infanzia del protagonista, che sembra cercare ostinatamente la spiegazione a qualcosa di misterioso accaduto quando aveva sei anni, ma che alla fine non approda a niente di così concreto. Niente di realmente perturbante – per dirla con Freud – si palesa in questo breve romanzo, o meglio: tutto è perturbante (la zia, lo sfasamento tra i ricordi di Jérôme e quelli di sua madre, certe cose non dette e solo accennate) ma, quando si iniettano nella pietanza troppi ingredienti con la sac à poche, il risultato è un sapore indefinito che, se non può essere considerato “cattivo” (Simenon, dopotutto, è sempre Simenon, e sa raccontare una storia come pochi altri!), non può neppure essere apprezzato in toto, come si farebbe con la creazione – piccola e preziosa, anche fragile, magari – di un grande chef. Insomma, a mancare, in “Pioggia nera” è, apparentemente, la storia, una trama propriamente detta; il libro annaspa un po’ tra zie insopportabili, genitori onesti ma remissivi, squilli di rivoluzione (Jérôme è affascinato e terrorizzato dalle gesta degli anarchici i cui volti campeggiano su manifesti e avvisi di taglia) e un giallo che non decolla mai.

Né la trama principale di zia Valérie che vuole riappropriarsi della sua casa, inopportunamente intestata alla ingrata figlia adottiva Élise, né la sottotrama del segreto celato dalla signora Rambures e dal piccolo Albert riescono mai ad accaparrarsi realmente l’attenzione del lettore, che alla fine si rassegna e, tra sé e sé, finisce per fare una concessione cui un grande Autore non dovrebbe mai aspirare: ma sì, si finisce per pensare, sono solo 121 pagine! Leggiamolo! “Pioggia nera” lo si legge così, incuriositi da mille punti interessanti ma privati, ogni volta all’ultimo momento, di reale soddisfazione, come se mancassero sempre una pagina, una frase, una parola. E da questa parca cena si esce – nonostante il buon sapore di fondo – a stomaco stranamente vuoto.                     

(Recensione scritta ascoltando Ezio Bosso, “Rain, in Your Black Eyes”)

PREGI:
Simenon è sempre bravissimo a costruire, con pochi tratti (si veda la citazione!), personaggi a loro modo memorabili, titanici in senso deteriore, animati da una malvagità che ci piacerebbe considerare metafisica e aliena, ma che in realtà è fin troppo chiaramente umana. Inoltre, un aspetto che induce a salvare comunque il libro è la scelta del curioso punto di vista della narrazione: un ex-bambino che ricorda lontani episodi d’infanzia, quasi fosse in una seduta di psicanalisi con sua madre

DIFETTI:
una trama quasi assente, annacquata, preda di azioni non compiute e cose non dette, che lascia tutto sommato un po’ insoddisfatti. Ci sono romanzi di Simenon assai più taglienti e approfonditi, sia nelle premesse che nelle conclusioni!

CITAZIONE:
“Non voleva far niente! Se ne stava lì, accasciata su se stessa, con gli occhi acquosi in cui galleggiavano due pupille che sembravano pillole di veleno.” (pag. 27)

GIUDIZIO SINTETICO: **

LEGENDA RECENSIONI
Sia per i libri che per i film, adotto nel giudizio sintetico il “sistema Mereghetti”, che va da 0 a 4 “stelline”: a 0, ovviamente, i giudizi più negativi, a 4 quelli più positivi, con tutti i possibili gradi intermedi…

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NON GIUDICABILE con i sistemi “classici” di voto
PESSIMO
QUASI PESSIMO
BRUTTO
BRUTTINO
 
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**1/2
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***1/2
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ACCETTABILE
DISCRETO
BUONO
MOLTO BUONO
CAPOLAVORO